ALBERTA BRIANTI: ‘LUNGA VITA AL ROVESCIO A UNA MANO!’

Alberta Brianti

Si parla troppo poco di Alberta Brianti. La trentaduenne parmigiana è una giocatrice deliziosa, che ha saputo ritagliarsi negli ultimi anni uno spazio notevole nella scena del tennis internazionale. Alberta si distanzia sicuramente dalla maggior parte delle valkirie che vediamo oggi nel circuito femminile: piccola, gracile, non eccezionalmente potente. Ma il suo rovescio a una mano è da favola. Il suo gioco di tocco, pacato e ricco di variazioni, ha più volte messo alle strette molte delle prime giocatrici del circuito, rivelando un tennis intelligente, vecchio stile, che non può non ricordare la grande Justine Henin. In Italia, assieme a Roberta Vinci e a Francesca Schiavone è oggi una delle poche rimaste che esprimono ancora questo tipo di gioco dal sapore antico. Alberta questo lo sa: “Purtroppo il rovescio ad una mano e il tennis classico stanno scomparendo perché ormai il tennis si basa quasi totalmente sulla potenza e sulla fisicità – mi confessa con rammarico. “Le altre giocatrici sono quasi tutte alte e grosse e con un tennis monotono che però funziona per vincere le partite: ormai nelle scuole viene insegnato solo quello, perché oggi spesso vince chi tira più forte. Il nostro stile può dare fastidio a tante perché non è mai uguale e spesso le avversarie non sanno cosa fare.” Poi aggiunge: “Credo che il nostro tipo di gioco possa essere ancora vincente. Personalmente se un giorno facessi la maestra di tennis insegnerei il rovescio ad una mano“.

Alberta Brianti, classe 1980, era una bambina tranquilla, come tante, che divideva la sua vita tra il tennis e gli studi. Fu una grande sorpresa per lei quando nel 1993 la chiamarono a Latina, nel centro federale, per allenarsi accanto alle grandi promesse azzurre come Francesca Schiavone e Flavia Pennetta. A tredici anni Alberta prende la valigia, cambia casa e vita per cercare di rincorrere un sogno. Poi i primi tornei Itf vinti, gli allenamenti, i primi voli verso destinazioni lontane per cercare di avanzare in classifica e raggranellare qualche soldo. Una crescita molto graduale, tanti dubbi sul proprio futuro e, a volte, la voglia di mollare.
“Si, sono maturata un po’ tardi tennisticamente – ammette – Ho finito il liceo, perciò in quegli anni giocavo pochi tornei se non quelli in Italia. Poi mi sono iscritta all’università, che pero’ ho lasciato per dedicarmi al tennis. Ho perso qualche anno un po’ per indecisione sulle scelte da fare, un po’ forse perché non credevo nei miei mezzi.”
Nel frattempo Alberta trova casa a Milano e inizia la collaborazione con Laura Golarsa al Tennis Club Bonacossa, dove si allena tuttora. Ma ecco che, superati i 25 anni, Alberta si affaccia piano piano nella scena tennistica internazionale: al 2006 risale la prima partecipazione nel tabellone principale di uno slam, su quella terra rossa del Roland Garros che proprio quest’anno l’ha vista sfiorare un’epica impresa. Nel 2009 la prima finale in carriera in un torneo Wta, a Guanzghou, dove però viene sconfitta in due set dall’israeliana Shahar Peer. Per la Brianti si aprono comunque le porte della top 100. A trent’anni Alberta ha l’entusiasmo di una junior: ora che ha raggiunto il tennis che conta non ha intenzione di uscirne più.

Nel 2010 vince il primo torneo di doppio a Palermo – assieme a una certa Sara Errani – pochi mesi dopo aver raggiunto il terzo turno all’Australian Open grazie alla vittoria contro Sabine Lisicki in tre combattuti set. Un illustre scalpo, quello contro la tedesca, che pensa bene di replicare anche l’anno successivo, questa volta sulle montagne del torneo di Linz: ricordo bene quel match, dove la tedesca, simbolo delle picchiatrici giunoniche che affollano il circuito odierno si era completamente sciolta davanti allo scricciolo Alberta, che l’aveva fatta impazzire con i suoi incroci raffinati e i suoi dropshot leggeri come carezze.

