Diario di bordo post-Wimbledon: Il fascino ineffabile del tennis su erba

Diario di bordo post-Wimbledon: Il fascino ineffabile del tennis su erba

Wimbledon, Day4. Giornata febbrile, intensa, emozionante, fantascientifica e chi più ne ha, più ne metta. Dal fascino ineffabile, da lasciar sbalorditi e senza fiato, inermi di fronte a tanta maestosità. Lo sfarzo del Centre Court, paragonabile alla lussuose ville di Jay Gatsby, è l’emblematica immagine dell’ottava meraviglia del mondo per gli appassionati dei prati regali. Un silenzio assordante circonda un complesso eclettico, ma pur sempre in stile british: elegante, fine, senza eccessi, ma unico nella sua essenza. Un luogo principesco, ma sobrio, nel quale poter scrivere una vera e propria favola. di G.Lupi

Wimbledon, Day4. Giornata febbrile, intensa, emozionante, fantascientifica e chi più ne ha, più ne metta. Dal fascino ineffabile, da lasciar sbalorditi e senza fiato, inermi di fronte a tanta maestosità. Lo sfarzo del Centre Court, paragonabile alle lussuose ville di Jay Gatsby, è l’emblematica immagine dell’ottava meraviglia del mondo per gli appassionati dei prati regali. Un silenzio assordante circonda un complesso eclettico, ma pur sempre in stile british: elegante, fine, senza eccessi, ma unico nella sua essenza. Un luogo principesco, ma sobrio, nel quale poter scrivere una vera e propria favola.

Un cielo imbronciato, alle 8.30 del mattino, non sembra promettere granchè bene. Con la mente fredda ma il cuore caldo, a fatica, salto giù dal letto e mi accingo a fare colazione nella sala da pranzo dell’NH Kensington Hotel, nel quale risiedevo durante il mio soggiorno londinese. Giusto il tempo di rendermi conto che il sogno di una vita stava per trasformarsi in realtà, e subito ero pronto, insieme alla mia inseparabile ed efficientissima tracolla blu, armato di pass della Wimbledon Experience, ad iniziare un’intensa giornata all’insegna del tennis. Mi dirigo verso la stazione metropolitana di Earl’s Court, compro il biglietto giornaliero e subito salgo sul primo trenino sotterraneo della District Line, in direzione di Southfield, dove arrivo circa 10 minuti dopo. E’ bastato poco per entrare in clima pre-Wimbledon: qualche cartello e poltroncine rigorosamente verdi e viola, con la scritta “The Championships”.

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All’uscita della metropolitana ci attende un pullman riservato che ci porta sino all’ingresso della Wimbledon Experience, a 100 metri dal Gate5, uno degli ingressi dell’All England Lawn Tennis & Croquet Club, nel quale ci vengono consegnati i biglietti di entrata per i Championships e ci viene offerta una colazione danese, con pasticcini e bevande locali, oltre ad una mappa gratuita del complesso, comprendente la posizione dei campi e degli stand. Alle 10.25, poco prima dell’apertura dei cancelli, mi avvio verso l’entrata, al Gate5, sognante, come un bambino alla vista di Hamleys o una donna di fronte ad un paio di scarpe tacco 15. Ci controllano gli zaini, facendo ben attenzione alle tasche più interne, e ci lasciano passare, con un cordiale “You’re welcome”.

Immancabile, ovviamente, una volta solcati i cancelli ed aver preso atto di essere uno dei pochi (o molti, dipende dai punti di vista..) appassionati che possono vantare la vista dal vivo del torneo più prestigioso del panorama tennistico, la foto di rito di fronte all’entrata del centrale, rigorosamente sorvegliata da 4 guardie.

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Prima di dirigermi nei campi secondari, per assistere agli allenamenti ed ai primi match di giornata, approfitto dell’inspiegabile, ma ben gradita, cordialità dello staff inglese, che mi concede, seppur io non avessi il biglietto, di entrare a scattare qualche foto al Centre Court e di farmi immortalare con alle spalle il campo più ambito del mondo. Una goduria, come poche. Ed anche una lacrimuccia… La vista paradisiaca di uno scenario così elegante è paragonabile solamente alla vista di Dawson da parte di Buck, in “Il richiamo della foresta”. Sensazionale.

