Novak Djokovic si racconta

Il numero 1 del mondo Novak Djokovic ha rilasciato al Telegraph una lunga intervista, in cui ha parlato della sua storia, del suo paese, della sua famiglia, dei suoi interessi e di molto altro ancora. Tennis Circus ve la ripropone.
“Vai avanti, goditela”, grida Novak Djokovic. La nostra intervista doveva essere tenuta su un divano malandato sotto la grondaia del Campo Centrale, l’arena principale del torneo di Roma. Ma Djokovic sta sudando dopo un allenamento mattutino, e non vuole che i suoi muscoli si irrigidiscano. Così camminiamo avanti e indietro nei corridoi sotto il campo: una passeggiata che, intanto, ci permette di dare un’occhiata nella vita del giocatore migliore del mondo.

Nel giro di qualche minuto, Djokovic vede le faccia a bocca aperta di un gruppo che passa, firma diversi autografi e saluta tutti con un affabile “buongiorno”. Poi incrocia e guarda con occhi assonnati Stan Wawrinka, uno dei pochi in grado di scardinare il suo gioco. Si ferma regolarmente per fare un po’ di stretching. E, intanto, risponde alle nostre domande in inglese, una delle cinque lingue che parla.

“Ho un progetto su Nikola Tesla che prenderà vita a breve”, dice Nole a un tratto. “L’obiettivo è portare consapevolezza su quanto Tesla abbia contribuito alla civilizzazione del genere umano. E’ sempre stato molto orgoglioso delle sue origini serbe. E la gente ora non sa molto su di lui. E sto cercando di far capire alla gente che se abbiamo la luce elettrica è grazie a lui. La corrente alternata lo ha reso possibile”.

Chiaramente, Novak non è un normale sportivo. Brandire una racchetta non è mai stato abbastanza per Djokovic. Quando è entrato nel tour, era conosciuto per i suoi scherzi e le sue imitazioni degli altri giocatori, che hanno contribuito a formare la sua reputazione di bad boy un po’ invadente.

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Ora, quasi un decennio dopo, è diventato uno dei migliori sportivi del mondo, oltre ad essere forse la più grande celebrità della sua picola nazione. E ha perfettamente senso che uno come lui si identifichi nell’inventore e scienziato Tesla, una figura, secondo lui, sottovalutata e ingiustamente eclissata dai più forti istinti commerciali di Edison e Marconi. Del resto, lui è un uomo, in fondo, che ha passato buona parte della sua carriera dietro a Roger Federer e Rafael Nadal.

“Nadal e Federer sono stati i primi giocatori ad andare davvero oltre al mainstream dello sport”. Questo è ciò che pensa Mats Wilander, ex numero 1 del mondo che ora segue il tennis come cronista. “Novak non ha ancora lo stesso rispetto da parte della gente che hanno loro due. Quei due hanno portato lo sport fuori dai suoi soliti spazi: lo stile di vita, il look, il fatto che sai già cosa ti aspetta ogni volta che vanno in campo. Sono come un concerto dei Rolling Stones. Vedo Novak più come un artista indie, è più imprevedibile e i suoi fans sono irriducibili”, continua Wilander.

Alcuni grandi atleti arrivano completamente formati, come meteore che cadono dal cielo. Non lui, non Novak. Nel 1999, all’età di 12 anni, mentre il suo futuro rivale Andy Murray vinceva il prestigioso titolo dell’Orange Bowl a Miami, Djokovic era solo un bambino ambizioso con una racchetta che sembrava troppo grande per lui. Quell’estate i suoi genitori hanno in qualche modo raccolto i soldi necessari per mandarlo in una scuola di tennis a Monaco di Baviera.

Il fondatore dell’Accademia, l’ex semifinalista di Wimbledon Niki Pilic, non aveva capito che stava allenando un futuro campione. “Si muoveva bene”, ha detto Pilic di recente. “La sua ordinazione era ottima, il suo servizio era buono ma non speciale, e non valeva molto a rete”. Ma questa analisi non prendeva in considerazione le migliori caratteristiche del giovane Djokovic: la sua flessibilità e la sua intelligenza tattica.

Il soggetto è stato esaustivamente esplorato nel suo libro Serve to win, pubblicato nel 2013. Un classico esempio del suo rifiuto di seguire il branco: invece di pubblicare una semplice autobiografia, ha scritto un misto di autobiografia, di guida per la vita e di libro di cucina. Il suo sottotitolo: “Piano di 14 giorni di dieta gluten free per l’eccellenza fisica e mentale”, allude al cambiamento di dieta avvenuto nel 2010, che gli ha permesso di eliminare i problemi fisici e i costanti ritiri durante i suoi match.

