Internazionali d’Italia: le pagelle del torneo maschile

È così giunta al temine un’altra edizione degli Internazionali d’Italia, la 76esima per il torneo che si disputa a Roma dal 1935 ed in particolare al Foro Italico dal 1950, ad eccezione del 1961, quando il torneo venne spostato a Torino per il centenario dell’Unità d’Italia. Un’ edizione tra le più travagliate degli ultimi anni, con la pioggia a metà settimana che ha scombinato tutti i piani degli organizzatori, e creato enormi problemi e malumori, tra i moltissimi giocatori costretti al doppio match nella giornata di giovedì, e tra gli spettatori, quelli che chiederanno il rimborso per le sessioni del mercoledì e quelli che per colpa della revisione dei programmi non si son trovati i loro beniamini sul campo per il quale avevano pagato, lasciandosi andare ad accese proteste. Alla fine però, ha trionfato di nuovo il grande tennis, che dal giovedì in poi ha regalato match di altissimo livello, su tutti il quarto di finale tra Novak Djokovic e un ritrovato Juan Martin Del Potro, la più grande sorpresa del torneo. Perché se Roma ha ritrovato il suo imperatore iberico, come lo fu secoli fa Marco Ulpio Traiano, e se Rafa Nadal si è riscoperto proprio nella Città Eterna, potendo alzare al cielo il trofeo per la nona volta in quindici anni e per il secondo anno consecutivo, un ringraziamento speciale lo deve anche ai colleghi argentini, prima al campione Us Open e poi a Diego Schwartzman, che tra quarti e semifinale hanno tenuto in campo per quasi sei ore il suo storico rivale, arrivato evidentemente non al top della condizione, fisica e mentale, alla domenica. Nel nostro pagellone spazio anche agli azzurri, ad uno Stefanos Tsitsipas sempre più solido e, ovviamente, a Roger Federer, il cui torneo, dopo tre anni di spasmodica attesa, si è amaramente fermato dopo un solo giorno sul campo.

RAFAEL NADAL: voto 10 – Per la prima volta dal 2004 arrivava a Roma senza nessuna finale giocata sulla terra rossa europea, perdendo con tre avversari diversi tra Monte-Carlo, Barcelona e Madrid. Ma il numero 2 del mondo era il primo a dirsi tranquillo, fiducioso riguardo i propri progressi, visibili già a Madrid, ma non abbastanza di fronte ad un superbo Stefanos Tsitsipas. Alla fine però, ha avuto ancora una volta ragione lui, che sul campo è sceso con l’attitudine più giusta. Due giochi persi nei due match di giovedì contro Jeremy Chardy e Nikoloz Basilashvili, un tennis subito incisivo da fondo campo, pur con avversari che sulla terra non possono ritenersi tennisti di prima fascia. Ma sin da lì si è vista la differenza con Madrid, nel movimento col suo diritto, più sciolto e finalmente velenoso nel lungolinea, e nella posizione più offensiva e vicina alla riga, fattore imprescindibile per imporsi anche a quasi 33 anni, con un fisico non più brillante come in passato. Nel corso del torneo, il maiorchino ha avuto l’opportunità di trovare anche nel servizio un colpo affidabile e decisivo, come nel primo set dei quarti di finale contro Fernando Verdasco, l’unico che ha dato l’impressione di poter lasciare fermo un Nadal anche fisicamente in ottima forma. Per certi versi, la partita in cui con più costanza lo spagnolo è apparso dominante, è stata proprio la semifinale, in cui ha controllato dall’inizio alla fine le operazioni contro uno Tsitsipas comunque resistente. Le condizioni più favorevoli di Roma, hanno propiziato la rivincita ai danni del greco, restituendo al 17 volte campione Slam tanti punti di riferimento, a partire dalle prodezze in corsa sul lato del diritto, che hanno riportato il pubblico indietro di un decennio. Con tutto questo, e con la sua fame di rivalsa dopo la sconfitta di Melbourne, ha dovuto fare i conti anche uno stanco Djokovic, surclassato nel primo e nel terzo set su entrambe le diagonali, e poi incapace di difendere il lato aperto di fronte alla grande profondità dei suoi colpi. Perfetta la gestione dei rovesci in top, chiave ormai fondamentale del suo gioco quando il diritto viene disinnescato. Cinque vittorie, un set perso proprio in finale con un decimo game affrontato con troppa tensione nel secondo parziale, ma solamente 20 giochi lasciati per strada ed un ruolo da favorito riconquistato per il Roland Garros, in cui probabilmente attende di nuovo il rivale serbo.

