Jana Novotna, la gioia a Wimbledon dopo le lacrime

Jana Novotna, la gioia a Wimbledon dopo le lacrime

Il trionfo a Wimbledon nel 1998 è stato, per Jana Novotna, un riscatto e un’incredibile gioia dopo le sconfitte in finale ai Championships nel ’93 e nel ’97. Così le lacrime per le cocenti delusioni si sono trasformate in un pianto di gioia, sull’erba più importante, nel tempio del tennis.

di Nicola Pucci per Sport Historia

Jana Novotna ha il cuore in subbuglio, se le si rammenta quel che rappresentò per lei il torneo di Wimbledon. Perché su quei prati che odorano di leggenda e che regalano fette di immortalità sportiva a chi se la sa guadagnare, ha prima sognato, poi ha pianto, infine ha conosciuto la gioia più grande.

Un paio di passi indietro, prima del racconto che ci riporterà all’anno 1998. 1993, Novotna, che gioca a tennis con classe ed eleganza alla voleé come nella più autentica tradizione ceca che già ha illustrato Navratilova e Mandlikova prima di lei, è avanti in finale 6-7 6-3 4-1 e palla del 5-1 con Graf, regina in gonnella ma che quel dì pare aver perso l’ispirazione su erba. Macché, Jana cede all’emozione con il titolo ad un passo, non mette più palla in campo, si fa rimontare e all’atto della premiazione, in qualità di meravigliosa perdente, versa lacrime copiose sulla mise della duchessa di Kent. Passano altri quattro anni, siamo nel 1997, e la storia se non si ripete in fotocopia, poco ci manca. Altra finale, contro la nuova regina della racchetta, Hingis la svizzera che ha proprio sangue ceco nelle vene. Novotna ancora una volta disegna un primo set come meglio non potrebbe, 6-3, in un tripudio di attacchi in controtempo e tocchi magici a filo di rete… ma l’opera d’arte resta incompiuta, Jana ancora una volta, seppur meno colpevolmente, perde di rincorsa e le lacrime, seppure meno amare, immancabilmente rigano il volto della ragazza di Brno.

Che nel 1998 ha quasi trent’anni, sente che l’occasione può esser l’ultima per cogliere quel trionfo che troppo spesso ha avvicinato ma mai ha saputo far suo, che il tempo stringe e magari nuove campionesse infrangeranno il suo sogno, per sempre. Quello di salire, almeno una volta nella vita, sul trono d’Inghilterra.

Hingis è detentrice del titolo, numero 1 del mondo e del seeding e veste i panni della favorita; Graf e Seles sono ancora della partita ma se Steffi è alle ultime recite di una carriera memorabile, Monica porta evidenti, più nell’anima che nel fisico, i segni del folle gesto di Gunther Parke; Davenport ha credenziali importanti, così come Sanchezseppur entrambe non proprio avvezze al gioco d’attacco; Venus Williams si affaccia alla ribalta e forte della giovane età, nonché di un tennis potente e redditizio, mira in alto. Insomma, concorrenza folta ed agguerrita, ma Novotna, testa di serie numero 3, conosce il mestiere, i tappeti verdi sono il suo giardino e stavolta, infine, avrà il sopravvento su ansie, dubbi, emozioni e sfighe varie… ovvero tutto ciò che ne ha penalizzato il talento cristallino nell’arco della carriera.

La ceca occupa la parte alta del tabellone, quella di Martina Hingis, e dopo un debutto senza problemi con la connazionale Kleinova, 6-2 6-2, lascia un set alla russa Panova, 6-3 4-6 6-1, per poi filare via liscio con Morariu, 6-3 6-1, e Spirlea, 6-2 6-3. La svizzera, Sanchez e Venus rispettano le indicazioni della vigilia e ad altezza quarti di finale sono esattamente lì dove erano attese; le sorprese di riflesso si concentrano nell’altra metà del tabellone, quella bassa, dove il talento altrettanto indiscutibile di Natasha Zvereva, altra tennista che in quanto ad ansie e paure non è certo da meno di Novotna, anzi, elimina prima Graf al terzo turno, poi Seles ai quarti, liberando un’autostrada verso la finale. Nella quale meglio di tutte si muove la francese Nathalie Tauziat, sedicesima testa di serie, che gioca bene a tennis, pratica il serve-and-volley e dopo Davenport batte proprio Zvereva in semifinale, 1-6 7-6 6-3, giungendo all’atto decisivo, prima francese dai tempi della “divina” Suzanne Lenglen, 1925.

L’occasione è propizia, per Novotna, che se vuol addivenire a meritata consacrazione ha da sbarazzarsi di Venus, e lo fa a chiusura di un match di qualità tecnica assoluta, 7-5 7-6, così come deve meditar vendetta con Hingis, infine battuta 6-4 6-4, volando così a giocare la terza finale sul Centre Court più famoso del mondo ma che già due volte ha bocciato i suoi progetti.

4 luglio 1998, cielo grigio – succede spesso dalle parti di Londra – e qualche folata di vento. Novotna mette piede sull’erba ormai spelacchiata del rettangolo di gioco, ma stavolta è un piede sicuro, confortato dallo status di favorita dell’incontro, al cospetto di un’avversaria che ha sì qualità, ma un pizzico meno di Jana, pure lei con qualche complesso nella testolina ed è un’invitata a sorpresa in una finale di un torneo del Grande Slam. E paga dazio all’evento forse troppo grande per lei, nonostante un promettente 2-0 iniziale, lasciando via libera a Novotna che nel primo set, stavolta sì, fa valere esperienza e maggior attitudine per imporsi 6-4, con break decisivo dopo un interminabile settimo gioco. Nel secondo set c’è equilibrio, con Novotna che prende un break di vantaggio e va a servire per i Championships sul 5-4 ma si fa breakkare da Tauziat e i fantasmi, fin lì tenuti a bada, sembrano materializzarsi di nuovo.

Si va al tie-break, e qui il braccio di Jana non trema, perdio no, perché il sogno deve avversarsi, fortemente deve, infila cinque punti consecutivi dal 2-2 e con una risposta vincente fissa il punteggio di 7-2.

Infine Novotna può liberare il pianto di gioia, ma in ginocchio sull’erba, o quel poco che ne rimane, non sulla mise della duchessa… perché quelli, ormai, per Jana sono tempi lontani. Oggi è giorno di vittoria, nel tempio di Wimbledon.

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