Il 2011 è l’anno migliore per Alberta: Barazzutti la vuole in Fed Cup. Nonostante la sconfitta pesante contro la Russia, la nostra è colma di fiducia. Finalmente è conscia suo talento, e lo dimostra in Marocco, nel torneo di Fès, dove disputa una settimana straordinaria: dopo aver stracciato in serie la russa Ksenia Pervak e la stellina da libro Cuore Melanie Oudin sconfigge in finale l’ex-tettuta Simona Halep, regalandosi il suo primo titolo Wta. “La convocazione in Fed Cup e la vittoria a Fès sono stati sicuramente i momenti più belli della mia carriera!”
Infine, quest’anno, Alberta ha la partita della vita. Molti ricorderanno quel match, che ha fatto emozionare e balzare sulla poltrona tanti appassionati. Siamo al primo turno del Roland Garros, in un assolata giornata di inizio giugno. In campo la piccola Brianti, gonnellino bianco e visiera in testa a guisa di elmetto: dall’altra parte della rete c’è infatti la numero uno del mondo, l’agghiacciante Victoria Azarenka con un abitino rosa shocking versione ‘bambola assassina’. Il pubblico francese del Philippe Chatrier ha l’occhio distratto di chi assiste ad un film di cui conosce già il finale. ‘Normale amministrazione’, pensano, ‘in un’oretta questa va a casa’. In effetti l’inizio non è dei più incoraggianti: Vika parte a mille e domina i primi game con un parziale di 10 punti a 1. Poi accade l’imprevisto: la Brianti, forse con l’incoscienza di chi non ha nulla da perdere, inizia a spingere, trova angoli straordinari, si allunga come una trottola in portentosi recuperi in contropiede. Spezza il ritmo degli scambi con back e slices mandando in totale confusione la bielorussa, che non può fare altro che gridare sempre più forte. Alberta inizia a crederci, e con lei anche noi. La nostra porta a casa il primo set 6-4 e impera nel secondo portandosi avanti per 4 a 0. Ormai è quasi fatta: l’italiana è vicinissima a estromettere la dominatrice del ranking e a replicare l’impresa di Tathiana Garbin che nel 2004 proprio qui a Parigi aveva battuto la Henin. Purtroppo la favola non diventa realtà: dopo aver avuto una palla per il 5 a 0 (annullata dalla bielorussa con un ace di disperazione) Vika risorge e alla nostra viene il cosiddetto ‘braccino’: si fa rimontare nel secondo e perde di misura il terzo. Peccato, certo. Forse le è mancato quel proverbiale ‘killer instinct’ di cui tanto si parla. La delusione, seppure amara, non cancella minimamente anzi amplifica la straordinaria prova di Alberta, che ha fatto vedere i sorci verdi alla prima della classe. “Eh, sì, ricordo molto bene quella partita… Diciamo che ho ancora gli incubi di notte!” mi confessa sorridendo. “A parte gli scherzi, nonostante la sconfitta in quel match ho avuto sensazioni fantastiche. All’inizio pensavo mi prendesse a pallate visto l’inizio poco incoraggiante. Poi però mi son lasciata andare e mi son detta che dovevo giocare libera e godermi il momento. E cosi è stato, mi stavo davvero divertendo! Giocare sul centrale del Roland Garros, poi, e’ stata un’emozione unica“.

A parte l’impresa sfiorata in terra parigina, il bilancio di Alberta sul suo 2012 non è positivo, anche perché segnato da problemi fisici. “E’ stato un anno difficile. – ammette – Dopo un buon inizio, con un secondo turno agli Australian Open e una semifinale a Memphis, un piccolo infortunio mi ha limitata nella preparazione dei tornei sulla terra. Pur avendo disputato due buoni match nei primi turni degli slam a Parigi e a Wimbledon – dove aveva ceduto in tre set contro la Makarova – non ho raccolto punti e anche nei tornei dopo non è andata benissimo. Purtroppo da agosto ho giocato solo 2 tornei per un altro infortunio, quindi ho finito la stagione molto prima del previsto”. Alberta ha terminato l’anno fuori dalle cento, per la prima volta dopo tre anni. Inizio del declino? Segnale di un imminente ritiro? Manco per sogno. Lei pensa solo al futuro: “Ora sto molto meglio, ho fatto preparazione atletica e spero di fare un buon 2013! Il mio obiettivo? Di certo quello di rientrare nelle 100!“.
Alberta vuole tornare a tutti i costi tra le protagoniste del tennis azzurro che quest’anno ha vissuto un momento d’oro grazie alla magica coppia Errani-Vinci: “Sono felicissima per Sara e Roberta: sono due ragazze fortissime, molto amiche e affiatate, si meritano i successi che hanno ottenuto! Sono in buoni rapporti con loro, così come con tutte: ultimamente non ci siam viste spesso perché ero ferma ma le ho seguite.” Diverso è stato l’anno delle due generalesse del nostro tennis, Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, che forse quest’anno hanno vissuto, per un motivo o per l’altro, i momenti più bui della loro carriera. “Sì, hanno avuto un momento di calo, succede nel tennis. Però sono molto fiduciosa per loro e penso che il prossimo anno potranno ancora fare bene”.