Il viaggio di Djokovic verso l’eccellenza fisica e mentale è cominciato nel 1990 a Belgrado, quando la Jugoslavia è entrata in un conflitto etnico. La Serbia dilaniata dalla guerra non è certamente il punto di partenza ideale per un aspirante campione. Nel 1999 ha passato 78 notti in un rifugio antiaereo con la sua famiglia. Usciva solo colpire le palline da tennis nei luoghi recentemente bombardati, poiché era improbabile che la NATO colpisse due volte lo stesso posto.

La sua allenatrice e mentore, allora, era Jelena Gencic, ex giocatrice di tennis e pallamano. Si erano conosciuti sei anni prima, quando la Gencic gestiva un campo estivo per tennisti nella strada di fronte alla pizzeria dei genitori di Djokovic, nella località sciistica di Kapaonik. Un solenne ragazzino era arrivato con una borsa e una racchetta, e aveva premuto il naso contro la recinzione.
In un’intervista con il biografo di Djokovic Chris Bowers, Jelena Gencic ha ricordato “la sua capacità di tenere gli occhi fissi su di me mentre parlavo. La sua straordinaria concentrazione mi ha fatto subito capire che era un ragazzo diverso dagli altri”.

“Parlavamo di vita in generale”, dice Djokovic riguardo ai sette anni passati con Gencic. “Non solo su come colpire un dritto inside out o un rovescio lungolinea. Parlavamo di musica classica, poesia, parlavamo di tutto. Lei è stata un po’ una seconda madre per me”.
“Sono molto grato ai miei genitori, perché le mamme di tutto il mondo sono iperprotettive con i loro figli, e sono stato il primo figlio in famiglia. Ovviamente dovevo avere il permesso di mia madre per passare questo tempo in privato con lei (Jelena Gencic) e perché potesse stare al mio fianco per sostenermi”.

Se Djokovic non è un giocatore ordinario, Gencic – che si è spenta nel 2013 – non era un coach ordinario. Ha passato alcuni giorni a preparare programmi culturali per la tv statale TV Belgrade, e ha contribuito a far entrare la storia, la musica e l’arte negli interessi di Djokovic, e queste passioni pervadono ancora la sua vita.

“In Serbia, le persone si sentono come se fossero trascurate, e hanno bisogno di speranza, di qualcuno che li guidi veramente”, dice Djokovic. “Da quando ho raggiunto la top10 ho visto molte, molte persone venire da me, dalla gente comune in strada ai politici. Tutti avevano la stessa cosa da dirmi: vai avanti, tutta la nazione è con te”.

“All’inizio, quando ero ancora inesperto e stavo ancora cercando di formare il mio carattere, sentivo molta pressione e responsabilità. A volte, forse, mi sono sforzato di dire a me stesso: “Ehi, Serbia qui, Serbia là.” Cercavo sempre di parlare del mio paese. Ma ora reggo la pressione con più facilità. Mi piace essere tra le poche persone che rappresentano la Serbia nel mondo. Quante altre persone hanno questo privilegio?”

Il 3 luglio 2011 Djokovic è davvero diventato ambasciatore della sua nazione. Nella sua prima finale a Wimbledon, ha intrappolato Nadal nella rete del suo gioco preciso e potente (un’esperienza che Nadal ha vissuto anche recentemente nell’Open di Francia). Alla fine della sua vittoria in quattro set, che lo portò al numero 1 del mondo per la prima volta, se ne uscì con una celebrazione mai vista prima nel Centre Court: ha preso un filo d’erba e lo ha mangiato.

Dopo le ore più gloriose della sua carriera, le cose non sono andate come Djokovic si aspettava. Poteva essere diventato il numero 1 del mondo, ma l’attenzione dei fans rimaneva su Federer e Nadal. Mentre loro erano sponsorizzati dalla Nike, lui vestiva il marchio italiano di nicchia Sergio Tacchini.

Nonostante la sua brillantezza, a Djokovic serviva più dei trofei per essere amato. E la sfida era ancora più grande, poiché gli appassionati di tennis erano stati viziati dai cinque anni precedenti. Federer è stato un ritorno al periodo d’oro di questo sport. Nadal invece, con tutta la sua energia e esplosività, sembrava un guerriero atzeco. E Djokovic? Non aveva un’immagine distintiva in campo e fuori. Era solo un grandissimo tennista. Una volta sarebbe bastato, ma i suoi rivali avevano cambiato la situazione.

