Diario degli Us Open: giorno 11

Diario degli Us Open: giorno 11

Serena, in due mesi, ha raggiunto più risultati di quanto molte facciano nel corso di una carriera. L’Osaka, ridendo, a pronta ad affrontarla.
Il resoconto dell’undicesima giornata agli Us Open.

di Nicola Corradi

-I possibili scenari previsti per la semifinale tra Williams e Sevastova erano due. O l’americana sarebbe riuscita ad imporsi nettamente senza permettere all’altra di toccare palla, o la lettone, affettando con mestiere i propri fondamentali con un ricordo alla Vinci che su quello stesso campo riuscì a superare un monte insormontabile, avrebbe portato la partita ad un combattuto terzo set in cui sarebbe riuscita a trionfare per maggiore freschezza fisica e per un parto in meno sulle spalle. Si è verificata la prima opzione, con buona pace dei detrattori di Serena che in queste ore stanno affollando il web con i loro inutili e volgari commenti. La Williams, dopo un avvio lento che la porta sotto 0-2, vince 12 dei successivi 13 game e chiude il match 6-3 6-0, raggiungendo la seconda finale Slam consecutiva. È assurdo pensare al fatto che, dopo il concepimento di una figlia (Olympia ha compiuto un anno lo scorso sabato), ed un anno di inattività, l’americana sia stata in grado, in due mesi, di raggiungere risultati che molte giocatrici non ottengono nel corso di un’intera carriera. Il motivo è semplice. Serena è in grado, con i colpi di inizio gioco (servizio e risposta), di prendere in mano le redini dello scambio fin dai primi colpi, compensando così, in modo intelligente, la propria limitata resistenza. Quando, poi, il momento richiede maggiore attenzione, fuoriesce la personalità della campionessa, che sbattuta con forza sul terreno di gioco terrorizza le avversarie mentalmente fragili. Contro la Osaka, per lei, non sarà semplice, ma, arrivati a questo punto, perché non credere allo Slam della rinascita.

-Naomi Osaka continua la sua cavalcata trionfale, posseduta dallo spirito infuocato di Monica Seles. La giapponese si muove da un lato all’altro del campo con velocità inaudita, fa affidamento su fondamentali piatti e potenti per generare vincenti a profusione, riuscendo persino, dettaglio non trascurabile considerando lo stile di gioco, a produrre un basso numero di errori. Lei e Madison Keys giocano a specchio per lunghi tratti del match ed il risultato (netto 6-2 6-4 a favore dell’Osaka) si spiega con i 12 errori gratuiti in più commessi dall’americana. Naomi raggiunge la prima finale Slam della carriera e, nell’intervista post partita, alla domanda “come hai fatto a salvare tutte e 13 le palle break che hai concesso?”, risponde “beh, potrà suonare male, ma pensavo al fatto che se avessi vinto oggi avrei giocato con Serena, e volevo davvero poter giocare con lei”. Una genuinità che ogni volta mi scalda il cuore, condita da una personalità forte che le permette di non essere intimorita da un campo centrale completamente schierato dalla parte della giocatrice di casa. Brava Naomi, questo risultato è ampiamente meritato. Considerato il livello espresso nel corso dell’intero torneo, ipotizzare una sua vittoria non dovrebbe essere considerato blasfemo, ma ben sappiamo come, le interpreti di un gioco piatto e veloce, finiscano spesso per soccombere ai piedi di colei che di questa tattica è la regina indiscussa.

Dal vostro cronista è tutto, a domani.

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