Petr Korda: tra luci ed ombre

Oggi è il turno di Petr Korda per ricevere i nostri auguri. Per lui si contano 49 primavere.
Tennista davvero sui generis, espressione di un tennis ancora a metà strada tra la vecchia maniera e il power-tennis attuale. Mancino spigoloso, ottimo battitore e colpitore da fondo campo, aveva nella risposta al servizio un’arma davvero potente contro i giocatori che facevano serve&volley (sì, esistevano, fidatevi), ma sapeva trovare traiettorie complicate per mettere in difficoltà anche i terraioli.

petr-korda-9

Il suo palmares vanta una titolo slam, il contestatissimo da Marcelo Rios Australian Open 1998: il cileno allora fu seccamente sconfitto da Korda, che poi fu trovato positivo ad un controllo anti-doping durante il torneo di Wimbledon dello stesso anno. Rios, per solito ragionevole conversatore, ha recentemente reclamato il titolo (tempo fa ne parlammo). Al di là della polemica con l’ex n. 1 del mondo cileno,  Korda ha così macchiato la sua carriera con una indelebile traccia del malaffare che serpeggia anche nel mondo del tennis. Un palmares che altrimenti ricorderemmo non solo per l’eccentricità del gioco espresso, ma anche per i numerosi successi: finale al Roland Garros, persa contro Jim Courier, una Grand Slam Cup (1993), Stoccarda, Doha (ben due volte), svariati tornei che ora definiremmo 250, uno, a Vienna nel 1992 contro il nostro Gianluca Pozzi.

Ottimo doppista, ha giocato prevalentemente con connazionali come Tomas Smid, Cyril Suk, Karel Novacek, Milan Srejber ma ha flirtato in modo piuttosto produttivo con gente del calibro di Stefan Edberg (vittoria agli AusOpen 1996 e Montecarlo 1995, dove è stato un vero abitué della finale per 4 anni), André Agassi (Cincinnati) e poi finali raggiunte in giro per il mondo con tali John McEnroe, Boris Becker, Goran Ivanisevic, Gene Mayer, Wally Masur, e qualche torneo anche con il nostro Paolo Cané).

Mi ha sempre ricordato il buon Woodstock, personaggio dei Peanuts, per via di quell’occhio visto e la capigliatura sparata spesso verso il cielo, senza una ratio evidente. Il suo tennis era davvero un bel vedere. Oggi, volendo trovare qualcuno che esprima un gioco vagamente somigliante a quello del ceco potrei fare il nome di Alex Dolgopolov, almeno per la propensione alla velocità ed alla soluzione rischiosa e fantasiosa. Al netto, se possibile, dell’onta doping, non posso che lamentarne degli epigoni.

Exit mobile version