All’uscita dal Centre Court, un frastuono di tifosi infervorati si alza sul Campo12 e, preso dalla curiosità di tale animosità, cerco di scorgere la vista del giocatore tanto osannato: Rafael Nadal, accompagnato da suo zio Toni. Un pienone, come non ne vedevo dai tempi delle offerte all’IKEA. Certo, abituato al Foro Italico, dove i campi sembrano quasi transennati, quando solcati dai piedini dorati dei campioni, fa un certo effetto ritrovarsi Nadal a poco più di due metri di distanza. Un bronzo di Riace, più magro di quanto non sembrerebbe dalle televisioni a schermo piatto e senza fasciature preventive (MIRACUL’). Al termine dell’allenamento, firma qualche autografo, si presta a qualche selfie e, scortato dalla security, si dirige verso gli spogliatoi, passando tra la folla gremita. Ero sconcertato. In Italia, quantomeno avrebbero buttato giù due tre uomini della sicurezza pur di toccare un suo polpaccio. British e freddi in tutto direi.

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Il tempo di uscire dalla bolgia infernale venutasi a creare, ed in men che non si dica, mi ritrovo sulla Henman Hill (o Murray Mount, come ve’ pare), tra divoratori di panini, mangiatori salutari di fragole con panna, alcolisti anonimi con Corona&Lemon e giovani donzelle con le bocce al vento, intente a prendere quel poco di sole che timidamente spuntava tra le nuvole grigiastre di Londra.

Alle 11.30 corro verso il Campo17 per il match di giornata tra Bolelli e Kohlschreiber. Già dalle prime battute si preannuncia un match di buon livello, con Simone che sale fino al 3/0, salvo poi farsi rimontare fino a perdere il primo parziale per 6/4. Onde evitare che il mio fegato scoppiasse prima del dovuto, cambio campo e faccio “toccata e fuga” da Cornet e Cetkovska, con la prima in preda alle isterie del caso e la seconda molto pacata, quasi non gliene fregasse nulla. Piccolo aneddoto: Petra, qualche ora dopo, l’ho avvistata, mentre passeggiava, in leggins viola con fantasie floreali, mentre si faceva beatamente palpare da un suo (presunto) compagno. Eh, i casi della vita. Comunque, ad onor di cronaca, Bolelli l’ha spuntata alla grande ed è ancora in corsa: sconfitto nelle qualificazioni, ripescato, primo turno col flagello di Dio Ito, secondo contro il Kohli con la sciatica. Paolo Fox lo aveva letto nelle stelle: «vedo in Orione un culo clamoroso». Match surreale, tedesco infortunato e fermo. Nostro sanissimo, ma fermo: confronto equilibrato che Bolelli fa suo al quinto, di tigna.

Alle 13.05, ora inglese, completamente assorto dal doppio Paes/Stepanek, mi ricordo che la mia tigre Serenona sta per iniziare il suo match di secondo turno sul Campo1 contro Chanelle Scheepers e, con una corsa forsennata vado alla ricerca del “Level 3”, “Gangway 11”, “Fila P”. Fortunatamente, grazie ad un inglese un po’ raffazzonato chiedo informazioni ad uno Steward onorario che mi accompagna gentilmente alla giusta entrata. Sempre più meravigliato dalla disponibilità degli inglesi. Un’oretta scarsa di allenamento su erba e lavoro portato a termine con successo (salvo poi inciampare, con altrettanto insuccesso, contro la Cornet).

In attesa del match tra Wawrinka e Lu, vado a rifocillarmi con un hotdog di maiale inglese, e mi imbatto in Mahut/Llodra che si dirigono verso il campo 13, ma decido di non importunarli per un selfie. Foto concessami poco dopo dall’unico giudice di sedia degno di lode, Eva Asderaki. E non tanto per i suoi meriti di arbitro, seppur anch’essi encomiabili. Serena docet, ma ne farebbe volentieri a meno.

