La crisi di Djokovic

C’era grande attesa ad Indian Wells per il ritorno in campo di Novak Djokovic; il serbo, al rientro dopo un secondo stop per il problema al gomito destro ed una piccola operazione alla mano, arrivava in California tra la curiosità di tifosi e addetti ai lavori, pronti a riabbracciare il dodici volte campione Slam. Il primo turno, d’altronde, faceva ben sperare, il tenace, ma mediocre, giapponese Taro Daniel non poteva rappresentare un problema neanche per un Djokovic al 50% della forma.

Quello che, però, non ci si aspettava è che Nole si presentasse con una preparazione fisica talmente deficitaria da non avvicinarsi nemmeno al 20% delle reali capacità del serbo. Il recupero lampo, ad appena cinque/sei settimane dall’operazione alla mano destra, e la decisione di prendere parte ai due Master 1000 americani avevano fatto pensare che Nole avesse approfittato del periodo lontano dai campi da gioco per lavorare duramente in palestra e per mettere benzina nelle gambe. Lo sconcertante primo turno contro Daniel, al contrario, ha evidenziato che il processo di ricostruzione fisica di Djokovic è appena all’inizio.

Nole

I primi game della partita, in cui il serbo appariva brillante e centrato, sono stati solo un’illusione, spazzata via da un tracollo atletico veramente surreale. Dal 5-2 del primo set in suo favore, Nole ha iniziato a mostrare segni di cedimento, gli scambi hanno cominciato ad allungarsi e il numero di errori gratuiti ad aumentare vertiginosamente (a fine partita saranno ben 60). In più occasioni Djokovic ha tentato di sottrarsi allo scambio da fondo campo, la sua più grande specialità, rifugiandosi in disperati tentativi di smorzata, risultati, il più delle volte, inefficaci; tentativi che, però, hanno reso palesi tutte le difficoltà del campione di Belgrado a sostenere un ritmo di gioco elevato. Il calo fisico, come è ovvio, ha inciso profondamente sulla qualità degli spostamenti del serbo e, di conseguenza, sull’efficacia e sulla precisone dei suoi colpi; Nole, infatti, ha iniziato ad arrivare sulla palla con qualche attimo di ritardo, finendo per perdere quegli automatismi che garantiscono la fluidità e la regolarità del suo gioco, soprattutto dalla parte del rovescio.

Appurata la crisi atletica di Djokovic, alla quale, comunque, è possibile porre rimedio, resta da capire quanto abbia inciso nella brutta prestazione di Indian Wells la componente mentale. Se l’abuso della palla corta e la rinuncia a recuperare colpi non proprio agevoli (scelte che Nole ha iniziato a prendere dalla fine del primo set in poi) sono state determinate dalla stanchezza fisica non c’è molto di cui preoccuparsi, il processo di recupero passa anche da partite snervanti come queste e gli alti e bassi sono la normalità per un giocatore che è stato fermo per molto tempo; ben altro discorso se queste inusuali scelte tattiche sono state adottate per sfuggire alla stanchezza mentale o per la poca voglia di lottare e di soffrire, uno scenario del genere non sarebbe per nulla confortante per un giocatore come Djokovic che ha sempre fatto della forza mentale e dell’agonismo esasperato due delle sue armi più affilate. Da questo punto di vista le dichiarazioni post partita del campione di Belgrado lasciano ben sperare, il serbo ha ammesso di sentire la mancanza della competizione e dello “scontro” tennistico, anche se la priorità, al momento, rimane quella di tornare in forma e in salute il più presto possibile.

Da non sottovalutare, poi, è la paura di una ricaduta che, molto spesso, è fatale per i giocatori appena rientrati da un brutto infortunio; il dolore, anche se non c’è, è ben presente nella memoria di chi torna a competere dopo molto tempo ed inconsciamente può rappresentare un ostacolo veramente difficile da superare in fretta.

I problemi di Nole, dunque, sono molti e di vario tipo, ma non sembrano ancora tali da condannarlo ad una seconda parte di carriera nell’anonimato come da tanti è stato già frettolosamente sostenuto. Più volte, in questi anni, Djokovic ha dimostrato di sapersi rialzare dopo essere finito al tappeto; adesso, a trent’anni, si trova di fronte al periodo più difficile della sua carriera tennistica e dovrà essere bravo a prendere le decisioni migliori per la sua salute, la prima delle quali potrebbe e dovrebbe essere non partecipare al torneo di Miami in modo da concentrarsi sul completo recupero fisico. L’obiettivo più concreto dovrebbe diventare la stagione primaverile sulla terra battuta, superficie molto meno logorante del rapido cemento americano e perfetta per riaffacciarsi con relativa prudenza al tennis che conta.

L’impazienza e l’irrequietezza hanno spinto Nole ad un ritorno affrettato sul circuito e il risultato è stato disastroso; probabilmente l’orgoglio del serbo aveva bisogno di questa scossa per convincersi della necessità di una pausa ancora più lunga. Per quanto frustrante possa essere, Djokovic dovrà rendersi conto che la risalita verso l’Olimpo del tennis non prevede scorciatoie, il suo coach Andre Agassi può confermarlo.

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