Un giorno nella Queue di Wimbledon

Un giorno nella Queue di Wimbledon

La storica Queue di Wimbledon vissuta dalla notte sino al mattino tra conoscenze, freddo e un’organizzazione perfetta. Un’esperienza vissuta e raccontata da uno dei ragazzi di Tennis Circus in questo Wimbledon 2018.

di Giovanni Romano, @https://twitter.com/Giocker22

Wimbledon è un po’ il sogno di qualsiasi appassionato di tennis. La tradizione, il fascino, l’erba e tanto altro fanno di questo torneo il più importante. Ogni anno decine di migliaia di spettatori vengono a vedere il palcoscenico tennistico al mondo per eccellenza.

E lo fanno comprando i biglietti. E non è così facile.

Chi non ha disponibilità economiche elevatissime (su Viagogo il peggior centrale sta a 1500€ durante la prima settimana), ha ben poche possibilità:

  • Il Public Ballot, meglio conosciuto come sorteggio, per cui si fa richiesta entro dicembre (chi viene estratto può comprare il biglietto, il giorno e il campo sono scelti casualmente);
  • Essere dei cecchini online il giorno prima su Ticketmaster (ma essere bravi non è sufficiente, e manco bravissimi, visto che i biglietti vanno via in pochi secondi);
  • Andare su internet e acquistare un pacchetto viaggio + hotel + biglietto (leggermente dispendioso);

Oppure fare la Queue.

La che?

La Queue. La fila.

ATTESA – Ogni giorno del torneo migliaia di appassionati tennistici si fanno ore e ore di attesa per un biglietto. È un’esperienza tra il surreale e il pazzesco, tra la determinazione e la stanchezza.

E ne vale la pena.

Se si vuole vedere l’erba del All England Lawn Tennis and Croquet Club è la possibilità più semplice. Il tutto sta nel sapere a cosa si va incontro. Da decenni ormai è uno degli aspetti che rendono Wimbledon unico, il più prestigioso e il più affascinante torneo di racchette.

Esco dal mio ostello alle 2.30 del mattino, chiamo un Uber e mi faccio lasciare a ridosso dell’entrata numero 3 del circolo. Il conducente, un signore di origine indiana un po’ sordo da un orecchio ma di buon umore, vuole essere sicuro che io sappia a cosa vado incontro: «Hai da mangiare? Da bere? Una felpa? Guarda che dovrai aspettare ore eh!».

«C’è tanta gente ogni giorno?»

«Non hai idea quanta. E prendere la macchina a quest’ora è ottimo perché almeno non c’è traffico».

Mi lascia all’entrata, mi saluta e aggiunge un in bocca al lupo.

All’ingresso, sebbene siano all’incirca le 2.50, ci sono già degli steward, vigili e con la giacca catarifrangente: «Per la Queue? È il gate 10, segui il percorso».

E così faccio. Se a Church Road non c’è un’anima (sapete com’è, sarà l’orario), ad un certo punto le luci di alcuni lampioni e un paio di taxi che accostano mi fanno intuire che i miei timori di vagare per la notte senza trovare la meta sono assolutamente infondati.

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NOTTE FONDA – Arrivo all’ingresso dieci, e altri steward mi dicono semplicemente di seguire il percorso. Il sentiero è lungo, ci sono due persone poco più avanti a me. Arrivo in fondo, altri steward mi indirizzano a dei colleghi. È tutto buio e siamo semplicemente in un campo con un piccolo bosco sulla destra, ma di base è una distesa verde grande come un paio di campi calcio attaccati. Per farmi capire dove stanno i colleghi, si scambiano un breve flash con la torcia: l’utilità della giacca catarifrangente. Prima di andare mi pregano di fare silenzio: non me ne sono ancora accorto, ma da lì a pochi metri parte una distesa di tende: decine e decine. Stanno lì dalla notte del giorno prima, vogliono tutti vedere Federer – che giocherà contro Struff il terzo turno quel giorno, sul campo centrale.

Ringrazio e silenziosamente arrivo agli ultimi steward del mio viaggio. Mi assegnano un biglietto, riescono a intravedere il mio sguardo vagamente interrogativo e una ragazza dello staff mi illumina: «È il biglietto della fila». Un biglietto per fare il biglietto. È una matrioska? «Su quel biglietto c’è il tuo numero nella fila, sei il 1764, sicuro entri, ora prendi posto, verso le sette sette e mezza ci si muove». Sono le tre e spicci, dovrò aspettare quattro ore.

Mi stendo nella Queue, tiro fuori il telo, mi ci sdraio e osservo la situazione: le file delle tende sono messe in ordine rigoroso a seconda dell’arrivo, l’ultimo centinaio di persone però è come me, solo col telo, alcuni senza neanche la felpa. La ragazza arrivata un minuto dopo non ha neanche un lenzuolo dove sedersi. Si è sdraiata sull’erba e prova a riposare. Sembrerebbe tutto bello se non fosse che fa freddo. Tanto, e umido.

Continua ad arrivare gente. Io però non riesco a dormire. Osservo il signore accanto a me, ha la cravatta, decisamente curioso. Almeno riesce a dormire.

Passano le ore, fa freddo parecchio, e finalmente inizia ad albeggiare.

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WIMBLEDON ALL’ORIZZONTE – La gente inizia ad uscire dalle tende e respira il giorno nascente, mentre continuano ad arrivare persone a rinforzare la fila. Alle 5 saranno arrivate altre centinaia di persone. Aprono anche gli stand per il cibo e la colazione, e chi si era accorto che c’erano. Stavolta le file che si creano sono per ordinare tè, caffè e qualcosa per colazione.

