U.S Open Amarcord: Sampras, Agassi e le cinque giornate di New York

U.S Open Amarcord: Sampras, Agassi e le cinque giornate di New York

Us.Open Amarcord: Sampras, Agassi e le cinque giornate di New York

6 Settembre 2001-11 Settembre 2001: nel fugace volgere di cinque giorni la città di New York saggiò tutte le sfumature esistenti della gioia e del dolore. In meno di 120 ore l’epicentro del’occidente venne viziato, deliziato ed infine giustiziato, compiendo il più vertiginoso balzo emotivo che l’umanità ricordi, quello che conduce dall’estasi alla stasi.  Il 6 Settembre 2001 la grande mela fu teatro di uno degli incontri meno dimenticabili della storia del gioco, quello che vide contrapporsi i pilastri del tennis statunitense: Pete Sampras ed Andrè Agassi.
I due, Pete ed Andrè, furono protagonisti di una delle più durature e feconde convivenze agonistiche della storia del tennis, fungendo reciprocamente da pungolo, riferimento ed ossessione per l’inscindibile rivale.
Complementari e antitetici, ogni punto di forza dell’uno sembrava essere funzionale alle debolezze dell’altro, rendendo ognuna delle loro 34 sfide mai uguale alla precedente, regalando, anche nei momenti meno esaltanti di questo dualismo, impareggiabili lampi di trascendenza tennistica.

Le premesse di quel benedetto 6 Settembre però erano tutt’altro che incoraggianti: Pete stava vivendo l’ineluttabile crepuscolo di una carriera irreplicabile, di cui, per brevità, ricorderemo solo i suoi 14 titoli del Grande Slam. Sampras, per la prima volta dal 1989, giunse a quell’edizione degli U. S Open sguarnito di successi, il che accreditava ulteriormente la tesi dell’incombente oblio.

Agassi, invece, il suo periodo di afasia tennistica lo aveva vissuto e superato un paio di anni prima. Il Kid di Las Vegas visse gran parte della seconda decade degli anni 90 nel più totale smarrimento personale. Il variopinto istrione, dopo aver saltabeccato con immutata naturalezza dal mondo della racchetta a quello dello spettacolo, finì col farsi centrifugare da questa schizofrenica condotta esistenziale, smarrendo la spontaneità degli esordi e la brillantezza degli anni d’oro.

Solo grazie ad una provvida sosta psicanalitica, oltre al decisivo contributo tecnico di Brad Gilbert, Andrè circumnavigò l’abisso, mondandosi da ogni scoria del passato e riappropriandosi di tutte le virtù dissipate negli anni precedenti.
In virtù della progressiva cedevolezza dell’uno e dell’inoscurabile lucentezza dell’altro, la sfida si presentava come un risarcimento danni cumulativo in favore di Agassi, cui l’aguzzino Sampras aveva inflitto le più dolorose abrasioni della carriera.

Le prime battute dell’incontro sembrano avallare questo canovaccio annunciato. Agassi approccia il match con inusitata baldanza, quasi come se ignorasse che a pochi metri da sè ubicasse il datore di buona parte dei suoi incubi.
Andrè dá la netta sensazione di voler tutto e di volerlo il prima possibile, come se in cuor suo temesse l’ennesima beffarda gogna. Sampras resiste all’onda d’urto iniziale, aggrappandosi al salvifico servizio fino a metà del primo set, quando decide di presentare alla platea newyorchese l’inossidabile gagliardia del fuoriclasse che fu.

Da questo momento ogni aderenza con la realtà o anche solo con la verosimiglianza viene sfrattata dal rettangolo di gioco: ora c’è posto solo per l’incredulità, l’ammirazione e la stupefazione.
Agassi e Sampras danno vita ad un nuovo genere metatennistico, in cui si intersecano poesia, ferocia e magia.

Ogni punto è un concentrato di delizie, una  progressione di beatitudini oculari che consegna agli abbacinati spettatori l’imbarazzo di dover serbare una tale quantità di primizie.
L’asfissiante successione di sindromi di Stendhal trova il suo naturale approdo nel tie break. Sampras cavalca l’inerzia positiva dei game antecedenti, procurandosi subitaneamente il vantaggio che lo conduce al triplice set point sul 6-3. Quando il tennista di origini elleniche già pregusta l’inizio di una nuova impresa ecco che, nello sconcerto generale, il braccio di Sampras si irrigidisce.

