Novak Djokovic e Madrid 2013: quando il pubblico entra in campo

Novak Djokovic e Madrid 2013: quando il pubblico entra in campo

Novak Djokovic tornerà nel 2016 a Madrid, dopo due forfait consecutivi. Andiamo a ricordare l’edizione 2013 del Mutua Madrid Open quando Nole venne fischiato dal pubblico spagnolo, diventato un secondo avversario…

E’ notizia di pochi giorni fa che Novak Djokovic, numero 1 del mondo, farà quest’anno ritorno a Madrid. Il torneo spagnolo è il secondo master 1000 della stagione sulla terra rossa, poco dopo Monte Carlo e immediatamente prima degli Internazionali d’Italia di Roma. Questo evento, da quando è stato spostato a metà dell’anno e la superficie è cambiata dal cemento alla terra, è sempre stato un po’ particolare: le condizioni in altura, infatti, sono notevolmente diverse da quelle degli altri tornei sul rosso, soprattutto del più importante, il Roland Garros. Stupisce quindi che Nole, dopo averlo saltato per due anni consecutivi (scelta azzeccatissima) abbia deciso di tornare, in una stagione riempita ulteriormente dalle Olimpiadi e con il rischio di sprecare troppe energie in vista dello Slam parigino, suo vero obiettivo.

Ma al di là dell’analisi “tecnica” che si può fare, su quanto questa decisione sia giusta o sbagliata, e sulle possibili conseguenze, e su altrettanto possibile cambi di programma, un’eventuale ritorno in campo di Djokovic nel torneo madrileno non può che richiamare alla mente ciò che è successo l’ultima volta nella capitale spagnola, nel lontano- ma vicino in questo caso- 2013. Viaggiamo un attimo indietro nel tempo. Novak viene dalla schiacciante vittoria di Monte Carlo, in finale contro l’otto volte campione Rafael Nadal, e al primo turno affronta Grigor Dimitrov, che allora non aveva ancora raggiunto l’apice dunque non ancora deluso le enormi aspettative. Sembrerebbe normale amministrazione per Nole. Ma nessuno si sarebbe mai aspettato ciò che è successo: una bruttissima scena di sport.

Il pubblico infatti, ad un certo punto dell’incontro, comincia a fischiare il campione di Belgrado con un pretesto abbastanza risibile, ma molto probabilmente in realtà per il rancore provato verso l’unico, grande rivale dell’idolo di casa, Rafael Nadal. Alla fine del primo set, dagli spalti partono grida di supporto e tifo sfrenato a favore di Grigor, come se all’improvviso la bandiera bulgara fosse entrata nel cuore di tutti gli appassionati iberici. Djokovic concluderà poi l’incontro da sconfitto, anche per i grandi meriti del rivale, non prima di essersi fatto scappare, tuttavia, qualche insulto. Comportamento sicuramente sbagliato, ma non del tutto incomprensibile vista la situazione.

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E alla luce di tutto ciò, forse torna chiaro il perché degli ultimi due forfait del serbo a Madrid. Oltre alla posizione del calendario, alla superficie e al resto, è molto probabile che le ferite di questo episodio per lui- molto sensibile alla mancanza di tifo in certe occasioni- fossero ancora aperte. Proprio per questo stupisce la scelta di tornare nel 2016, nonostante il comportamento incivile degli spettatori di quel giorno sarebbe, a mio parere, un validissimo motivo per non fare più ritorno.

Ma, lasciando un attimo da parte questo caso in particolare, potrebbe sorgere una interessante riflessione: quando, e in quale misura, il pubblico “può entrare in campo”? Perché di questo si tratta: nel match di Madrid, così come in tanti altri passati e futuri, gli spettatori diventano una componente attiva e fondamentale nell’incontro, in favore di uno o dell’altro giocatore.

Il tennis per fortuna, a differenza di altri sport, non ha mai visto esempi di tifo esagerato, violento e pericoloso, almeno nei grandi tornei. Ma di esempi ce ne sono stati numerosi, invece, del tifo che influenza- o almeno ci prova- l’esito della partita. Nel nostro sport, l’unica competizione in cui il tifo da stadio rumoroso e sopra le righe è la norma è la Coppa Davis, dove per ovvi motivi il patriottismo prevale. Ma, in questo caso, i tennisti sanno cosa li aspetta, e una delle difficoltà della Davis è proprio quella di sapere affrontare questo pubblico particolare.

Nelle competizioni più “normali”, invece, raramente capitano scenari del genere. Ma quando ciò avviene, le cause sono principalmente due. Innanzitutto, ritroviamo ancora il patriottismo: succese spesso infatti che un giocatore, quando ha il privilegio di esibirsi in casa, di fronte al proprio pubblico, sia supportato più calorosamente del solito. E questo è assolutamente comprensibile e, anzi, se si resta nel limite della civiltà anche giusto: ricordiamo, per esempio, il tifo sfrenato per Connors, Agassi o Sampras agli Us Open, o, scendendo un po’ di livello, per i nostri Seppi e Fognini a Roma.

Tennis: U.S. Open

Altre volte, però, non ci sono ragioni specifiche per un tifo più appassionato del solito, e la motivazione si trova nel merito di un tennista nell’essersi guadagnato l’amore della folla. Non possiamo che prendere, come esempio, l’emblematica finale dell’ultima edizione dello Slam statunitense, tra Novak Djokovic e Roger Federer, impressa nella memoria non solo per il trionfo del serbo, ma anche per il tifo ceco e, a tratti, maleducato per lo svizzero. Il quale, certamente, non ha colpe, e anzi solo il merito di avere ottenuto con il suo tennis brillante il sostegno totale del pubblico. A New York, così come a Madrid, Djokovic ha dovuto combattere contro due avversari: Federer e gli spalti. E ne è uscito decisamente bene.

Sono queste quindi, il linea generale, le occasioni in cui il tifo, che nel tennis è sempre stato considerato tra i più nobili negli sport, esce dagli schemi. L’altra questione, decisamente più spinosa, riguarda limiti in cui l’amore per un tennista diventa maleducazione nei confronti del rivale. L’intervento del pubblico è inevitabile: il tennis, in fondo, è spettacolo, e lo spettatore vuole esserne partecipe. Agli Us Open, però, si è decisamente passato questi limiti, e sarebbe opportuno che tutti ricordassimo che, oltre al nostro idolo, vi sono l’avversario e la correttezza, cui bisogna sempre portare rispetto.

1 commenti

1 commenti

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  1. Emilio Sobacchi - 1 anno fa

    Aldilà della simpatia dovrebbe contare il gesto tecnico dell’atleta. A me Nadal non è mai piaciuto,ma se è in recupero e mi infila un lungo linea lo applaudo.
    L’antisportivita fa schifo! Letteralmente.

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