Dall’Olimpico al Pietrangeli per ripartire: il dualismo tennis-calcio al Foro Italico

Tennis. Slam, Master 1000, 500, 250. Cemento, terra rossa, erba e ancora dall’inizio. La vita di uno sport nobile come quello del tennis si caratterizza con una incessante quanto emozionante ripetizione di un ordine ormai penetrato a fondo in qualunque essere umano capace di fruirne. Ebbene, in Italia come in altri paesi del mondo, continua a vigere la “legge” degli sport di massa, uno su tutti il gioco del calcio. Sport padrone dei palinsesti di gran parte delle televisioni e delle prime pagine dei giornali, sportivi e non , che veicolano giorno dopo giorno il solito denigrante messaggio, collegato ai personaggi che vivono di calcio e a quelli che il calcio stesso lo finanziano come se non ci fosse un domani a cui far fronte.

Tra i tanti sport che ho il piacere di seguire c’è anche il calcio e, proprio perché ne apprezzo molti aspetti, sarei felice se la tendenza che ha ormai assunto cambiasse rotta e si spostasse, per alcune cose, più verso racchette e palline: non mi fraintendete, andrebbero comunque usati i piedi per fare goal, ma uscendo dal rettangolo di gioco, sono convintissimo che il tipo di contesto ideale si avvicina molto più al tennis che al soccer. Non parliamo neanche del divario che c’è tra lo scenario di un Foro Italico ed uno Stadio Olimpico (pochi metri cambiano moltissimo), tra la meraviglia del Pietrangeli e la pista di atletica circondata da barriere e reti dello stadio capitolino (così come la maggior parte degli stadi italiani); sappiamo già che come ci si gode un bell’incontro di tennis, almeno per ora, non potremo fare con una partita di pallone. Ma si dai, lasciamo stare anche gli stipendi dei campioncini, sempre più attori capricciosi, contrapposti alle paghe sudatissime dei tennisti, anche i top, che di certo non ci tengono ad accasciarsi a terra per perdere soldi e posizioni in classifica, oppure a compromettere la propria figura per mettersi contro tutto il circus (e forse per questo i quotidiani potremmo anche ringraziarli).

Qualunquismi a parte, l’incolmabile differenza tra l’appeal dei due sport (economico da una parte e d’intrattenimento dall’altra) condiziona moltissimo il tipo di pubblico relativo all’uno o all’altro sport e, come gli Internazionali BNL che andranno in scena dalla prossima settimana, un altro importante evento sportivo, stavolta calcistico, ha da poco avuto luogo a Roma, con un’incidenza decisamente diversa: la finale di Tim Cup, la vecchia Coppa Italia per intendersi. Stadio Olimpico gremito e milioni di telespettatori collegati via etere, risultato 3-1 per il Napoli sulla Fiorentina.

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Cosa c’è stato prima e durante lo sanno praticamente tutti e non ci tengo particolarmente a citare nuovamente le solite scenate oscene che già ci hanno martellato in questi giorni, così come il nome del capo ultras che è già entrato nella storia della condivisione di massa così come fecero “Ivan il terribile” in quel di Genova e tanti altri prima di lui.

Nel tennis ci è stato lasciato in eredità, come unico drammatico caso di interferenza tra pubblico e giocatore, l’episodio di Amburgo ’93 con protagonisti Gunther Parche, squilibrato fanatico di Steffi Graf, e la campionessa Monica Seles, che in quell’occasione fu pugnalata alle spalle da Parche e dovette rientrare solamente due anni dopo, senza considerare gli strascichi dovuti allo shock subito dalla tennista di Novi Sad. Incresciosi furono anche i fischi discriminatori alla israeliana Peer o le offese alle sorelle Williams in occasione del torneo di Indian Wells del 2001, così come le varie interferenze di pubblici troppo rumorosi o irrispettosi.

Dove si può arrivare, dunque, per capire di cosa stiamo parlando?

La storia di questi due gloriosi sport ha già tracciato delle linee guida ben marcate e, se l’arroganza di alcuni va inevitabilmente a contrapporsi con l’educazione al vivere civile ed al rispetto, l’unico metodo efficace per non dare a questi elementi la possibilità per proliferare è quello della buona informazione unita alla coscienza di essere spettatori prima che ultras e “tifo-dipendenti” come ormai siamo abituati a raffigurarci. Non dovrebbero essere necessarie battaglie e scontri di orgoglio e potere della strada, bensì un po’ di umiltà e di gioia, per condividere con chi ci è accanto la bellezza dello spettacolo offertoci ogni giorno, e quale occasione migliore potrebbe esserci degli Internazionali d’Italia in un così splendido luogo, scordandosi per un attimo, e facendo scordare al resto del mondo, che noi vogliamo essere diversi e, anzi, diventare una cosa sola.

Che si aprano di nuovo le porte allo sport con le sue meraviglie ed il suo appeal all’italiana. E toccherà anche noi fare la nostra parte.

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