Rafael-Nadal

NOVAK DJOKOVIC: voto 9 – Il campione di Belgrado, per cui Parigi è da mesi l’unico appuntamento che conta, aveva già fatto il pieno di fiducia in quel di Madrid, soffrendo seriamente solo nella semifinale contro Dominic Thiem. Altre indicazioni positive sono arrivate nella settimana al Foro Italico, a partire dalla gestione del doppio impegno del giovedì, in cui il numero 1 del mondo ha dimostrato di saper risparmiare le giuste energie senza intaccare i risultati. Il resto del torneo si è svolto su un binario che ben conosciamo quando si parla dei grandi campioni: la tenacia nel rimanere sempre in partita e fare la differenza alla prima occasione concessa dall’avversario. In questo, dal 2011, ad esclusione del periodo tra luglio 2016 e il giugno 2018, Djokovic non è più inferiore a nessuno. Ne ha fatto le spese Juan Martin Del Potro, che mantenendo una straordinaria intensità per tutto il primo parziale ha evidenziato gli unici elementi su cui il serbo è un po’ mancato durante la settimana: la regolarità da fondo campo e la capacità di accelerare immediatamente senza incappare in errori non forzati nei colpi di manovra, o ancora nel colpo decisivo dello scambio, che spesso porta l’inerzia dalla sua parte. Eppure Del Potro, che ha avuto di fronte un Djokovic non irresistibile nella gestione del vantaggio nel secondo parziale, si è arreso ad un punto dalla vittoria, prima concedendosi un clamoroso errore di diritto e poi ritrovandosi vittima di un fantastico dropshot del classe 1987. A quel punto l’argentino ha pagato l’occasione sciupata mentre Djokovic, già da venerdì non al meglio fisicamente, è arrivato alla vittoria scendendo a compromesso proprio con sé stesso, senza sforzi inutili, ma riuscendo a mostrarsi sempre estremamente lucido soprattutto dopo aver acquisito il vantaggio grazie ad un altro dritto pesantissimo fallito dal numero 9 del mondo. Molto simile è stata la gestione della semifinale, contro una bellissima versione di Diego Schwartzman, che però non ha avuto armi contro l’esperienza e il killer instinct del 4 volte campione di Roma, che pur con poche energie si è mosso in maniera impeccabile nelle fasi iniziali del parziale decisivo. C’è stato poco da fare invece in finale, da dove arriva tuttavia la notizia probabilmente più interessante per casa Djokovic. Dopo un durissimo bagel subito da Nadal, la reazione d’orgoglio era abbastanza scontata, ma il secondo parziale girato su pochi punti, in cui il serbo ha difeso le palle break e ha poi sfruttato i regali di un Nadal irrigiditosi nell’ultimo game, lancia un messaggio chiaro: anche quando non è al meglio, e ha quindi pochissime chance di fermare un Nadal del genere, psicologicamente sembra aver un piccolo grande vantaggio Djokovic, derivato senz’altro dalle tantissime vittorie sul maiorchino dal 2011 in poi. Entrambi arrivano da favoriti a Parigi e visto quanto accaduto a Roma, e le fatiche che pesano sui loro corpi non più sorretti dalla forza della gioventù, il tabellone potrebbe fare la differenza come mai prima negli ultimi anni nello Slam su terra.

DIEGO SCHWARTZMAN: voto 9Solo le briciole lasciate, in successione, a Nishioka, Ramos-Vinolas, Berrettini e Nishikori. Una solidità da applausi sotto tutti i punti di vista in quello che è il miglior torneo giocato in carriera. Il timing è sempre stato invidiabile per il 26enne di Buenos Aires, ma ciò che sorprende di più è vederlo tenere alla grandissima anche nei turni battuta, servire con intelligenza, pescando il punto debole dell’avversario per poi spingere benissimo non solo col fidato rovescio, ma anche dal lato destro. Probabilmente, tra i migliori giocatori al mondo, pochissimi usano meglio la palla corta rispetto a “Peke”, che sabato ha lasciato fermo anche Novak Djokovic, mai in grado di leggerne le intenzioni e di partire in tempo verso la rete. Già lo scorso anno Schwartzman aveva creato grandissime difficoltà a Nadal sui campi del Roland Garros, trovandosi avanti prima della sospensione per pioggia. Settimana da incorniciare, con la vittoria ai danni del nostro Matteo Berrettini che testimonia anche la grande solidità mentale di un giocatore che, quando al meglio fisicamente, poche volte cede ad avversari dietro di lui in classifica. Sul Grandstand, dopo un inizio problematico contro il tennista romano e dopo una sospensione per un malore di uno spettatore, Schwartzman ha dato l’impressione di essere un giocatore completamente diverso dopo il cambio campo, bravo a gestire una situazione così particolare e a lottare senza alcun problema pur con il pubblico contro.

