Il rovescio a una mano: l’essenza del tennis in un sol gesto

Il rovescio a una mano: l’essenza del tennis in un sol gesto

E’ il colpo più elegante nel tennis, tanto bello quanto ormai raro a vedersi. Ha dovuto lasciare spazio alla maggiore sostanza del gesto a due mani ma, per i romantici di questo sport, è un colpo da salvare e tramandare. Indipendentemente dalla sua efficacia.

di Carmine De Fazio
“A volte dovremmo fermarci e pensare a come i piccoli gesti quotidiani di una volta siano cambiati nel corso degli anni”. Così potrebbe cominciare la solita ramanzina che un nostalgico dei tempi d’oro che furono avrebbe voglia di fare al giovane di turno: e noi, che da sempre siamo per i nostalgici, la prendiamo in prestito. Arbitrariamente, pur non essendo certi di far cosa gradita al lettore.

Dicevamo: come cambiano i piccoli gesti quotidiani. Una volta si scriveva su carta Fedrigoni e penna Montblanc. Ora iPad con account Gmail: stesso costo degli strumenti in negozio, stessa tipologia di messaggio, scritta, ma vantaggi e svantaggi da entrambe le parti. Il piacere di ascoltare la punta della penna che raschia la carta contro il ticchettio delle dita sulla tastiera, l’attesa del recapito del messaggio contro l’immediatezza del suono preimpostato della consegna, la linea orizzontale che annulla la parola scritta per errore contro la freccetta verso sinistra che non lascia traccia dello sbaglio compiuto.

La differenza sta tutta nel senso romantico delle cose, della poesia dei gesti, di una lacrima versata e assorbita da un foglio o rimbalzante su un display, se decidi di morire di tisi o su un razzo intergalattico, se decidi di scrivere “che” invece di “ke”. Se il tennis, come diceva qualcuno, per esempio, è un’esperienza religiosa, devi decidere se stare con il Cristianesimo o con Scientology.

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Già, il tennis. Alcune cose sul campo da tennis seguono lo stesso principio: c’è chi urla e c’è chi si tiene tutto dentro, c’è chi chiama “Occhio di falco” con il braccio alzato e c’è chi lo accenna col dito, c’è chi accarezza la palla e c’è chi le tira una sberla, c’è chi vola sul campo e c’è chi lo calpesta come con un fuoristrada, c’è chi chiude il diritto con l’avambraccio vicino alla spalla e chi con l’avambraccio sulla testa.

Sono solo due teorie e la storia del tennis ci ha insegnato essere entrambe vincenti. Ce lo ha insegnato il tempo, l’evoluzione dello sport, dei materiali, dei movimenti. Il tennis ci ha detto che non c’è un modo migliore di giocare, di eseguire passanti lungolinea o un servizio. Ci sono solo i giocatori leggendari, quelli in attività e quelli ritirati da anni, a spiegarci con i loro successi che il tennis è fatto di troppe variabili, di troppi elementi: ognuno di noi può solo scegliere cosa gli piace di più esteticamente, sportivamente.

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Richard Gasquet

C’è un gesto però, uno specifico gesto, che ti fa stare da una parte o dall’altra. È quel gesto che divide i tennisti. È quel gesto che ti fa essere per la forma o per la sostanza, per la poesia o per il saggio scientifico, per i Beatles o per i Rolling Stones, ti fa stare, insomma, dalla parte del romantico o del realista.

A una o a due mani?

Questo è il quesito.

Quando la palla arriva sulla tua sinistra (o dall’altro lato se sei mancino) che si deve fare? Con quante mani afferrare il manico della racchetta?

Il rovescio.

Una delle regole del tennis moderno sembra essere quella che il perfetto giocatore dovrebbe avere due tipi di rovescio: a due mani per ribattere da fondo campo e a una mano per la volée di attacco.

Potremmo stare qui ore a chiedere e poi a giudicare se state dalla parte di Connors o di Mc Enroe, dalla parte di Agassi o di Sampras, di Nadal o Federer, o se, non sapendo scegliere, optate per la versione Borg che aveva un rovescio che assomigliava a un diritto un po’ a due mani e un po’ no.

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Bjorn Borg

No, francamente non ci interessa. Ci interesserebbe di più sapere che libri avete letto, che film avete visto, che scarpe indossate, che musica ascoltate, se avete scelto Lettere o Ingegneria all’università per capire da che parte state. E noi non vi diremo che libri abbiamo letto, che film abbiamo visto, che scarpe indossiamo, che musica ascoltiamo e se siamo umanisti o ingegneri.

Vi diremo solo che stiamo dalla parte del movimento aggraziato ed elegante, dalla parte del braccio disteso, stiamo da quella parte lì, insomma. Fate voi.

Perché qui non si parla di efficacia, di vittorie, di statistiche numeriche. Qui non si parla di trofei alzati, di velocità della pallina, di quante volte uno ha vinto o perso contro l’altro.

Qui stiamo solo provando a legare un giudizio estetico a un gesto atletico che per natura nasce a una sola mano. Non ci interessa chi è il più forte: ci piace godere per un gesto, ripetuto, incrociato o lungolinea, volée o back e avere la percezione, ancora una volta, che buona parte del tennis sta tutta là dentro.

Vorremmo infine chiudere ritornando dall’anziano nostalgico alle prese con il ragazzino. Anzi, precisamente alla risposta stizzita e sprezzante di sicurezza giovanile che probabilmente il secondo ha, nel frattempo, rimbalzato al suo interlocutore e che potrebbe essere stata questa: “Senta, sa, i tempi cambiano, l’evoluzione, la tecnologia, i social, bla, bla, bla…”.

Ma siamo arrivati tardi, purtroppo: l’anziano nostalgico è andato via. Non prima però di aver lasciato un biglietto scritto a penna al ragazzo, che recita così: “Roger e Stefan si sono lasciati”.

 

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