Rublev: lo Zverev spumeggiante diventato grande

Rublev: lo Zverev spumeggiante diventato grande

Rublev è uno Zverev meno impostato che colpisce meglio la palla, con più eleganza e, apparentemente, meno fatica.

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A Barcellona, nel 2015, un primo turno visto da me e da qualche scorbuto anziano del circolo spagnolo che non si rassegnava all’idea del sonnellino pomeridiano, vedeva opposto Fernando Verdasco ad un giovane in rampa di lancio. Quest’ultimo, a prima vista effettivamente dotato, era un diciottenne di origine russa, biondo, alto e dai fondemanali incisivi. Ne parlava con finto entusiasmo la coppia destinata al commento, celando malamente la tremenda pulsione, visto lo spettacolo offerto fino ad allora, di darsi la morte percuotendosi con il microfono.
“Ah, questo è Zverev” pensai distrattamente. Il giovane tennista, in realtà altro non era che Andrey Rublev, nato a Mosca il 20 ottobre 1997.
Presentatosi al torneo di Umago da numero 74 del mondo, è costretto a giocare le qualificazioni, perdendo al secondo turno da Attila Balazs. Il ritiro di Borna Coric, eterno predestinato dal roseo futuro (a bocce), gli consente però l’accesso in tabellone, dove con ottime vittorie ottenute su giocatori di rilievo conquista il suo primo, e meritatissimo titolo ATP.
Sarò sincero. Rispetto allo Zverev dall’ovvio successo, che per temperamento e solidità vince e vincerà più di tutti nella propria generazione, Rublev, pur con un carattere incline all’aggressività, è a lui decisamente preferibile. Uno stile di gioco difficile, che non vede vie di mezzo e che necessita, obbligatoriamente, l’introduzione di variazioni quali smorzata, back e gioco di volo, attualmente inesistenti. Ha però quel qualcosa che, guardandolo giocare, non può far altro che colpirmi. Una volta impattato il dritto che pare essere, tra i due, il colpo naturale, la testa della racchetta viaggia ad una velocità esagerata. Il suono che ne deriva, secco e pulito, è quello nitido di uno schiocco di frusta.
Rublev è uno Zverev meno impostato che colpisce meglio la palla, con più eleganza e, apparentemente, meno fatica.
Tira forte, ma non senza criterio.
Sarà merito, probabilmente, di Fernando Vicente, suo coach ed ex pallettaro piacevole alla vista quanto un documentario in bianco e nero interamente dedicato alla vita di una libellula striata.
In ogni caso il torneo di Umago, che nel 2006 vide una finale apparentemente insignificante vinta da Wawrinka grazie ad il ritiro di uno sconosciuto Djokovic, trova un nuovo campione.
Bravo Rublev, ci vediamo a Milano.

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