STEFANOS TSITSIPAS: voto 8 – Per le due settimane tra Madrid e Roma meriterebbe un voto anche superiore. Perché la verità è che Stefanos Tstsipas è un tennista con sempre meno punti deboli, non ancora dotato di un colpo in particolare che lo contraddistingua, ma che mai appare confuso, capace di destreggiarsi in tutte le zone del campo. Il suo doppio impegno di giovedì, poi, è davvero una piccola impresa, degna di un tennista con le stimmate del campione, che si isola dal contesto e imperterrito fa valere la legge del suo tennis, anche contro Jannik Sinner e Fabio Fognini, sostenuti dal focoso pubblico di casa sul Campo 1 prima e sul Pietrangeli poi, nello stesso giorno. Al venerdì, poi, il 20enne ellenico è riuscito a limitare il divario contro una buonissima versione di Nadal, di fronte a cui non ha colto però delle piccole occasioni nel corso del secondo parziale, tradito con insistenza dal proprio rovescio incrociato. Proprio in chiave Roland Garros, è uno di quei giocatori che né Djokovic né Nadal vorrebbero affrontare nei quarti, perché al di là degli errori di sabato, su cui pesano le fatiche consecutive tra Estoril e Madrid, Tsitsipas, da lunedì numero 6 del mondo, sembra sempre di più il tipo di giocare che non regala un intero match al proprio avversario e anzi grazie al ventaglio ampio di opzioni rimane il più possibile attaccato all’avversario. Il prossimo passo è sviluppare progressivamente la capacità non solo di non uscire dal match, ma di far pagare a caro prezzo a qualunque avversario i propri errori, perché solamente chi è consapevole di poter imparare velocemente dalle proprie sconfitte può permettersi di dire che Nadal non è più imbattibile sulla terra, e lui sembra davvero uno di quella cerchia di eletti.

