Le donne, il tennis e le battaglie etiche: tanti auguri!

Le donne, il tennis e le battaglie etiche: tanti auguri!

Nella storia del tennis femminile, si sono verificati alcuni episodi e situazioni che hanno costituito delle pietre miliari nello sviluppo di un settore che negli anni ha conquistato un’adeguata parità, visibilità e credibilità. In una giornata come quella di oggi, vogliamo riesumare le gesta delle madrine di questo sport… Auguri, ladies! di G.Lupi

“Non è una questione venale, ma di uguaglianza. Il tennis è il primo sport femminile nel mondo, rappresentiamo tutte le donne, e vogliamo vedere riconosciute le nostre ragioni”, ripete a più riprese l’afroamericana Venus Williams.

Sono trascorsi 42 anni dall’8 marzo del 1972, quando le donne che manifestarono con cartelli considerati “scandalosi” in piazza Campo dei Fiori a Roma chiedendo, tra le altre cose, la legalizzazione dell’aborto, vennero caricate, manganellate e disperse dalla polizia. Da allora ci sono state diverse conquiste per l’autodeterminazione femminile ma, come si legge nel volantino dell’iniziativa, “purtroppo si sta assistendo a una una strategia politica che ripudia il principio di laicità dello stato e mira a ridurre gli spazi di autonomia e libera scelta di poter vivere liberamente la propria sessualità, non solo delle donne, ma di tutti”.