Il tennis ha sempre premiato gli outsider, e Djokovic ha chiaramente tratto forza dal suo senso di esclusione. Nel suo libro, infatti, lo spiega citando il suo proverbio serbo preferito: “Quando niente ti fa male, metti un sassolino nella scarpa e comincia a camminare”.

Negli ultimi sette mesi, però, qualcosa è cambiato. Non è solo che ha messo insieme una serie di sette vittorie consecutivi negli eventi principali di questo sport (l’ultima sconfitta è quella subita da Wawrinka nella finale del Roland Garros). Tutto nasce, dice, dalla sua nuova responsabilità: non quella verso il suo paese, ma verso suo figlio, Stefan, che è arrivato il 12 Ottobre e ha preso il nome da una dinastia di re serbi del XII secolo.

“Diventare un padre è davvero una grande gioia”, dice Novak, “e mi ha dato un grande senso di soddisfazione interiore e personale di cui avevo davvero bisogno. Speravo che questo mi avrebbe aiutato nella mia concentrazione in campo, e così è stato. Credo che questo possa portarmi solo benefici e sensazioni positive, ed è così che mi sta influenzando già da sei mesi”.

La chiave per la sua stabilità è l’appartamento a Montecarlo che condivide con il figlio, la moglie, Jelena, e i suoi due cani, Pierre e, inevitabilmente, Tesla. Lui e Jelena – laureata in economia alla Bocconi, che ora lo aiuta nella gestione della sua fondazione – si sono sposati lo scorso luglio su un’isola montenegrina, con Viktor Troicki e i piccoli fratelli Djordje e Marko (sono entrambi tennisti, anche se non hanno ancora ottenuto risultati importanti nel tour) tra gli ospiti.

“Jelena è una delle parti più importanti nella mia vita e nella mia carriera”, dice. “Ogni atleta professionista di successo ha un forte ego. Ne hai bisogno e questa è una realtà. Poi però torno a casa e non sono io al centro dell’attenzione. Tutte le mie attenzioni sono su questa piccola creatura, che è il più bell’angelo e la cosa migliore che sia mai accaduta a mia moglie e a me. Quando torno a casa penso solo alla famiglia, e questo mi porta quell’equilibrio e quella serenità di cui tutti gli uomini hanno bisogno”.

Con la sua solita intelligenza, Djokovic ha trovato alcune soluzione isolite al trambusto del passato. Durante i suoi viaggi a Wimbledon, è un assiduo frequentatore del complesso Buddhapadipa, che è il primo tempio buddhista del Regno Unito e si può raggiungere in pochi minuti a piedi dall’All England Club. “Mi piace passare del tempo nel parco e ascoltare i suoni pacifici dell’acqua, e vedere la gente che si rilassa e si connette con la natura”.

Il Buddhapadipa solitamente non ospita atleti multimilionari, ma Djokovic non è certo un esempio tipico. Non troverete molti calciatori che leggono di ingegneria elettrica, che pubblicano libri di cucina e praticano la meditazione. Anche quando tiene da parte il suo “Leonardo” interiore e si siede per guardare la TV, controlla se stesso e monitora i suoi più grandi nemici: l’energia negativa e – ancora più inquietante per i suoi avversari – il potenziale sprecato.

“Adesso io e mia moglie stiamo guardando The Flash”, dice con una risata, “si tratta di uno show televisivo americano, che racconta la storia di un supereroe. Hai bisogno di un filtro, qualcosa che ti faccia evadere dal tennis, che ti rilassi e che ti faccia ricaricare le batterie, in modo che il giorno dopo sei motivato ad allenarti e a ripetere le stesse cose ancora e ancora. Perché, se sei completamente assorbito dal tennis, se non hai una vita sociale, se non hai altri interessi, è molto difficile mantenere questa voglia di vincere”.

“Se vuoi raggiungere le vette più grandi in uno sport così impegnativo come il tennis, è necessario essere in grado di avvicinarsi olisticamente a tutto e di soddisfare tutte le tue esigenze, emotive, private e professionali. Ora mi sto impegnando non solo sul tennis, come ho fatto per la maggior parte della mia vita, ma anche sulla mia famiglia, su mia moglie e sul bambino, e sull’essere davvero in grado di vincere la “battaglia” sul mio ego”.

Come ho detto prima, Djokovic non è uno sportivo ordinario.

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