Aryna Sabalenka è tornata a ruggire

Aryna Sabalenka è tornata a ruggire, e lo ha fatto in grande stile. La colonna portante del tennis bielorusso, che sembrava destinato ad essere una superpotenza mondiale ma che con le difficoltà di Azarenka, gli infortuni di Lapko e la poca solidità di Sasnovich ha subito una forte frenata, ha ritrovato negli ultimi mesi la sua forma migliore. Dopo la fenomenale estate del 2018, che l’ha messa sotto i riflettori grazie ad una sequenza di ottimi piazzamenti, tra cui il titolo di Wuhan, molti hanno subito gridato al fuoco di paglia. Il percorso di Aryna, però, non poteva essere lineare.

L’anno in cui per la prima volta il pubblico ha potuto apprezzarla è stato il 2017, in particolare in Fed Cup. Una ragazza semisconosciuta di 18 anni che colpiva la palla con una violenza con ben pochi uguali nel tour. Si era salvata per un soffio Kiki Bertens al primo turno, mentre Krajicek e Golubic non poterono fare nulla. In finale, dopo aver perso con Vandeweghe ma battuto la fresca vincitrice degli Us Open Sloane Stephens – che stava attraversando una delle sue tanti fase buie – dovette rinunciare ai sogni di gloria, poiché il doppio finì nelle mani degli Stati Uniti. Nel frattempo, Aryna aveva anche giocato la sua prima finale WTA, persa contro Maria Sharapova in un match lottatissimo. Poco dopo è arrivato anche il primo titolo WTA, il 125 di Mumbai, creando così buone aspettative per il 2018, anno che come già detto ha consacrato la bombardiera dell’est nel tennis che conta. Finale nel Premier di Eastbourne, semifinale nel Premier 5 di Toronto, titolo a New Haven, ottavi a New York, vittoria a Wuhan, dei mesi di grande intensità in cui ha battuto molte top10 mettendo in campo un tennis violento, di grande potenza, ma che per funzionare ha bisogno che tutti i meccanismi collaborino. Servizio devastante, aiutato dai 183 cm di altezza e da una struttura fisica degna di grande nota, dritto naturale e fluido, carico, impattato a qualsiasi altezza. Rovescio efficace, ma un po’ più ballerino, colpito in openstand, con le gambe divaricate. Nonostante la massa fisica, la mobilità era già buona ma è migliorata con il tempo. Così come è migliorato il polso e il gioco a rete, anche grazie ai tanti match di doppio vinti in coppia con Elise Mertens. Molti dopo questi risultati parlavano già di numero 1 sicura, di regina del circuito. Altri erano già pronti a parlare di fuoco di paglia, di risultati fortuiti e di crisi imminente. La realtà non solo stava nel mezzo, ma era molto più complicata di così.

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Il 2019 è stato, dati alla mano, un brutto anno. O meglio, la maggior parte della stagione è stata pessima, con tante sconfitte inaspettate e altrettanti match lottati ma persi per un soffio. L’anno era anche iniziato alla grande, con il titolo a Shenzen, ancora una volta in Cina, ma il crollo di Sabalenka, seppur graduale in classifica perché il bottino di prezioso da difendere era alla fine, è stato naturale e inevitabile. Durante l’estate è arrivato anche l’addio al coach Tursunov, pezzo fondamentale nel puzzle di Aryna, salvo poi richiederlo con sé mediante un post su Instagram. Ha provato anche a viaggiare da sola Sabalenka, che aveva bisogno di capire meglio i proprio bisogni, ritrovare la motivazione. E pare aver funzionato, perché poco dopo le buone sensazioni sono tornate e nel grande stupore generale Aryna riesce a difendere il titolo di Wuhan, superando questa volta in finale Alison Riske. Come se i mesi prima non fossero mai esistiti, la bielorussa torna ad essere un fiume in piena e vola a Zhuhai per l’Elite Trophy, dove si aggiudica il trofeo vinto 12 mesi prima da Ashleigh Barty. Si parla di ritrovato equilibrio, di serenità, di obiettivi rinnovati e le aspettative tornano altissime per il 2020. Poco dopo arriva però un colpo bassissimo, la morte del padre ancora giovane, a mettere sottosopra il mondo di Sabalenka. È qualcosa di complicato, inizialmente impossibile, da affrontare, e per un atleta diventa ancor più difficile separare il campo dalla vita privata e dal dolore. Nel giro di pochi mesi hanno dovuto affrontare questa perdita anche Amanda Anisimova, la scorsa estate, e Jelena Ostapenko, a gennaio del 2020. Le opzioni diventano due: o si prende del tempo per metabolizzare e si cerca di tornare in campo quando pronti o comunque non al 100%, oppure si trasforma il dolore in rabbia, e poi in determinazione e voglia di rivalsa. È stata una tigre anche in questo Aryna, che ha svolto comunque al meglio la preparazione invernale ed è ripartita in buona forma a gennaio, con una bella vittoria su Simona Halep ed una semifinale Premier prima di Melbourne. Ancora una volta, lo Slam lascia l’amaro in bocca e Aryna deve salutare l’Australia già al primo turno, ma il Medioriente è pronto a regalarle nuove gioie. Tutti i pezzi del suo tennis funzionano e collaborano tra loro, rendendola (quasi) imbattibile per due settimane, con la sola Halep capace di arginarla in una settimana d’oro. Se a Dubai si ferma ai quarti, a Doha nessuno riesce a metterle i bastoni tra le ruote; Kontaveit, Sakkari, Zheng, Kuznetsova e un’ottima Kvitova, tutte cadute sotto le accelerazioni fulminanti di dritto della tigre.