Il mio obiettivo quest’oggi, nella Giornata Internazionale della Donna, è quello di rispolverare, dalle menti degli appassionati, le gesta delle tenniste che hanno caratterizzato l’ultimo trentennio di tennis, analizzando, quanto più possibile, le loro caratteristiche tecnico/tattiche, fisiche e mentali. Vi chiederete quindi il perché io abbia esordito con due citazioni che apparentemente non hanno molto a che fare con l’argomento che tratterò: ritengo che non si è mai troppo ripetitivi, specialmente in giornate di memoria come queste, quando si tratta problematiche di questo genere, e che questo debba essere un punto di inizio e non un punto di arrivo per le generazioni future, sia in campo che fuori. Queste donne ci hanno dimostrato, se ce ne fossimo dimenticati, che partendo dal basso si possono ottenere grandi risultati, con sudore, sacrificio e forza di volontà, attraverso battaglie etiche e morali. D’altronde, sono queste le parole chiave nella vita di un tennista professionista.
Senza dilungarmi troppo, vorrei entrare subito nel merito di ciò che sto per proporvi: analizzerò il gioco di alcune giocatrici (Navratilova, Evert, Billie Jean King con riferimenti a Margaret Court, Steffi Graf e le sorelle Williams), da me selezionate, ed, anche se indirettamente, potremo notare come “lo sport della racchetta” si sia evolto nel corso degli anni/decenni.
Partiamo da una specialista del serve and volley: la mattina del 1962 in cui Martina Subertova diventa Martina Navratilova, il funzionario dell’ufficio anagrafe di Praga non può sapere di aver appena registrato il nome di un pezzo di storia del tennis. Nove vittorie a Wimbledon, cinquantanove titoli del Grande Slam conquistati per un totale di 345 trofei, tra singolare e doppio, una longevità agonistica di ventisette anni. Sono assolutamente i numeri di un marchio di successo. Martina stacca dal chiodo le vecchie racchette della nonna e comincia a palleggiare contro un muro. A sei anni gioca per la prima volta su un campo vero e quando vede la palla superare la rete capisce di essere nel posto giusto. “Un giorno giocherai a Wimbledon” le profetizza Miroslav, suo padre. La Navratilova, emotiva, implacabilmente aggressiva donna guerriera, attaccava ad ogni opportunità e discuteva le chiamate del giudice di linea mentre scherzava con i fans; era martellante e istintiva, con le sue discese a rete e un servizio micidiale, da far invidia a molte delle giocatrici attualmente sul circuito WTA. La ricordiamo per la sua grandissima rivalità con Chris Evert, durata ben 10 anni e che ha portato in auge il tennis rosa a quei tempi. La Evert a fine carriera commentò: “Martina Navratilova è la miglior giocatrice di doppio di tutti i tempi”.
Passiamo allora proprio a Chris Evert: “Ho sempre giocato per vincere. Perdere mi feriva. Sono sempre stata determinata nel voler essere la migliore“ disse a fine carriera. Christine Marie Evert è nata il 21 dicembre del 1954 a Fort Lauderdale, una località a un miglio dalle più belle spiagge della Florida. Il padre era allenatore di tennis e, principalmente per questo motivo, a cinque anni Chris aveva già i fondamentali correttamente impostati. Il suo rovescio era però caratterizzato da una presa bimane che, per l’epoca, rappresentava una vera e propria anomalia e novità. Jimmy Evert era ricorso a quella soluzione temporanea solamente perché la figlia era una bambina molto esile; forse nemmeno lui si sarebbe aspettato che quella scelta avrebbe influenzato le generazioni future. Il gioco della Evert era basato sull’intelligenza tattica, la concentrazione, la perfetta coordinazione nei movimenti, il controllo di palla: era un gioco solido, lineare, preciso, caratterizzato da colpi completamente piatti; si svolgeva essenzialmente da fondo campo, con rare escursioni a rete, effettuate il più delle volte solo per chiudere il punto. Da uomo posso affermare però che un aspetto peculiare della Evert, a parte lo stile di gioco, era l’eleganza, la leggiadria e la sua finezza.
Torniamo indietro di qualche anno e catapultiamoci nel mondo della stravagante Billie Jean King: Senza dubbio Billie Jean King ha dato l’avvio al tennis femminile come lo conosciamo oggi, a seguito della famosa “Battaglia dei Sessi”, nella quale la tennista americana venne sfidata dall’allora 55enne Bobby Riggs e lo sconfisse con il punteggio di 6/4 6/3 6/3. Quel match fu l’inizio di una svolta clamorosa nel tennis femminile che ha portato nel 2007 gli organizzatori dei tornei, ad equiparare il montepremi maschile e quello femminile. Negli anni ’70 lo stile di gioco che andava per la maggiore e che fu un aspetto peculiare di Billie Jean era il “Serve & Volley” , e la presa più diffusa era la “Continental” che veniva comunemente usata anche durante gli scambi da fondo campo. La sua più acerrima rivale era Margaret Smith Court, anch’essa plurivincitrice di Slam (ben 24 in singolare, record assoluto).
Passiamo ora dagli anni ‘60/ ’70 agli anni ’80, con l’avvento della giocatrice che da molti è considerata la più forte di tutti i tempi (anche se, come ci suggerisce Gianni Clerici, il/la tennista più forte di tutti i tempi è una divinità inesistente). Il suo nome è Stefanie Graff, meglio conosciuta come “Steffi”; atleta completa, rapida, potente e veloce, il suo colpo più forte era il celeberrimo dritto, che le valse il soprannome di Miss Dritto e che le consentì di essere a lungo numero uno della classifica mondiale. La Graff possiamo dire che nella sua carriera ha sfidato giocatrici di tre epoche diverse: Martina Navratilova e Chris Evert agli inizi; Gabriela Sabatini, Monica Seles e Arantxa Sanchez Vicario che sono state sue coetanee (more or less); ed infine ha dovuto contrastare, seppure per poco tempo, l’avvento delle sorelle Williams, principalmente di Venus. In tutta la sua carriera Steffi Graf ha vinto 107 titoli nel singolo e 11 nel doppio, questo la rende la terza giocatrice della storia del tennis femminile per numero di titoli nel singolare. I suoi 22 titoli (singoli) in tornei del Grande Slam sono secondi solo ai 24 vinti da Margaret Court.
Avvicinandoci sempre più ai giorni nostri, facciamo ora un salto e catapultiamoci, con la nostra macchina del teletrasporto, all’inizio degli anni 2000, con l’avvento delle sorelle Williams. Un vero e proprio tornado colpisce il tennis femminile, preannunciando l’inizio di un dominio incontrastato che si protrarrà per 11 lunghi anni, e chissà che non possa continuare con Serenona per ancora 3/4 stagioni. Entrambe le giocatrici basano il proprio gioco sulla potenza fisica e sul concetto di “demolizione” dell’avversario, con traccianti lungolinea ed incrociati che rasentano le righe. Dotate di un grande servizio (caratteristica che le differenzia notevolmente dalle altre), riescono a raggiungere velocità strabilianti in battuta, simili a quelle di molti giocatori dell’ATP. Venus è più agile e si muove meglio sul campo (tralascio nella mia descrizione gli ultimi 3 anni molto travagliati per Venere, a causa di una malattia che le è stata diagnosticata: il “Morbo di Sjogren”), mentre Serena è più potente, non solo dal punto di vista fisico ma anche mentale, grazie alla sua grandissima determinazione e cattiveria agonistica. Venus è stata la prima tennista donna afroamericana dell’era open ad occupare la prima posizione del ranking. Nel decennio 2000-2010 è la giocatrice ad aver vinto di più a Wimbledon, con 5 vittorie su 8 finali (di cui 4 consecutive, dal 2000 al 2003) ed è una delle cinque tenniste (dopo Martina Navratilova, Steffi Graf, Serena Williams e Billie Jean King, la quale, tuttavia, ha ottenuto 2 dei suoi 6 successi a Wimbledon prima del 1968) ad averne vinte 5 o più nell’Era Open (iniziata nel 1968). Inoltre è la tennista che ha vinto Wimbledon del 2007 con la testa di serie e con il ranking più basso di sempre.
Serena è attualmente la numero uno del mondo e vanta ben 17 titoli del Grande Slam in singolare e 13 in doppio, 6 medaglie d’oro olimpiche (4 in doppio con Venus ed 2 in singolare) e 4 vittorie nei WTA Championships.
Tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011, Serena è vittima di un serio infortunio al piede ed di un’embolia polmonare piuttosto grave, a causa della quale ha rischiato di morire. Da lì in poi una lunga serie di successi, tra cui Wimbledon 2012, che ha segnato la sua resurrezione ed un ritorno ad altissimi livelli.
Concludo, come si suol dire, nel modo migliore, o meglio, nello stesso modo con cui ho iniziato questo mio articolo, soffermandomi a riflettere su un’affermazione della mia adorata Billie Jean King, simbolo della lotta sia contro l’omosessualità nello sport, sia della parità di genere.
“Montepremi diversi? Un’assurdità, e a Wimbledon non l’hanno ancora capito. Quanto all’idea di Simon, io abolirei del tutto i match a cinque set: mettono alla prova il fisico e sacrificano il divertimento, si chiede troppo ai giocatori. Le donne poi, per poter giocare, incontrano molte più difficoltà. E c’è un impegno di cui non puoi disinteressarti, ed è quello della famiglia: vediamo i casi di Justine Henin e Kim Clijsters, il loro ritiro è coinciso anche con una gravidanza, in tutto o in parte. È chiaro quindi che le carriere delle ragazze durino meno, molto meno. Non ci sono le stesse opportunità. “Questi uomini ricchi non capiscono quanto abbiamo bisogno dei soldi noi tenniste.”

