Flavia Pennetta, grazie

Flavia Pennetta, grazie

Scrivo di getto, dopo quella che dovrebbe essere l’ultima partita di Flavia Pennetta nella Wta. Uso il condizionale solo perché Flavia è uscita dal campo incavolata, senza una parola, senza ricevere l’omaggio floreale preparato per lei. Cosa vuol dire? Che stava per scoppiare a piangere? Che vuole giocare ancora? O che forse se ne frega delle cerimonie istituzionali, perché il cuore ha la meglio. E le emozioni, in quel momento, erano forse troppo forti.

Ha concluso in bellezza, Flavia. In un palcoscenico da urlo, con un’avversaria da urlo (stellare la Sharapova vista oggi). E la stessa Flavia, credo, non avrebbe tollerato piccoli biscottini da parte della sua avversaria. Lo sport è competizione, competizione è stata sino all’ultimo. Non poteva chiedere di meglio che lottare e fare quello che ha fatto negli ultimi quindici anni.

Questa non è una biografia, sono solo parole. Il mio primo ricordo legato a Flavia risale al 2004, torneo di Roma. La vittoria contro la Petrova mi lasciò senza parole. All’epoca ero piccolo, non capivo nulla di tennis, ma rimasi estasiato davanti a quel magnifico sorriso e a quella grinta feroce a malapena sopita.

La sua carriera è stata però un’escalation, a cominciare dal primo, clamoroso e indimenticabile trionfo in Fed Cup nel 2006. Per la prima volta l’Italia del tennis femminile si affacciava a grandi traguardi a livello di squadra: non più casi isolati, grandi giocatrici, ma tutto un movimento pulsante, palpitante, pronto ad esplodere. Nove anni dopo, non basterebbero due pagine per elencare tutti i successi delle nostre meravigliose ragazze. Flavia Pennetta è stata però il precursore di tutto con quel magico 2009, la striscia fantasmagorica di 15 vittorie consecutive che l’hanno portata in top ten e quel match da orgasmi multipli con la Zvonareva agli Us Open (sei match point annullati) che ancora mi fa sbraitare.

Risale all’agosto del 2012 il gravissimo infortunio al polso: “Mi è crollato il mondo addosso, ho pianto per due giorni”. L’operazione, il tennis che manca come l’aria. Non partecipa agli Australian Open 2013, sarà un anno durissimo, precipita al 166 della classifica, è già abbondantemente oltre i 30 anni. Tutti temono, forse sperano, di certo dicono a gran voce che Flavia si deve ritirare. Ormai ha dato, è stata brava, ha battuto tante top ten, il suo lo ha fatto.

Flavia risorge dalle ceneri, come d’incanto, e dopo tante sconfitte ai primi turni dei tornei agguanta una sorprendente semifinale agli Us Open, miglior risultato di sempre in uno Slam. Sale in classifica, senza sosta, tornando 31esima. Per lei, a 31 anni, non si poteva parlare di come back, si doveva parlare di miracolo sportivo, miracolo di tenacia, forza di volontà e ambizione, per lei che avrebbe potuto e dovuto fare di più in carriera e che aveva scelto il momento più incredibile per farlo. A Flavia le cose banali non sono mai piaciute. In una carriera, però, non ancora finita. Il 2014 e il 2015, chi l’avrebbe mai detto, sono andati ancora meglio. Chi avrebbe mai detto, ad esempio, che Flavia sarebbe riuscita a vincere il primo Mandatory per un’italiana, Indian Wells 2014 (senza dimenticare i quarti agli Australian Open). Poi il nulla, tanti primi turni, tante sconfitte anche ottenute in modo insolito per lei, quasi senza lottare. Tutti criticano la sua love story con Fognini, come se non avesse il diritto di amare chi le pare. Poi però mette a tacere tutti, ancora una volta, con i quarti agli Us Open, il torneo del suo cuore. In questa stagione che molti definiscono tormentata, Flavia, poco più di un anno dopo dal suo ritorno, sfiora a più riprese la top ten mondiale.

E poi cosa dobbiamo dire? Non ho molte parole da sprecare per quel 12 settembre 2015, quella finale da sogno ad occhi aperti con Roberta. Solo un “grazie”, e questa volta a tutte e due.

Flavia non è solo una tennista, è in primis una donna. E che donna. È la donna di un paio di interviste di lancio alla sua autobiografia, quella in cui racconta la ricostruzione dopo la fine della storia con Carlos (Moya) e il profondo lutto per la morte di Federico (Luzzi). Un’autobiografia spigliata, generosa, sincera, fresca, forse anche ingenua. Come è Flavia.

Io personalmente la vorrei vedere con le stampelle su un campo da tennis a 70 anni, con il suo sorriso meraviglioso, lo stesso con cui da tempo risponde a quelli che le chiedono di non ritirarsi. La gallina dalle uova d’oro, elegante e con la solita classe che l’ha sempre contraddistinta, risponde appunto con il suo sorriso. E questo è sufficiente.

E’ sorprendente vedere come crescere, in fondo, sia una questione di prese di coscienza. Non cambia nulla, apparentemente, eppure vedi le cose in modo diverso” racconta nel suo libro. Allora io, Flavia, voglio dire che il tuo destino è sempre stato quello di essere apripista: prima top ten, prima numero uno della classifica di doppio, prima vincitrice (in doppio) di un Masters di fine anno, prima vincitrice di un Premier (Los Angeles 2009), prima in un Mandatory (I.W. 2014), prima a ritirarsi sul più bello. Spesso i tuoi risultati hanno fatto da traino per le altre; oggi, spero che i tuoi risultati facciano da traino a te stessa, alla Flavia Pennetta che sarà nella vita.

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