Alberta Brianti è quello che sembra, una ragazza semplice e combattiva che ha amato il tennis con sincera passione sin dalla prima volta in cui prese in mano una racchetta, decisa a seguire le orme del suo mito d’infanzia, la grande Steffi Graf. “Steffi è sempre stata una leggenda per me. Da bambina ho cominciato a giocare proprio perché guardavo lei in televisione. Era straordinaria, mi piaceva tantissimo il suo gioco raffinato e l’eleganza dei suoi gesti.” ‘E tra i tennisti di oggi? Chi è il tuo mito?‘ “Facile – mi risponde – Roger Federer è il più grande! Guardo solo lui, non mi perdo una sua partita. Perché… lui è il Tennis, con la ‘T’ maiuscola!“
Tra le donne, Alberta non ha esitazioni a stabilire la più forte: “Serena Williams, senza dubbio. Quando ha voglia e motivazioni non c’è nessuna che può batterla.” Le propongo il gioco della torre: tra lei e la Sharapova, chi butteresti giù? “Beh, diciamo che salverei Serena: è molto simpatica ed è una vera campionessa”. ‘E tra Rafael Nadal e Novak Djokovic?’ “Salvo Nadal perché è troppo bella la sua rivalità con Roger!” e aggiunge: “Spero che Rafa guarisca del tutto dall’infortunio e torni presto competitivo. Mi mancano troppo le sue epiche partite contro Federer!“.
Alberta non si risparmia quando le domando un parere sul tema più spinoso degli ultimi tempi, il doping: recenti le polemiche di campioni come Andy Murray e Roger Federer sulla mancanza di adeguati controlli e delle analisi del sangue per la tutela dei giocatori e la garanzia di uno sport più pulito: “Sono d’accordo. E’ chiaro che la speranza è che tutti gli atleti siano ‘puliti’, anche se a volte certe performance di alcuni giocatori lasciano qualche dubbio. Il fatto è che dovrebbero farli più severamente e con più frequenza i controlli, e non solo quando ci sono i grandi appuntamenti”.
Quando le chiedo se, tra le nuove leve, ci sia qualcuna su cui punterebbe per il prossimo anno, “direi Laura Robson – mi risponde – è molto giovane e gioca davvero bene, credo che abbia un grande futuro: contro di lei ho giocato quest’anno a Nottingham, tira molto forte. Comunque ci sono tante giovani promesse… vedremo che combineranno”.
Infine, la solita domanda di routine: ‘qual è la cosa che fai sempre prima di ogni match?’ “Non manco mai di ascoltare musica prima di giocare; anzi, spesso entro in campo con l’iPod. La musica mi trasmette energia e sicurezza, non potrei farne a meno”. Si sa, molti tennisti sono melomani – e spesso anche superstiziosi.

In fondo può sembrare snervante il lavoro dei giocatori professonisti, che per dieci mesi l’anno conducono una vita un po’ solitaria fatta di lunghe ore di volo verso destinazioni lontane e notti in algide camere d’hotel. Però ad Alberta questo perenne nomadismo non pesa più di tanto, anzi, mi confessa che viaggiare le piace. ‘Quali sono i tuoi tornei preferiti, in cui ti senti come a casa?’ “Bé, ce ne sono alcuni – mi risponde – di sicuro amo Melbourne: in generale mi piace l’Australia perché lì ho sempre giocato bene… spero di non ‘gufarmi’ visto che parto proprio a fine mese! Poi adoro Wimbledon perché ha troppo fascino e di certo gli Us Open perchè adoro fare shopping a New York!“

Ringrazio Alberta Brianti, sublime tennista e persona simpaticissima, a cui auguriamo tutti un grande successo in questo 2013 che è ormai alle porte. Si sa, nel tennis la cosa più importante è rimanere umili ma qualche volta è bello prefissarsi traguardi altissimi. D’altronde, il motto della Sharapova non è ‘se spari alla luna, anche se la manchi comunque arrivi alle stelle’? Quindi prima di congedarmi invito Alberta a sognare: ‘il prossimo anno vinci il Roland Garros’ – affermo con convinzione. ‘A chi dedicherai la vittoria?’ Lei ci pensa un attimo e mi risponde ridendo: “Il prossimo anno vinco Wimbledon, non Parigi! E dedico la vittoria a me stessa, in primis, perché mi sono fatta il mazzo in tutti questi anni. E poi la dedico alle persone che io so, che mi sono vicine e che hanno sempre creduto in me.”
D’accordo, Alberta. Ma se l’anno prossimo vinci uno slam, un infinitesimo della vittoria dedicalo pure a me: in fondo sono io che ti ho dato l’ispirazione!

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