Agassi, un americano a Roma

Agassi, un americano a Roma

La storia di Andre Agassi a Roma è quella di un amore a prima vista, fruttato alla fine con il trionfo, dopo rapporti complicati e non pochi screzi.

di Nicola Pucci

Questa è la narrazione di un amore a prima vista. E di un lungo corteggiamento. Di un giovane bellimbusto che approccia, cresce, matura, infine fa breccia nel cuore della sua prediletta. Che di nome fa Roma, ha colorazione rosso-fuoco ed assume le sembianze di un campo da tennis.

Andrè Agassi, lo avrete senz’altro capito, è il virgulto che ha un legame di militanza con gli Internazionali d’Italia che si perde nel tempo. Già nel 1987 si fa vedere dalle parti del Foro Italico, quando l’imberbe appena 17enne batte Simone Colombo al debutto per poi perdere con l’argentino Martin Jaite (futuro finalista battuto da Lendl), per poi l’anno dopo capitombolare a sorpresa con Ronald Agenor ai quarti e conoscere l’onta della delusione nel 1989, sconfitto 6-1 al quinto set di una finale con Alberto Mancini che lo vede chiaramente nei panni del favorito.

L’affronto è tale che per un decennio, ad eccezione delle sporadiche e prococi eliminazioni del 1991 (fischiato al primo turno con il tedesco Jelen) e del 1994 (estromesso dal tennis senza mezze misure di Stefano Pescosolido), Agassi declina l’invito degli organizzatori di frequentare Roma, per poi, appunto cresciuto ormai, assommare un paio di ottavi di finale (nel 1999 k.o. con Rafter da numero 13 del mando e nel 2000 battuto da Hrbaty quando guida il ranking) e l’inattesa battuta d’arresto d’entrata nel 2001 ad opera del carneade Calatrava.

Maturità sopraggiunge infine, ed eccoci all’anno 2002. In precedenza la stagione del campione di Las Vegas, scivolato al numero 9 per via di un infortunio che lo ha obbligato a rinunciare agli Australian Open di cui è campione negli ultimi due anni, lo ha visto finalista a San Josè (battuto da Hewitt, nuovo numero 1 del mondo), primeggiare a Scottsdale (in finale su Balcells) e trionfare a Key Biscane contro un talentuosissimo svizzero che già si è illustrato a Wimbledon battendo Sampras, un certo Roger Federer. E se la terra verde di Houston ha bocciato il “Kid” nel match con l’eterno rivale, appunto Sampras, a Roma c’è un amore di lunga data da portare a soddisfazione.

ROME - MAY 12: Andre Agassi of the USA poses with the Masters Series trophy at the Pallacorda after defeating Tommy Haas of Germany in the Final of the Tennis Masters Roma at the Foro Italico in Rome, Italy on May 12, 2002. (Photo by Mike Hewitt/Getty Images)

Agassi è accreditato della nona testa di serie in un tabellone da leccarsi i baffi che ha in Hewitt il numero 1, nei finalisti dell’ultima edizione, l’iberico Ferrero e il brasiliano Kuerten, i numeri 3 e 2, Kafelnikov, Henamn, Safin, Haas e Johansson a completare il lotto dei principali pretendenti al titolo. Tra le retrovie, ormai sul viale del tramonto ma con in serbo ancora il futuro exploit a Flushing Meadows, Sampras numero 12 e, in divenire, due campioni che si stanno affermando, Federer numero 11 e Roddick numero 13.

Il primo turno riserva un paio di piacevoli sorprese “tricolori“, con Gaudenzi che estromette lo stesso Federer, duplice 6-4, e la wild-card Galimberti che elimina Corretja, finalista a Parigi nel 2001. E se le vittorie di “mano de piedra” Gonzalez con Henman e di Clement con Johansson non possono certo far gridare al clamoroso, Agassi evidenzia l’ottimo stato di forma debuttando agevolmente con il tedesco Kiefer, 6-3 6-2, al contrario di Sampras battuto dal terraiolo doc Mantilla.

Il secondo turno è fatale ad Hewitt, seccament esconfitto da Moya 6-3 6-2, così come ai due russi di rango, Kafelnikov e Safin, che incappano nella giornata-no di cui beneficiano Ferreira e Malisse, ma sono le sconfitte di Ferrero con Ljubicic e di Kuerten con Montanes a liberare il tabellone che si priva dei nomi più blasonati. Agassi demolisce Kratochvil, 6-0 6-1, e ragionevolmente si candidata al ruolo di nuovo favorito del torneo.

E così sia. Agli ottavi l’americano trova pane per i suoi denti nell’argentino Calleri, battuto infine 7-6 7-5, e nella parte bassa del tabellone guadagna i quarti di finale, raggiunto da Albert Costa, vincitore nel derby con Montanes, da Blake, che boccia l’ambizioso Gonzalez, e da Novak, numero 14 del seeding, che spenge gli ardori di Ljubicic. Nei due quarti superiori, i due attaccanti Haas e Roddick incrociano due specialisti del rosso, Moya e Robredo, ed infine hanno partita vinta, il tedesco con un facile 6-3 6-4 e l’americano con un 6-4 7-6 solo poco più che sofferto.

Ma è Agassi a tener banco. Con la personalità che ammalia, il gioco che conquista e l’amore per il tennis che lo fa essere ancora protagonista. A dispetto dell’età che avanza e del cranio pelato che ha preso posto, da tempo, della folta criniera sbarazzina. L’uomo si è fatto tale, il tennista è giunto a completa maturazione e l’occasione è di quelle da cogliere al volo. Andrè non dà scampo a Costa, 6-2 6-2, così come a Novak in semifinale, 7-5 6-4, per presentarsi all’atto decisivo con i favori del pronostico.

Di là dal net c’è Tommy Haas, che ha battuto Roddick 6-1 7-5 in una sinfonia del gioco d’attacco, ed è contrapposizione tra la solidità da dietro di Agassi e la propensione stilisticamente perfetta del tedesco di presentarsi a rete. In verità il tutto si risolve in un’esecuzione capitale, con Agassi che si impone nei due set iniziali 6-3 6-3 per poi dilagare 6-0 al terzo.

E’ fatta, il cuore di Roma si apre ed accoglie infine il suo spasimante più fedele. Andrè Agassi, detto “il kid“.

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