Il teatro di Federer

Il teatro di Federer

Le partite di Federer sono la più concreta rappresentazione di un’opera drammaticalmente teatrale, dove il protagonista è lo sfidante e non più lui.

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Il tutto mi è stato chiaro a metà primo set.
La partita è tirata, gli scambi si fanno intensi, i meravigliosi rovesci di Gasquet fendono l’aria con un fischio nitido e diretto. Dritti e rovesci ad un ritmo folle, un lungolinea del francese schiocca all’improvviso, il recupero di Roger che, una volta di più, mi ricorda quale sia il miglior fisico che la storia del tennis abbia mai avuto in dono.
Si prosegue senza sosta, veloci veloci. Il vincente dello svizzero ed il frastuono del pubblico. Ecco, adesso è chiaro.
Le partite di Federer sono la più concreta rappresentazione di un’opera drammaticalmente teatrale, dove il protagonista è lo sfidante e non più lui. Lo sfidante in questione, oggi, è Gasquet, che entra in campo con l’espressione di chi sa già come finirà la sfida. Sguardo chino, passi veloci ed un tremendo rituale, il cambio del grip, che arriva addirittura prima dell’inzio del match. Richard non lo sa, ma in questa mite serata cinese sarà il vertice irraggiungibile di uno spettacolo crudo e crudele. Senza lui, infatti, il demiurgo svizzero non potrà manifestare la sua indole divina, condizionare la platea, illuminare di un bagliore candido e preciso il centrale adibito ad elegante palcoscenico.
Il pubblico brama qualità e caratura, accettando, però, un solo ed unico risultato.
Capisco come non esista nulla più sadico di uno spettacolo, soprattutto se lo spettacolo sei tu.
Il primo game apre le danze e Richard tiene il servizio, Federer lo segue a ruota accompagnato dagli applausi. Entrambi fronteggiano una palla break, l’elemento che, nella fine trama drammaturgica, serve a concedere suspance alla faccenda. Il clima si scalda, un tirato primo set entra nelle fasi decisive. Gasquet, finora autore di un’ottima prova, rispetta il copione. Federer ha giocato peggio, più falloso e spesso impaziente, prodigandosi in errori banali che fanno temere il peggio ai sudditi ansiosi. Siamo all’apice del dramma, ogni punto pesa come un macigno.
Roger alza il ritmo, spinge al servizio e carica più spesso il dritto dal centro del campo, imponendo allo scambio un ritmo sempre più ferrato che asfissia gli ipnotizzati spettatori. Richard tenta l’ultima resistenza, seguendo a rete una risposta di dritto che cade troppo morbida sul rettangolo del Vate. Passante di rovescio ed acme di piacere per la folla estatica, che focosamente grida alla prodezza del proprio beniamino. Un altro paio di punti, con il francese rassegnato all’idea della sconfitta, prima di un secondo set puramente formale. E’ questo il momento, per Federer, di incantare con plastica perfezione l’adorante pubblico, interpretando per mezz’ora il ruolo con il quale, da più di un decennio, si sente in simbiosi: l’inattaccabile dittatore, il più puro degli angeli scesi in terra per divina concessione. Si libbra sul terreno di gioco e mortifica il francese, ormai ridotto a semplice controfigura, con prodezze irreplicabili ed ultraterrene. Detta legge e lo fa a modo suo, con garbo, ricevendo l’assoluto consenso di un pubblico ormai suddito.
Si conclude, dopo ottanta minuti, la sceneggiatura premeditata. Gasquet esce dal campo consapevole di aver svolto al meglio il suo ruolo. Da lui tutto è dipeso. Il destino, malvagio ed ingiusto, gli ha chiesto resistenza, quanto più ne fosse in grado di offrire, soccombendo poi, sommessamente, con lentezza e silenzio.
Federer si lascia bagnare dagli elogi, piacevolmente soddisfatto per aver disposto di ogni carta disposta sul tavolo da gioco con mestiere ed astuzia.
Mi accorgo, come mai ero stato in grado di fare, di quanto il tennis, e le partite di Federer, non siano altro che la perfetta trasposizione di un copione limato al dettaglio.
Dostoevskij cercò invano di rappresentare un uomo totalmente buono, prendendo spunto da modelli letterari quali Don Chisciotte e Pickwick, risultando però schiavo di un preconcetto troppo difficile da assolvere con adeguatezza.
Federer appare invece come personaggio perfettamente disegnato per una straordinaria opera di dramma teatrale, quel teatro che così pienamente si incarna nelle trame del gioco del tennis.

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