Carlos Alcaraz, il nuovo Nadal che si ispira a Federer

Storica vittoria all’Atp 500 di Rio per il sedicenne Carlos Alcaraz Garfia, che piega in tre soffertissimi set l’esperto connazionale Albert Ramos Vinolas. Come tutti i predestinati, deve fare i conti con i paragoni iperbolici e le etichette che gli piovono addosso da ogni direzione

di Nicola Balossi

Gli attenti osservatori ne avevano già sentito parlare, se non altro perché è stato lui, l’anno scorso, a interrompere in quel di Alicante la prodigiosa striscia vincente di 16 gare del baby prodigio azzurro Jannik Sinner. Stiamo parlando di Carlos Alcaraz Garfia, una delle maggiori promesse del tennis iberico. Per la cronaca, ai tempi non aveva ancora compiuto 16 anni e la settimana successiva, a Murcia, con la vittoria su Martinez si è aggregato all’esclusivo club dei quindicenni in grado di battere un top 200, cosa che – c’è bisogno di dirlo? –aveva fatto anche Rafa Nadal 17 anni prima.

Se fossimo sani di mente ci batteremmo per un mondo migliore in cui nessuno si permetta di caricare di aspettative abnormi le spalle di un ragazzino imberbe costretto dal suo stesso talento ad affrontare un’esistenza diversa da quella di tutti gli altri, piena di soddisfazioni, per carità, ma anche di sacrifici e rinunce. Ma il mondo e la mente sono quelli che sono, perciò il titolo di nuovo Nadal non glielo toglie nessuno. Per la questione con Sinner, abbiamo una storia già apparecchiata, una rivalità dal potenziale epico, vediamo poi se succederà davvero.

Il nostro Carlos, che non è mancino, è certamente dotato di un agonismo eccezionale e di una mentalità fuori scala per la sua età. Il match di stanotte, il suo esordio in un maindraw Atp tramite wildcard, ne è una prova evidente. Opposto al connazionale Ramos Vinolas, un classico volpone del rosso con il doppio dei suoi anni (32) e tutto l’armamentario di esperienza che ne consegue, compresi due titoli Atp in bacheca, Carlitos mostra una personalità spiccata e irriverente, fa e disfa la partita, procurandosi un mare di occasioni (19 palle break, di cui solo 4 trasformate) senza perdersi d’animo dopo averle sprecate.

Non è facile affrontare un tie break se hai appena sciupato un break di vantaggio e poi due set point, invece il ragazzo rimane calmo e fa suo il primo parziale. Anche nel secondo le opportunità si volatilizzano, dando l’impressione che alla fine il mestiere di Albert sia destinato a prevalere. Infatti nel terzo set Alcaraz va sotto 3-0 e 0/40, il che suona come una resa onorevole. Invece si salva dal doppio break e affonda un parziale di cinque game consecutivi, giungendo fino ai due match point sul servizio avversario, falliti entrambi. A quel punto accusa il colpo e riperde il servizio, ma non si scompone, giusto il tempo di fumarsi altre tre palle break e di approdare tiebreak, degna conclusione di un match che alla fine flirterà con le quattro ore di durata.

Per spiazzarci ancora, il jeu décisif è a senso unico: lo porta a casa lo sbarbato, quello che aveva circa due mesi di vita quando Federer sollevava il primo Wimbledon, per dire. Insomma è innegabile che ci siano parecchi numeri in questo ragazzo, che oltretutto non è solo corsa e botte da fondo, ma esprime un tennis vario, con lob, palle corte e una ricerca della rete non così comune di questi tempi.

Coach Juan Carlos Ferrero, che ha sollevato il trofeo del Roland Garros pochi giorni dopo la nascita del suo allievo e ha raggiunto il numero uno nel settembre dello stesso anno (2003), sa cosa avviene intorno a un giocatore professionista e farà di tutto per metterlo in condizione di crescere gradualmente, senza finire schiacciato dalla pressione. Il bimbo, dal canto suo, ha le idee piuttosto chiare: “Quando passo del tempo con leggende del tennis come Rafa Nadal e Juan Carlos Ferrero non dico una parola ma ascolto ogni cosa che dicono, perché è tutto preziosissimo per me. Cerco di dare il massimo in ogni torneo che gioco, sapendo che questo mi farà crescere.” Non tragga in inganno questa giusta umiltà, perché Carlos, pur lusingato dal paragone con Nadal, ci tiene a precisare che la sua fonte di ispirazione è un’altra, quasi divina: “Mi piace giocare aggressivo e cercare il vincente, con uno stile paragonabile a quello di Federer, cercando la rete e il gioco di tocco”.

Insomma la strada è lunga, ma il ragazzo nato a Murcia il 5 maggio 2003, che ha in bacheca già tre titoli ITF e che ha ottenuto il primo punto Atp a soli 14 anni e 9 mesi (contro i quindici anni di Nadal), non sembra minimamente intenzionato a fermarsi.

Per tornare al presente, sarà interessante vedere come recupererà le energie – soprattutto mentali – in vista del secondo turno con Coria, sulla carta abbordabile, per tutto il resto c’è tempo, possiamo dirlo senza tema di smentita.

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