I dilemmi di un tetto retrattile

I dilemmi di un tetto retrattile

È importante dunque, per una buona informazione, chiarire quali siano i reali effetti che la presenza di un tetto può portare a livello di gioco.

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Girovagando per il mondo senza meta ben precisa, il tennis si riversa al gran completo nelle ridenti cittadine asiatiche, costellate da impianti macroscopici solitamente riempiti dalla sola presenza di qualche povera anima che, rigorosamente dotata di mascherina anti smog, tifa per gli eletti paladini del bel gioco.
È questo il desolante spettacolo della porzione asiatica che occupa il finale di stagione, mai capace, da quando lo sport ha scelto di percorrere a grandi passi la via del business, di attirare a sè il calore del pubblico che tanto è partecipe nell’Occidente. Tra la miriade di aspetti negativi, però, gli ultimi mesi dell’anno portano in dote anche un’autentica primizia, alla quale così difficilmente si può assistere altrove: l’indoor.
Il tetto spopola e ricorda a molti, soprattutto ai più nostalgici, quel Madison Square Garden che dal 1978 al 1989 ospitò il torneo di fine anno (le attuali ATP Finals), vedendo vincitori tutti i grandi protagonisti di quella da molti definita l’età d’oro.
Perché, però, parlare oggi della copertura quando, in questi giorni, si disputa all’aperto il prestigioso Master 1000 di Shangai? Perché poco, e male, si è trattato l’argomento nella nostra penisola, riscoperto solo quando, dopo una conferenza meramente formale, il Presidentissimo Binaghi ha annunciato per il centrale del Foro Italico l’installazione di un tetto per l’edizione 2019 degli Internazionali. Lodi per lui, descritto come genio o illuminato santone dagli imperituri addetti ai lavori della Federazione.
Molti, però, ignorano il fatto che tra due anni, all’incirca, i criteri dell’ATP cambieranno, e ad un torneo di tale spessore, per la mancanza di un impianto adeguatamente attrezzato, potrebbe essere tolto il grado di Master 1000.
L’Illustre non pensa nemmeno a questa ipotesi, convinto ancora, Lui, che dallo storico impianto del Foro possa nascere dalle ceneri un quinto Slam.
È importante dunque, per una buona informazione, chiarire quali siano i reali effetti che la presenza di un tetto può portare a livello di gioco.
Uno dei luoghi comuni più presenti tra gli appassionati sostiene che, una volta completata l’operazione di chiusura, la velocità di palla aumenti.
In realtà, come dimostrato da validi studi scientifici dei quali, per mio gentile spirito di misericordia, vi servirò un semplice riassunto evitando di inserire i complicati dati numerici riguardanti pressione, spin, tasso di umidità e densità dell’aria, la verità è un’altra.
In media, una volta completata l’operazione, i colpi dei giocatori perdono dai sette ai nove chilometri orari di velocità, effetto dovuto al fatto che i macchinari dediti al ripristino delle condizioni ambientali all’interno di uno stadio vadano a seccare il feltro delle palline, causando un aumento di diametro di due millimetri. Ad occhio nudo, questa alterazione appare impercettibile, ma a livello fisico ogni dettaglio, anche minimo, porta poi a risultati degni di nota. Il cambiamento non è dovuto, dunque, alle modifiche che potrebbe subire la superficie, ma al cambiamento di densità dell’aria (il complesso sistema di meccanismi che regola l’ambiente all’interno di un campo coperto porta le condizione all’interno dello stesso ad una temperatura di 24 gradi con il 50% di umidità).
Al momento, l’unico grande torneo in terra rossa che presenti campi dotati di copertura mobile è quello che si svolge a Madrid ad inizio Maggio. Il campo spagnolo, però, differenzia dagli altri perché costruito in altura, artefice quindi di un gioco più rapido.
Si aprono i dilemmi ed i dibattiti sulla questione, tra i quali spicca anche, da parte del comitato dei giocatori, la polemica per la quale i campi coperti, essendo soltanto i principali, favoriscano ancor di più i tennisti d’élite, ai quali viene permesso, in giornate di pioggia, di portare a termine il loro programma con sicurezza.
Dubbi, domande, idee.
La certezza è una sola: il tetto ci vuole, è indispensabile.
Compito degli organizzatori, magari, renderne l’utilizzo meno unilaterale, ma questa, in fondo, è tutta un’altra storia.

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