Il titolo, ovviamente, non poteva che essere dedicato al padre, ispirazione e motivazione a dare sempre il meglio e a migliorare ogni giorno. Torna al numero 12 del mondo, numero 7 della race, e ovviamente con questo tennis si può proseguire in grande stile, ma cosa aspettarsi realisticamente? Innanzitutto è necessario capire la strada che ha portato Sabalenka qui. Già nel 2018 era evidente il grande talento, ma anche i limiti: tanti errori in situazioni estremamente favorevoli, poca sensibilità nel polso, gioco a rete rivedibile. Ma è anche vero che già all’epoca si vedeva il costante lavoro svolto da Tursunov, con le sgraziate discese a rete che qualcuno forse ricorderà, e che raramente le portavano il punto, ma erano uno step fondamentale per il suo percorso. Perché Aryna ha continuato a farle, ha cominciato anche a usare le smorzate, lo slice con entrambi i fondamentali e ha dato sempre più rotazione ai colpi, inserendo le palle interlocutorie, piuttosto un mistero all’epoca. Il risultato? Mesi e mesi di assenza di risultati, di sconfitte incomprensibili, di scambi in cui veniva dominata dall’avversaria. Eppure, ancora una volta, era necessario, perché a 21 anni è giusto rimandare la gloria del momento per completarsi, per sistemare il proprio gioco e poter poi raccoglierne i frutti. È sicuramente presto per dire se in questo percorso ha raggiunto tutti gli obiettivi, ma intanto nel giro di circa 3 mesi – tolta la pausa invernale – sono arrivati due Premier 5 e il torneo di Zhuhai. Ora Aryna è una giocatrice molto diversa dalla ragazza che si era presentata al circuito qualche stagione fa, e nonostante gli alti e bassi all’interno dello stesso match ha una solidità maggiore e un gioco più continuo, con meno errori ma sempre tanti vincenti, solo più in costruzione. È un percorso che hanno intrapreso anche Ostapenko e Giorgi – sebbene in molti si ostinino a negarlo – anche se i risultati non sono ancora chiari. La prima ha ritrovato sicuramente parte del suo tennis, ma pare dover lavorare ancora per tornare in top10, mentre la seconda è stata frenata da un infortunio proprio all’apice della carriera, quando aveva trovato continuità e aveva avvicinato la top20. Alla luce di tutto questo, è giusto capire che dopo un torneo così importante e con una grande carica emotiva, potrebbe volerci un po’ per riprendere il filo. Non è detto, ma un calo di tensione e di determinazione sarebbe assolutamente naturale. Il cemento americano potrebbe comunque vederla protagonista, ma mi aspetto soprattutto che questa volta approcci la terra con più pazienza ed esperienza, e il tennis completo messo in campo in questi giorni può portarle qualche vittoria in più. Si vedrà poi per l’erba, prima di puntare tanto sul cemento nordamericano. L’importante ora è che la tigre della Bielorussia ci sia, che abbia conquistato il suo terzo titolo Premier 5 – che le permette di aver vinto almeno un titolo per il quarto anno consecutivo – e che sia tornata la fiducia nei propri mezzi. Per il resto, il tempo premierà il duro lavoro.

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