JUAN MARTIN DEL POTRO: voto 8 – Tornare dopo mesi di stop, sulla superficie a lui meno congeniale, giocando in questo modo, credo non potesse sognarlo neanche lui. Prima due vittorie molto agevoli contro David Goffin e Casper Ruud nello stesso giorno, a dargli fiducia, a fargli capire che c’è ancora, che già regge una discreta mole di tennis nelle gambe. Poi il match contro Djokovic, che sulla terra di Roma gli aveva già tolto due quarti. Un tennis spaziale per più di due ore, forse il migliore mai visto da quel famigerato 2009, da cui è impossibile distaccarsi come termine di paragone quando si parla dell’argentino. Di sicuro, si tratta della migliore prestazione in carriera sulla terra battuta, performance che non sorprenderebbe neanche troppo se Delpo non si fosse fratturato la rotula a ottobre, perché avrebbe trovato ancor più continuità e già lo scorso anno, in fondo, si presentò tra i primi quattro a Parigi, non esattamente un pesce fuor d’acqua su terra. Ma invece la rotula si è fratturata per davvero, ed è proprio questo che ha forse tradito Del Potro venerdì sera. Perché dopo i problemi ai polsi, “Palito” aveva imparato a giocare un buonissimo slice dal lato sinistro, spingendo poco col colpo bimane per tanti mesi dopo il rientro. La potenza e la fiducia erano tornate pian piano, fino a restituirgli un colpo potente, ma mai affidabile come un decennio fa. Fino a venerdì sera, proprio contro il miglior rovescio del mondo, che non lo muoveva di un centimetro, appariva innocuo, e su cui Del Potro, spesso ha cambiato, senza alcun problema, chirurgicamente, verso il lungolinea, per baciare le righe e chiudere il punto. E proprio grazie alla sua evoluzione “forzata”, Del Potro ha retto alla grande in difesa, perché sapeva di poter rallentare da quel lato, cambiando sì ritmo col back, ma senza consegnarsi all’avversario. Da quando i polsi ci hanno forse sottratto di un incredibile tennista, potenziale campionissimo, oltre che bravo ragazzo, Del Potro stesso è dovuto cambiare. Dopo la sconfitta con Nadal agli Us Open nel 2017 disse di essere stufo di perdere occasioni così importanti. Lo scorso anno, dopo la finale, scoppiò a piangere. Venerdì, Del Potro ha giocato un tennis straordinario, sbagliando tre dritti: uno sul primo match point al tie-break del secondo, uno sulla palla break in suo favore nel terzo parziale e l’ultimo decisivo per il break, poco dopo, subìto. Chissà che il cambiamento necessario di Del Potro non l’abbia reso un giocatore eccessivamente sensibile. Un giocatore consapevole del destino che gli ha tolto tante opportunità, che con orgoglio porta sulle spalle la propria storia. Una storia che però si fa pesante, che passa davanti agli occhi del sudamericano e fa tremare il braccio nel momento più importante. Al di là di ciò che passa negli occhi o nella testa di Delpo, ho avuto la netta impressione di un ragazzo capace di esprimersi su vette raggiungibili per tennisti che si contano su una mano, a cui se la sorte non ha tolto dei successi certi, ha sicuramente tolto la possibilità di tirare tanti dritti così importanti, di abituarsi a giocare partite così. Partite che invece ha potuto giocare sempre a intervalli di 2-3 anni. Partite che lo avrebbero reso, come avrebbe invece meritato a 30 anni, un giocare d’esperienza a livelli così alti. E invece quel che è accaduto non si può cambiare, l’impellente necessità di riscattare quello che poteva essere con vittorie importanti si tramuta quasi in paura di vincere, perché ha fretta di rifarsi e pensa che ogni chance potrebbe essere l’ultima. Tuttavia, voglio essere romantico, voglio essere un sognatore, perché venerdì, s’è visto il Del Potro che avrei sempre voluto vedere per tutti questi 10 anni. E quindi mi piace pensare che il dritto abbia tradito il 29enne di Tandil non per il peso che avrebbe avuto la vittoria in sé. Ma per la pienezza vitale che si prova nell’esserci ancora, nell’essere padroni del proprio destino, da vincitore o da sconfitto che sia. Mi auguro che l’errore di Del Potro sia frutto non dell’ansia per il tempo e le occasioni che scorrono, o di un passato che riappare sul più bello, ma per la straripante ed eccessiva felicità nell’essersi reso conto di aver fatto la scelta giusta nel reagire ancora, nell’essersi reso conto che probabilmente, col suo tennis, di occasioni importanti, magari a luglio o a settembre, potrà averne ancora. E allora, bentornato, Delpo.

ROGER FEDERER: voto 7 – Gli antichi romani, dal destino avverso, erano ossessionati. Chissà se anche il pubblico romano si è accanito venerdì contro di esso, quando li ha privati per forfait del campione che più avevano atteso, e che proprio il giorno prima aveva vinto due match alla veneranda età di 37 anni, dopo un’assenza di tre anni dal Foro Italico. Il primo match, contro Joao Sousa, era stato poco più che un buon test. Se mai c’è ne fosse stato bisogno, a far innamorare nuovamente Federer e il pubblico di Roma, ci ha pensato il secondo incontro, quello con Borna Coric, su un Grandstand colmo anche più del lecito. Una partita portata a casa soprattutto di nervi, contro un avversario, il croato, dominante nel primo parziale. Federer, apparso spesso lento negli spostamenti laterali ha offerto per tutta la durata del match una prestazione sottotono col proprio rovescio. Solamente quando Coric si è rivelato poco freddo nell’alzare l’asticella quando serviva, l’elvetico ha potuto innescare il pubblico con qualche prodezza d’annata, instillando nella mente del giovane avversario le prime paure, venute malauguratamente per lui fuori sul più bello. Coric stava infatti decidendo le sorti dell’incontro anche nel tie-break decisivo, ma dopo aver mancato due match point, si è arreso al tennis crudele di Federer nel finale. La sorte, ha poi privato Roma della leggenda rossocrociata, che guardando già al Roland Garros ha optato per il ritiro prima della sfida di quarti di finale contro Stefanos Tsitsipas. Il torneo in campo di Federer è così durato due partite, ma un solo giorno, condensando le emozioni uniche che però ha lasciato una vittoria così al cardiopalma dopo anni di assenza. Non esce benissimo da Roma il 37enne di Basilea, che ha ostentato un rovescio non ancora al meglio sulle superfici più lente e che a lungo andare ha faticato moltissimo anche alla risposta.

