Henri Leconte e il Roland Garros 1988

Henri Leconte e il Roland Garros 1988

Andiamo a ripercorrere l’ edizione del 1988 del Roland Garros che ha visto Henri Leconte raggiungere per la prima volta la finale nello Slam di casa. A rovinargli la festa ci pensó peró un grande Mats Wilander.

Se è vero che tre indizi fanno una prova allora è certo che se parliamo di confidenza con la palla, mano mancina fatata e genialità associata a sregolatezza, altri non può essere che Henri Leconte.

Mi è stata fatta la grazia di averne potute seguire le orme di una carriera che ha abbracciato tutti gli anni Ottanta, con affaccio sulla prima metà dei Novanta. E seun talento puro così clamoroso, secondo forse solo a quello di “genius” McEnroe, si è illustrato al mondo della racchetta fin dall’età più tenera, è nondimeno vero che ha raccolto poco o niente in quanto a trofei che garantiscono l’immortalità sportiva: una Coppa Davis nel 1991 contro gli Stati Uniti di Sampras e Agassi, e poi tante, troppe occasioni non colte.

E’ bene allora cavalcare la macchina del tempo e tornare all’impresa individuale più bella di Leconte, il Roland-Garros del 1988 che vide il transalpino giungere, unica volta, all’atto decisivo per poi, ahimè, incappare in un rivale troppo più forte, determinato ed avvezzo di lui a questo genere di competizioni.

Henri adorava i campi in terra battuta alla Porte d’Auteuil, sede degli Internazionali di Francia. Nel torneo di casa riusciva ad esprimere quel tennis meraviglioso fatto di accelerazioni improvvise e tocchi di magia, estratti da un repertorio da prestigiatore. Il suo gioco d’attacco, di puro istinto, infiamma la platea parigina fin dal giorno in cui si presenta, neppure diciassettenne, nel 1980 per venir battuto al primo turno da Simonsson, anonimo regolarista svedese. Ma le stimmate del campione sono evidenti. Gli anni a seguire elevano Leconte al rango di beniamino e gran protagonista, con quarti e semifinali nel 1985 e nel 1986.

Nel 1988 il tabellone lo gratifica dell’undicesima testa di serie, inserendolo nell’ottavo di Boris Becker. La vittoria a Nizza e la finale ad Amburgo certificano una buona forma ma i primi due turni sono dispendiosi, cinque set per battere l’australiano Youl – rimontando uno svantaggio di 2 set a 1 – e lo jugoslavo Oresar. Le difficoltà iniziali sembrano precludere la chance di un cammino prolungato, Leconte invece ha preso fiducia, il ritmo è quello giusto e al terzo turno liquida l’argentino De La Peña, 6-4 7-5 6-1: giova, a puro titolo informativo, ricordare altresì che i tre suddetti stazionano oltre il centesimo posto nel ranking mondiale. Eccoci dunque al match con Becker, che contrappone le variazioni raffinate di Henri agli affondi di potenza di Boris. L’estetica è da palati fini e la sfida tra le più belle viste da queste parti, infine il francese si impone, ancora una volta al quinto set (record di sette vittorie su sette per Leconte al Roland-Garros). L’ostacolo più temibile è scavalcato, la strada volge ora in discesa e il tennis-spettacolo di Leconte ammalia i francesi che lo acclamano vincitore senza patemi con Chesnokov e Svensson, terraioli tra i più solidi eliminati entrambi in tre rapidi set.

Cinque anni prima, 1983, il Centrale del Roland-Garros aveva applaudito il trionfo del cocchino di casa, Yannick Noah atletico killer di Wilander; vorrebbe fare altrettanto col cucciolo tutto braccio e inventiva. Ma non ha fatto i conti con l’oste, proprio quelMats Wilander che è nel pieno della maturità ed ha in bacheca già due Coppe dei Moschettieri. Lo scandinavo ha fama di tritasassi sul rosso, ha stoppato in semifinale la corsa di un giovanotto che farà strada – Agassi, in bragoni e colori sgargianti – ed ha carattere e ambizione per cogliere la tripletta parigina. Leconte è sopraffatto dalla tensione, la pressione è insopportabile e dopo aver concesso il primo set, 7-5, in cui aveva servito sul 5-4 e con Wilander che serve il 100% di prime palle, si eclissa 6-2 6-1. Il bel sogno si trasforma in cruda realtà e le dichiarazioni del dopo-partita alieneranno ad Henri il sostegno dei connazionali.

Questo è stato Henri Leconte, nel bene e nel male. Difettava nelle mezze misure, ma miha fatto divertire come nessun altro. Vi pare poco?

A cura di Nicola Pucci per il blog SportHistoria

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