Una paralisi emotiva che consente ad Agassi di inanellare una serie di quattro punti consecutivi, guadagnandosi un set point da giocarsi sul servizio di Pete. Sampras imbratta un primo set celestiale con una voleè ignominiosa che si accascia nel grembo della rete.
Aggiudicatosi il primo set Agassi prova a centellinare le energie nervose, cercando di non abusare della congenita frenesia. Il tentativo di mitigare la propria natura si rivela controproducente. Sampras appprofitta della temporanea crisi di identità del Kid, dando l’impressione di poter far volgere a suo favore il secondo parziale da un momento all’altro. Nonostante l’apparente dominio di Pistol Pete anche il secondo set viene deciso dal tie break. Stavolta Sampras disputa il gioco decisivo con impeccabile linearità, tenendo tutti i propri turni di servizio e agevolandosi del vistoso calo dell’avversario.

Pareggiati i conti l’incontro riprende quota, superando ogni limite di beltà precedentemente stabilito. Agassi sbuffa, gesticola, passeggia compulsivamente. Cesella vincenti che sfidano ogni principio fisico-gravitazionale, brevettando risposte e passanti talmente anticipati da apparire quasi premeditati, come se preveggesse con largo anticipo rispetto al resto del mondo traiettorie ed effetti.

Se ogni stato d’animo di Agassi è palese, ostentato ed iperbolico, lo stesso non si può dire a proposito della condotta emotiva di Pete. Sampras infatti è un fortino impermeabile alle oscillazioni psichiche che un incontro di tennis regala. Sguardo velato da una cronica malinconia, mimica facciale inesistente, linguaggio del corpo intraducibile. Per gli avversari, per gli spettatori, probabilmente persino per gli stessi familiari è impossibile scovare impercettibili dettagli che ne rivelino l’effettivo stato d’animo. Ciò che non ha bisogno di spiegazioni o didascalie è il suo gioco: un serve and volley elegante, puntuale ed incessante, riflessi felini, un dritto demolitorio e un servizio così gravido di soluzioni da procurare esaurimenti nervosi a generazioni di avversari.

Nel terzo e nel quarto set  le virtù di entrambi si fondono, si accoppiano e si moltiplicano, rendendo vano ogni tentativo di catalogare l’evento. La storia del tennis annovera una vasta gamma di incontri leggendari, mai nessuno però aveva raggiunto una tale densità di vincenti e una così bassa percentuali di errori.

Come nei due set d’apertura anche nel terzo tocca al tie break spezzare il permanente equilibrio. Agassi si produce in un nuovo tentativo di autosabotaggio, partendo ad handicap per la terza volta consecutiva. Se nel primo Sampras ha delittuosamente vanificato l’elargizione, nel secondo e nel terzo non persevera nell’inconcludenza. Il terzo parziale si conclude con un urlo liberatorio di Sampras, la cui umanita’ per una volta sfugge al suo marziale protocollo.
Imbruttiti dalla visione di sequenze di tie break avvilenti, nel corso dei quali colossi dal servizio sismico si sfidano a colpi di ace, concepiamo a fatica la possibilita’ che una delle piu’ gratificanti esperienze tennistiche mai andate in scena si sia stata caratterizzata da ben quattro tie break su quattro set disputati.
Una sfida del genere pero’ non poteva che svilupparsi ed epilogare sotto l’insegna della piu’ irrisolvibile incertezza.
Nel 13esimo gioco del quarto parziale Sampras racimola nuovamente un cospicuo vantaggio, profittando di un Agassi spento e sfiduciato. Pete maschera da par suo un indolenzimento muscolare che potrebbe rimotivare il rivale. Il match point restituisce tutta la grandezza e la sopraggiunta fragilita’ di entrambi. Agassi serve allo stremo delle forze, limitandosi ad una prima di puro contenimento. Pete non ha la forza di sbranare, come meriterebbe, quell’invito a nozze. La risposta e’ un flebile slice che costringe Agassi ad un dritto lungolinea fallimentare, che esala l’ultimo e definitivo rantolo ben al di sotto del net.

Una standing ovation interminabile accompagna lo scambio di complimenti che i due campioni si tributano vicendevolmente, una volta deposte le armi. In cuor proprio ogni singolo spettatore presente o visionante sa che quello appena conclusosi sara’ il canto del cigno di entrambi. Quello che in pochi immaginano e’ che sara’ anche la fine dell’incantesimo tennistico americano. Cio’ che nessuno potra’ prevedere e’ che il supremo piacere vissuto nel corso di quel fantasmagorico 6 Settembre 2001 verra’ polverizzato, non piu’ di cinque giorni dopo, dal piu’ vertiginoso balzo emotivo che la storia ricordi: quello che conduce dall’estasi alla stasi.

0 commenti

Commenta per primo!

Inserisci qui il tuo commento

Recupera Password

accettazione privacy