Un giorno nel Tempio della terra rossa

Un giorno nel Tempio della terra rossa

Pensavo fosse difficile, dopo essere stato a Wimbledon lo scorso anno, che sarei riuscito nuovamente ad impressionarmi di fronte ad uno stadio tennistico. In realtà è stato molto più facile del previsto, e forse, smaltita l’euforia dei primi istanti, è stato ancora più coinvolgente. In una cornice ricca di storia e tradizione, scandita da piccoli vialetti ed angoli suggestivi, tra il profumo dei fiori che ornano lo stadio e la terra rossa baciata dal sole.
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 Questo e molto altro rendono il Roland Garros unico. La sua eleganza strutturale si scontra con la lotta feroce sui campi da gioco e con un pubblico tutt’altro che sobrio. La sveglia suona presto nella nuvolosa mattina del 28 maggio. Colazione e subito pronto per incamminarmi verso la metropolitana di Pigalle, in direzione del Roland Garros. All’uscita della metro potevi decidere se percorrere a piedi il viale che conduce allo stadio, o se attendere l’arrivo delle navette (o meglio, multiple a 6 posti) messe a disposizione gratuitamente, appositamente per l’evento.

Opto per la seconda, calcolando che essendo appena le 9.30 del mattino non ho dovuto fare “a cazzotti” con altri turisti per assicurarmi il primo posto disponibile. La navetta ci lascia all’entrata L dello stadio, ma avendo io un pacchetto convenzionato, mi reco all’entrata S per ritirare il biglietto ed il bracciale per l’area hospitality, giusto in tempo per seguire la cerimonia di inizio giornata dei ballboys e per guardare gli ultimi minuti di allenamento di Serenona sul campo 4.
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 Dopodichè la seguo fino agli spogliatoi, quando erano ormai le 10.30 con la gente che a malapena la riconosceva. La sicurezza, checché se ne voglia dire, mi è sembrata tutt’altro che accondiscendente, al punto che i vari appassionati sapevano che, se da un lato avevano la possibilità di vedere i campioni passare tra i vialetti dello stadio, dall’altro dovevano rispettare i giocatori senza importunarli per foto, selfie ed autografi. E mi è sembrata una cosa sacrosanta. Roba che, se fosse permessa una cosa del genere a Roma, i malcapitati Roger, Rafa, Nole, Maria, Serena ecc. ne uscirebbero con le costole rotte.

E’ stato interessante anche notare come nei campi di allenamento (nei quali si giocano anche match), ad eccezione del 12 e del 18 bloccati da un solo lato, fosse possibile accedere molto facilmente, senza trovare la calca impressionante che si vede in molti tornei, e quindi poter godere delle sessioni di riscaldamento pre-match dei campioni. Passiamo ai match. Curioso di assistere finalmente ad un match su uno dei campi più affascinanti del circuito, l’imponente Chatrier, mi reco all’entrata 8, sul lato Henri Cochet, e due giovani addetti mi accolgono con un sorriso e con parole accoglienti. Mi siedo, e nel mentre mangio una baguette francese, gustandomi un primo set tra Goerges e Wozniacki, con la danese che più passava il tempo, più si avvicinava verso i teloni.
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 Morale della favola? Ha perso, senza essere propositiva e subendo le manganellate di Julia. Si passa sul Lenglen per il match di Serenona, per il quale ho sudato più del previsto, nonostante una temperatura non propriamente estiva, non senza prima aver dato un’occhiata a Sarita che, contro la Witthoeft, ha sofferto più del dovuto, sotto gli occhi di capitan Barazza che ripeteva “Alè Sara, alè!” e “ma guarda tu questa come sta a giocà! Guarda un po’”, rivolgendosi ad un amico. Giusto il tempo di una bibita fresca, e mi reco a seguire quello che sulla carta poteva rivelarsi un match interessante, tra Almagro e Nadal.

Nonostante una minima resistenza opposta nel corso del primo set, lo spagnolo “gold backhand” si lascia sorprendere dalle traiettorie cariche del maiorchino, e finisce per soccombere in modo inesorabile. Si passa allora sul 12, per l’allenamento attesissimo di Roger, tanto che i poveri doppisti del campo 16 hanno avuto per buona parte del match spettatori girati completamente di spalle. Sicurezza molto vigile, due bodyguard all’entrata del campo ed altri che cercavano di lasciare spazio per il passaggio. Bambini ansiosi di ricevere un autografo ma niente. A fine allenamento, Roger preferisce andare via da un’uscita secondaria evitando foto ed autografi. Diciamo che allo svizzero non piace tanto firmare autografi, anche perché anche a Roma spesso evita di fermarsi a firmarli.
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 Anche lui avrà qualche difetto, suvvia. Invano, provo ad entrare al campo due per il match tra Coric e Robredo, ma, ormai a pochi passi dall’entrata, dopo una fila di 30 minuti, mi dicono che lo stadio è pieno e che per ora devo attendere. Ecco, in quel momento ho odiato l’organizzazione, ma me ne sono fatto una ragione e, dopo aver dato una rapida occhiata al doppio delle sorelle Pliskova, sono tornato sullo Chatrier per un divertente match tra Murray e Sousa, con il portoghese che per buoni tratti ha fatto sognare il pubblico francese.

Di Murray mi ha impressionato la solidità e la capacità di riuscire a ribaltare nell’arco di pochi minuti una partita, senza il minimo sforzo. Djokovic, che ve lo dico a fa’? Ha passeggiato per poco più di un’oretta e mezza contro Muller che la terra non sa nemmeno dov’è di casa. Mi reco quindi a sostenere Simone Bolelli contro il serbo Troicki. Da poche settimane Simone si è affidato alla guida tecnica di Giorgio Galimberti e Federico Torresi e questo nuova unione sembra davvero aver portato grandi vantaggio al bolognese. Simone ha inciso benissimo con il servizio e il diritto, sicuramente i suoi due colpi migliori, venendo spesso a prendersi il punto a rete, annichilendo qualsiasi tipo di difesa.
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Peccato per il match con Ferrer, ma la tenuta purtroppo è decisiva nei 3 su 5. Tra un match e l’altro, tra maratone e sorprese, tra match finiti in extremis e altri sospesi per oscurità, inizia a calare il buio sui campi del Roland Garros, e inizia a farsi sentire già la malinconia per una giornata tennistica che è volata. Gli spalti si svuotano, le boutique chiudono, gli spettatori si recano verso le uscite. I teloni pian piano ricoprono tutti i campi. E’ notte a Parigi. Ma il ricordo è ancora vivo.

Di Giorgio Lupi

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