L’imprevedibilità al potere: torna Dolgopolov

Quattro anni e mezzo fa, nella cocente estate di Washington, Alexander Dolgopolov sollevava al cielo il trofeo del suo secondo titolo ATP e si preparava a scombussolare le carte in tavola anche ai grandi del circuito. Da allora, però, tra problemi fisici e scarsa fiducia, il russo ha latitato per molto tempo dai palcoscenici principali, apparendo come la controfigura di se stesso, e non è riuscito quasi mai ad esprimersi ai livelli a cui in passato ci aveva abituati. Finalmente, nonostante la lunga attesa, il russo è improvvisamente tornato sulla scena. Di certo, considerato il personaggio, non avrebbe mai potuto farlo in modo graduale; tutto è avvenuto inaspettatamente, di colpo, in pieno stile Dolgopolov dunque, contro un avversario a cui non aveva mai strappato un set in carriera. Buenos Aires si è però rivelata una terra propizia e l’ucraino ha concluso al meglio la settimana perfetta aggiudicandosi il torneo e surclassando il povero Nishikori.

IL PROMETTENTE PASSATO – Il ventottenne di Kiev non è nuovo ad un successo sulla terra battuta: per lui, infatti, si tratta del secondo titolo ATP in carriera dopo quello di Umago 2011, in una fase tennistica sicuramente più brillante. Un suo rientro ad alti livelli non stupirebbe minimamente; stiamo sempre parlando di un ragazzo alquanto imprevedibile, il vero esempio del “genio sregolato”. In passato, ha ampiamente dimostrato di poter stabilmente soffermarsi nei piani alti della classifica, come testimonia il tredicesimo posto nel ranking a gennaio 2012. Nel suo palmarès spiccano, oltre ai tre titoli ATP, anche un pregevole quarto di finale all’Australian Open 2011 e un ottavo allo US Open sempre nello stesso anno. L’ultimo acuto, poi, va inquadrato nella finale di Rio 2014 contro Nadal, anno in cui lo spagnolo si aggiudicò il suo ultimo Slam. Una sconfitta dunque pienamente legittima, seguita da un terzo turno al Roland Garros. Come dichiarato al termine della semifinale di Buenos Aires, Dolgopolov aveva preso proprio quel periodo come ultima fase di piena forma fisica; da allora, “sono stati anni difficili per me“.

L’ESSENZA DOLGOPOLOV – Si può discutere all’infinito sul suo tennis particolare, caratterizzato da variazioni costanti e di non facile lettura, a cui si uniscono movenze che appaiono quasi precarie. Dolgopolov si ama o si odia, difficilmente si apprezza per quello che effettivamente è. Eppure il suo rovescio, specialmente nella finale disputata ieri, è di una precisione chirurgica, soprattutto in diagonale; il dritto è particolarissimo e il moto perenne del polso ne rende ardua la lettura. Il servizio, tuttavia, prevale per peculiarità, in un movimento rapidissimo che vede il corpo quasi piegarsi su se stesso in modo totale. Tutto è funzionale all’imprevedibilità, alla mancanza di continuità, alle sorprese. Spesso Nishikori, che lo aveva sempre battuto, è rimasto inerme di fronte ad accelerazioni inaspettate provenienti da svariati metri dietro la linea di fondo, posizione in cui tutto ci si attende tranne che un vincente in controtempo. E il nipponico, anche condizionato da lievi problemi fisici, ha faticato a trovare soluzioni adeguate nel suo tennis monocorde (specialmente su terra). Prescindendo quindi da un attaccamento effettivo al giocatore, è indubbio che una presenza del genere sia positiva nel circuito, specialmente in una parte di classifica più alta (con la vittoria di ieri, è risalito fino alla posizione numero 50). Rappresenta un po’ quella mina vagante che rende ogni torneo un racconto da scrivere e non un copione predefinito.

Se effettivamente Dolgopolov rientrerà ad alti livelli, è un’ardua operazione da effettuare; sarebbe un po’ come cercare di leggere il suo servizio nei primi momenti di una partita. Un amante del tennis dovrebbe augurarselo, perché si tratta indubbiamente di un atleta dalle grandi potenzialità, capace di scardinare almeno a tratti le gerarchie dell’attuale momento tennistico.

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