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La giornata fila liscia, tra doppi di veterane come Huber/Raymond e Velociraptors come Hsieh/Peng e singolari più o meno entusiasmanti, senza l’ombra della pioggia, fino al match tra Camila Giorgi ed Alison Riske. Per mia sventura, riesco a carpire gli ultimi giochi del suo match-sciagura contro Alison Riske, biondina yankee dai buoni fondamentali, ma niente di che. Lo spettacolo è il solito, a metà tra l’horror splatter e la fantascienza, non senza venature di riflessioni esistenzialiste sul mondo, la razionalità di due neuroni che ballano il tip tap. Lo ripeterò allo sfinimento come questa ragazza mi faccia molta simpatia e tenerezza, e al tempo stesso incuriosisca: perché proprio vuoi capire se davvero pensa (verbo forte) di poter giocare e vincere sempre a quel modo folle, che non ha un senso e (voglia il cielo) eguali nel circuito. In sovraimpressione dovrebbero salvaguardare i bambini scrivendo «Don’t try this at home». La vedi, compita, timida e merlettata, e capisci che non c’è verso. Un gelido automa, frenetico, impaziente di posizionarsi al poligono e sparare. Incapace di trasmettere emozioni. Qualsiasi discorso tecnico è inutile, nessun vaniloquio su palle intermedie, cambi di ritmo, in mona quella vile idea di un recupero in slice per prendere campo. Chi ha progettato «Chuky bambola sparapalline» (Giochi Preziosi Sergio Giorgi) concepisce solo una filosofia: colpire quella stronza di pallina nel cuore, sempre. «Non sono mica una pallettara», disse. E valle a dare torto. Picchiare forte e non pensare, la coraggiosa scelta di chi ha paura. Lei è avvantaggiata, perché proprio non le hanno insegnato altro. Ma in fin dei conti è un personaggio che mi spaventa e affascina, perché è un’eretica, ebbra di furia iconoclasta e sgozzatrice di credenze centenarie, che i tradizionalisti vorrebbero mettere al rogo.

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A parte gli scherzi, ed un po’ di sana ironia e sarcasmo, Camila dovrà cercare di imboccare una strada diversa, uscendo dalla sua immaginaria reincarnazione di un Agassi in stile femminile, e facendo leva sui suoi punti forza, sulla sua esplosività ed aggressività, modulando il tutto con una dose, seppur minima, di tattica difensiva, quando ce n’è bisogno. Non si può vivere di false promesse, bisogna puntare a concrete realtà.

Chiusa la parentesi Giorgi, mi affaccio nuovamente sul Campo1 per dare un’occhiata alla Sharapova, curioso di vedere se nel suo clan ci fosse anche Grigor Dimitrov, ma, assicuratomi del contrario, ritorno tra la moltitudine di asiatici dei campi secondari per seguire un match, rivelatosi poi divertente, tra Robredo e Mannarino e successivamente quello tra due estrose e folli giocatrici, Kanepi e Shvedova, quest’ultima immortalata da 10 cm di distanza.

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Al calar della sera, scendono anche le prime gocce di pioggia, quando sono ormai le 20.30, ora inglese, ed il giudice arbitro del torneo, Andrew Jarrett decide la sospensione di tutti gli incontri, ritenendo che l’oscurità avrebbe comunque compromesso il programma di gioco di lì a pochi minuti. Giornata finita, stanco, ma allo stesso tempo felice per una delle esperienze più belle nella vita di un appassionato di tennis, munito di ombrello, faccio un salto allo Wimbledon Shop, dove compro dei souvenir e dei ricordi per me: un asciugamano ufficiale ed una maglietta. Ma, quando la giornata sembra ormai esser giunta al termine, c’è un ultimo lampo di genio: tra un reparto e l’altro intravedo da lontano un cappello giamaicano ed un viso conosciuto. Ladies and Gentlemen, Mr. Dustin Brown.

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Piatto di carbonara, bistecca, torta al cioccolato e tutti al letto. Rigorosamente in Italian Restaurant, Benito’s.

That’s my Wimbledon Experience.  I can only say that we all have to live this experience at least once in our life.

Giorgio Lupi (Twitter: lupi_giorgio)

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