The last, but not the least… Miss Suzanne Lenglen, la “Divina, come direbbe Clerici. Suzanne Lenglen è il simbolo di un periodo storico e di uno sport. Figlia di Charles Lenglen e della moglie Anaïs, nacque a Compiegne. Durante la gioventù soffrì di numerosi problemi di salute, compresa un’asma cronica che l’avrebbe afflitta anche in età adulta. Poiché la figlia era così fragile e malaticcia, Charles Lenglen, proprietario di una compagnia di carrozze, decise che sarebbe stato bene per lei praticare tennis per rafforzarsi.  Affermatasi alla soglia della Prima Guerra Mondiale morirà alla vigilia della Seconda. Fu campionessa senza avversari e imbattuta da 1919 al 1926, perdendo un solo match in carriera, in un’inaspettata spedizione americana nell’attuale Us Open. Nel periodo tra le due guerre, mentre il tennis cessava di essere un divertimento aristocratico di dilettanti ricchi, e spesso snob, un gioco che le dame affrontavano con le mani ricoperte di guanti bianchi e impacciate da lunghe gonne, Suzanne Lenglen fu la prima ad allenarsi come un uomo. A lei è stato di recente intitolato il nuovo Campo Centrale dello Stadio Roland Garros, sede degli Internazionali di Francia.

Un nostro pensiero è rivolto anche, e soprattutto, a tutte le altre grandi donne di questo sport: Maureen Connolly, Maria Ester Bueno, Tracy Austin, Monica Seles, Jennifer Capriati, Zina Garrison, Lindsay Davenport, Lea Pericoli, Althea Gibson, Martina Hingis, Mandlikova, Sukova, Jana Novotna, Evonne Goulagoong, Mary Pierce, Helen Wills, Brough Luoise, Hart Doris, Bjurstedt Molla, Helen Jacobs e tutte le altre, del passato e del presente. Citarle tutte sarebbe impensabile, ma ognuna, nel proprio piccolo, ha il dovere, oggi, di sentirsi la numero uno.

Buona lettura a tutti e di nuovo tanti auguri, ladies.

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