Migliaia di persone. E tutte accumunate esclusivamente dalla passione per il tennis. Commovente.

Prendo il mio tè, riesco ad ustionarmi (è rovente) e torno alla mia postazione in fila. Tanto nessuno scavalca il posto altrui. Capisco che, in fondo, la mia posizione da 1764esimo non è così male, vista la mole di gente arrivata dopo.

Sento parlare in italiano, connazionali appena arrivati, vado a chiedere qualche informazione. Uno di loro conosce bene la situazione, si chiama Christian, mi fa vedere con un certo orgoglio tutti i braccialetti dei giorni precedenti (ogni giorno al colore di un braccialetto corrisponde un campo. Si possono comprare i biglietti del Centrale, o dei campi 1, 2 o 3), e mi spiega che quel giorno lui non ha obiettivi particolari «Ci tenevo da matti a vedere il mio defending champion sul centrale lunedì in apertura. Sono arrivato sabato mattina alle 3 con la tenda e tutto pur di garantirmelo». Mi fa vedere il video del match point: si vede bene la partita sul centrale di Wimbledon.

Ma che biglietto riesco a prendere io?: «Il 2 senza troppi problemi, ogni giorno mettono a disposizione 500 per il centrale, 500 per il campo 1 e un 400 per il campo 2. Ma di tutta quella gente che sta davanti a te, alcuni rimarranno in fila per prendersi il posto per domani per entrare sul Centrale. Vogliono vedersi Nadal».

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LE CONOSCENZE- È ancora presto però, ci sarà ancora molto da aspettare. Allora, per ingannare l’attesa ed evitare di sprecare la batteria dello smartphone mettendomi a scrollare qualcosa, attacco bottone con il mio vicino di Queue. Il signore distinto, ben vestito, che dormiva vicino a me: la cravatta è rosa su camicia nera e il completo forse leggermente troppo grande, ma fa la sua figura. E adora la fila, forse troppo: «Sono vent’anni che vengo a Wimbledon. Non ho mai comprato un biglietto in anticipo. Vengo diverse volte nella stessa edizione e faccio sempre la fila». Sempre? «Si, è parte della tradizione. Esiste da che io mi ricordi. Ho partecipato anche diverse volte al sorteggio dei biglietti, non sono mai riuscito a vincerli, ma non mi importa. Adoro venire qui, e non mi pesa arrivare la notte, la mattina o il giorno prima. Questo è uno dei posti più belli del mondo». Racconta tante storie, di finali, di incontri, di persone incontrate nei corridoi tra i campi di erba del club, di come, da quando si sia messo in pensione, adori ancora di più venire ad annusare l’Erba del torneo più bello del mondo. Conosce a menadito ogni funzionamento della procedura della Queue: «Vedi, tutti questi steward ben vestiti sono ex militari. Precisissimi. Sanno già come fare tutto. È tutto super organizzato e nessuno può scavalcare la fila». In Italia sarebbe impossibile da organizzare tutto questo, e glielo spiego anche. Ride: «Probabilmente da nessun’altra parte, per un torneo di tennis».

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Chiacchierando con Tony, così si chiama questo strano, ma pittoresco personaggio, si fanno le sette e qualcosa: le tende non ci sono più e le ci si sta mettendo in moto. Il sole è più forte e il freddo è quasi del tutto svanito. Tony mi dice tutto quello che, puntualmente, sta per accadere. Passano gli ex militari a dirci di rimetterci a posto che fra poco si parte. Di poche parole ma sorridenti, d’altronde siamo in Inghilterra. Nell’attesa ragazzi di Amazon offrono ciambelle e dolci gratuiti. Altri offrono caffè. Iniziano a esserci dei cartelli: «Welcome to Wimbledon. In pursuit of greatness», e già si respira la leggenda. Passano le ore ma non pesano, si cammina, lentamente, ma si cammina. «Chi è interessato al campo 2?» Alzo la mano, anche se non capisco: stanno distribuendo i braccialetti. Centrale e numero 1 sono andati pieni, come era prevedibile, ma va bene così. Con quel braccialetto ho diritto al corrispondente biglietto al botteghino. Il programma prevede Anderson contro Kohlschreiber – e allora non avrei mai detto che il sudafricano sarebbe arrivato in finale – e poi Isner contro il malcapitato Albot. C’è anche Thomas Fabbiano, che avrà vita dura contro Tsitsipas, ma la bellezza del campo 12 renderà meno amara anche la sconfitta del connazionale. Tony si è allontanato, ha detto che sarebbe entrato in un secondo momento, spero di rivederlo dentro, ma non accadrà, purtroppo. Intanto supero i controlli di sicurezza e vedo il centrale in lontananza diventare sempre più grande. E poi le casse. Entro ufficialmente dentro il tempio del tennis alle 10, sette ore dopo essere arrivato, poteva andare peggio.

E l’emozione che arriva, appena dentro i cancelli di Wimbledon, è qualcosa che auguro a tutti gli appassionati di tennis, un po’ l’esperienza della Queue. Garantisce il signor Tony.

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  1. Raffaella Pierdominici - 4 settimane fa

    Ma quanto l’ha pagato questo biglietto?

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    1. Emanuela Del Moro - 4 settimane fa

      Gratis…credo!!

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    2. Giovanni Romano - 4 settimane fa

      Magari! Per il campo 2 ho pagato 64 sterline!

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  2. Camilla Petitto - 4 settimane fa

    Francesca che ne dici, 2019?! ❤️

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    1. Francesca Fusca - 4 settimane fa

      Aggiudicato!!!!! ❤️❤️❤️

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  3. Luca Margheri - 4 settimane fa

    Janet Greco

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