Il peso nascosto della sconfitta
Nel tennis professionistico, la pressione non si esaurisce sul campo. A ricordarlo con forza è Gael Monfils, che a 38 anni continua a calcare il circuito con una dedizione che va oltre i risultati. Dopo la recente eliminazione al primo turno dell’ATP 500 di Washington contro Wu Yibing, il campione francese ha deciso di rompere il silenzio e raccontare la parte più difficile e spesso invisibile della vita da tennista: l’odio sui social media.
Non è una novità che gli atleti siano bersaglio di insulti e critiche feroci dopo una sconfitta, ma pochi hanno saputo tradurre questo disagio in parole con la stessa intensità di Monfils. “Se c’è qualcuno che soffre davvero quando perdo, quello sono io. Non capisco chi si diverte a insultare un tennista dopo una sconfitta”, ha affermato in un’intervista carica di emozione.
La forza di non arrendersi
Nonostante l’età e i momenti difficili, Monfils ha spiegato come il desiderio di rialzarsi resti più forte di tutto. “Dopo una partita negativa mi dico anch’io che forse sono finito, che forse dovrei smettere. E quando leggo certe parole, a volte ci credo. Ma la voglia di trovare soluzioni è ancora più forte”, ha confessato.
Queste parole rivelano una vulnerabilità autentica, resa ancora più significativa dal contesto: il francese continua a competere non per obblighi contrattuali, ma per passione, per amore verso uno sport che lo ha formato e messo alla prova per oltre due decenni. “Forse è vero che sono finito da tempo, ma non mi arrenderò”, ha dichiarato con fierezza.
Oltre la superficie: una vita non sempre glamour
Molti immaginano la vita dei tennisti come un continuo viaggio tra hotel di lusso, grandi città e gloria sportiva. Ma la realtà, spiega Monfils, è ben diversa. “C’è chi pensa che sia divertente viaggiare per il mondo, ma nessuno vede la fatica di chi perde e la delusione di sapere che avrebbe potuto restare a casa con la famiglia”, ha detto, lasciando trasparire un senso di frustrazione autentica.
La sconfitta non è solo una questione di classifica o risultati. È anche un confronto interiore, spesso doloroso. “Quando gioco così male mi arrabbio con me stesso. Mi chiedo cosa ci sto a fare in campo, invece che essere in vacanza con mia moglie e mia figlia”, ha spiegato, evidenziando il prezzo personale di ogni errore commesso in campo.
Un messaggio che va oltre il tennis
Il suo sfogo non è solo una testimonianza personale, ma anche un invito alla riflessione collettiva. In un’epoca in cui l’odio online è diventato un fenomeno trasversale, Monfils ricorda che dietro ogni atleta c’è un essere umano, con paure, dubbi e desiderio di riscatto.
La sua determinazione resta intatta: continuerà a inseguire sensazioni migliori nei prossimi tornei di Canada e Cincinnati, con lo sguardo puntato sullo US Open. Perché, come ha detto con lucidità e coraggio, “questa è la vita che ho scelto e la affronto con determinazione. Bisogna solo lavorare ancora di più per tornare a sorridere”.
Il suo messaggio è chiaro: nel tennis, come nella vita, la vera sconfitta non è perdere un match, ma smettere di lottare.