FERNANDO VERDASCO: voto 8 – Menzione d’onore al ritrovato tennista iberico, tornato nei quarti di finale a Roma dopo l’ormai lontanissima semifinale del 2010. Prima di arrendersi esausto al connazionale e amico Nadal, tre successi durissimi in tre set ed il premio di migliore in campo nel brutale giovedì dei doppi impegni. All’esordio vittoria contro Kyle Edmund, e poi nello stesso giorno in campo più di cinque ore per fermare prima Dominic Thiem e poi Karen Khachanov. Padre da tre mesi, Verdasco sembra aver trovato nuovi stimoli. Mancino molto più potente di Nadal, anche se meno solido sul lato destro, per tutta la settimana ha servito alla grandissima senza lasciarsi condizionare dal livello dei propri avversari. Senza la maratona del giovedì che ha spremuto il suo pur impressionante fisico, avrebbe creato anche qualche grattacapo in più a Nadal. Da valutare come potrà recuperare nella settimana pre-Roland Garros all’età di 35 anni, ma nello Slam parigino è senz’altro tra i tennisti da evitare nelle fasi iniziali.

GLI AZZURRI: voto 7 – Buona la campagna dei tennisti di casa, che ancora in Fabio Fognini trovano il miglior rappresentante (unico agli ottavi), fermatosi solo per mano di Stefanos Tsitsipas, che dalle ultime due settimane esce forse come il primo tennista dopo i due fenomeni, il quarto nel tre su cinque se si considera Dominic Thiem. Molto bene anche Matteo Berrettini, che annichilisce Lucas Pouille e Alexander Zverev prima di fermarsi contro un super Diego Schwartzman: nelle fasi calde del match il romano ha avvertito forse un po’ di pressione, mancando di aggressività e di precisione soprattutto col rovescio. Ma a Roma, per un romano come lui, questo è davvero un ottimo punto di partenza. È partita alla grande l’avventura nei Masters 1000 invece per Jannik Sinner, che a 17 anni, spossato anche dalle prequalificazioni, si è regalato un primo bellissimo successo a questo livello su Steve Johnson, prima di fermarsi anche lui davanti a Tsitsipas. Non sfigura Andrea Basso contro Marin Cilic, mentre Lorenzo Sonego non ripete l’impresa di Monte-Carlo contro Khachanov, ma non si tira mai indietro, lotta e gli strappa ancora un set. Continua il momento no di Andreas Seppi, mentre delude Marco Cecchinato. Da un po’ di tempo il siciliano fatica moltissimo nell’approccio ai match, partendo sempre ad handicap. Positiva la rimonta contro Alex De Minaur, che però sulla terra vale ancora molto poco. In chiave Roland Garros è importante imparare a gestire il proprio serbatoio e il semifinalista uscente, che in primavera ha dovuto fare i conti con una fastidiosa influenza, ci arriva in modo non molto convincente.

DOMINIC THIEM: voto 5 – L’austriaco continua ad avere il solito problema, ha dei picchi altissimi (da 3 anni batte almeno una volta Nadal), ma spesso capita in giornate costellate di errori non forzati. Perdere da Verdasco è ammissibile, soprattutto se hai raccolto una vittoria a Barcellona e poi una faticosa semifinale a Madrid, ma vincere in lotta forse sarebbe stato meglio per il nuovo numero 4 del mondo, che almeno eviterà lo scontro anticipato con uno dei due top.

ALEXANDER ZVEREV: voto 3 – Il momento da incubo non si ferma, e lui il classifica scende fuori dai primi 4. Perde da Berrettini, che di lui dopo un anno sembra una versione fatta meglio. Il romano è deciso, lotta, serve e si muove bene, non disdegnando la rete. Per Zverev il timing sulla palla dello scorso anno sembra un ricordo di un passato perduto. Il devastante servizio di Madrid 2018 non si è visto più, sbaglia da posizioni molto agevoli e il rovescio è diventato anonimo. È in un momento nero, e anche per i precedenti che ha negli Slam, chi dovesse averlo nel proprio quarto di finale potrebbe avere una grossa occasione.

NICK KYRGIOS: voto 0 – È come chi invade gli stadi: non meriterebbe di essere né inquadrato, né menzionato. Le parole di Mouratoglu, legittime e condivisibili, di qualche tempo fa, sembrano avergli fatto male. In campo è sempre lui, ma esagera ancora di più, sembra per la prima volta non voler dare spettacolo per divertimento puro, ma perché vittima di sé stesso, quasi per dovere. Con la varietà dei tennisti che la Next-Gen sembra poter offrire, siamo davvero sicuri che il mondo del tennis possa sorvolare i comportamenti dell’australiano e guardare solo allo spettacolo tennistico e non solo che regala durante i match?

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