Il tennis è uno sport per vecchi

Il tennis è uno sport per vecchi

Che l’età media dei tennisti si sia alzata è noto a tutti: incapacità di sbocciare dei giovani o consacrazione tardiva degli “anziani”?

di Alessandro Leva

Il grafico soprastante – twittato da Luca Brancher – riprende un’analisi già dibattuta da tempo riguardo il circuito ATP, ovvero l’incessante aumentare dell’età media dei tennisti. Lo US Open 2019 porta con sé un’età media di 27 anni, così come nei restanti Slam stagionali, dove il picco di “vecchiaia” si è riscontrato nell’ultimo Wimbledon. Col passare degli anni, si nota come il numero di giovani tennisti sia sempre meno presente rispetto a giocatori già stagionati e spesso la colpa veniva data all’incapacità di affermarsi dei nextgen. Ma è davvero così?

Appurato che ci troviamo nell’epoca dei tre fenomeni, i quali occupando le prime tre posizioni del ranking, partecipano in maniera importante a questa statistica. Di solito, si parla solo di Roger Federer come tennista in grado di resistere allo scorrere del tempo, ma affianco al classe ’81, vi sono anche Djokovic e Nadal, rispettivamente 32enne e 33enne. Non si può dire che i nuovi non siano sbocciati. Il 2019 è finora la stagione della consacrazione di Daniil Medvedev, approdato alla posizione numero 5 del ranking dopo un’ascesa culminata con la vittoria di Cincinnati. Non va ricordato solamente il successo in Ohio del russo, in grado di disputare tornei di livello durante tutto l’arco della stagione. Alexander Zverev, ora immischiato di un tornado di negatività, due anni fa e l’anno scorso si affermò in lungo e in largo nella stagione, battendo tra tutti anche Djokovic e Federer. Khachanov – autore dell’acuto a Bercy dell’anno scorso – e Tsitsipas completano il blocco nextgen nelle prime 10 posizioni del ranking, una classifica dove pian piano si cercano di far strada anche altre nuove leve. Non si può negare, quindi, l’affermazione di diversi tennisti, i quali però hanno un difetto in comune: a tutti manca l’exploit Slam. Colui che ci è andato più vicino è stato il coreano Chung nel 2018 agli Australian Open, dove raggiunse la semifinale, prima di infortunarsi e ritagliarsi uno spazio minore in questa stagione.

Un elemento che quindi merita attenzione in questa speciale analisi è l’esplosione di diversi tennisti già affermati che ottengono il loro picco tennistico a ridosso dei 30 (e non escluso che stessa sorte possa toccare anche ai giovani d’oggi). Stan Wawrinka ne è l’esempio principe: nel triennio in cui vinse tre Slam differenti (2014-2016), lo svizzero si avviava già verso la trentina. Oppure come non nominare Fabio Fognini, vincitore di Montecarlo e per la prima volta in top 10 all’età di 32 anni, John Isner semifinalista a Wimbledon e vincitore di Miami nel 2018 a 33 e Bautista Agut per la prima volta in top 10 a 31 anni. La verità è che i giocatori raggiungono una maturità tennistica molto più in là con l’età di quanto accadesse prima. Tanti tennisti – anche con minor visibilità – una volta raggiunto il loro top non mollano e se cadono provano a rialzarsi. Karlovic che si gioca una finale Davis a 37 anni, Gilles Muller che vince titoli e elimina Nadal da Wimbledon a 34, Anderson che raggiunge due finali Slam a 32 e tanti altri ne sono la prova. La strada che sta prendendo il tennis porterà a vedere molti meno Hewitt o Nadal e molti più Wawrinka.

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