Chris Evert, la donna che ha fatto innamorare l’America

«Ho sempre giocato per vincere. Perdere mi feriva. Sono sempre stata determinata nel voler essere la migliore». L’inclinazione di Chris Evert nei confronti del tennis agonistico non lascia spazio all’interpretazione. Lo stesso vale per i numeri che è riuscita a produrre nell’arco della sua carriera. Chris Evert ha vinto oltre il 90% delle gare disputate: 1304 su 1448; detiene un record di 125 vittorie consecutive sulla terra rossa, dove rimase imbattuta dal 1973 al 1979; e ha conquistato almeno una prova dello Slam per tredici anni consecutivi, dal 1974 al 1986. Le statistiche che riguardano i risultati negli slam sono impressionanti: su 56 partecipazioni ha raggiunto 52 volte le semifinali, 34 volte la finale ed ha trionfato in 18 occasioni.

Christine Marie Evert è nata il 21 dicembre del 1954 a Fort Lauderdale, una località a un miglio dalle più belle spiagge della Florida. Anziché il profumo della salsedine però, Christine è cresciuta respirando tennis. Se mamma Colette serviva alla mensa scolastica, papà Jimmy insegnava sui campi pubblici in terra rossa di Holiday Park e, principalmente per questo motivo, a cinque anni Chris aveva già i fondamentali correttamente impostati. Il suo rovescio era però caratterizzato da una presa bimane aspetto che, per l’epoca, rappresentava una vera e propria anomalia. Jimmy Evert era ricorso a quella che riteneva una soluzione temporanea solamente perché la figlia era una bambina molto gracile, forse nemmeno lui si sarebbe aspettato che quella scelta avrebbe influenzato le generazioni future.

Chris Evert ha raccontato che per anni ha continuato a risuonarle nelle orecchie e nella mente la voce del genitore che, come un disco rotto, continuava a ripeterle: «porta la racchetta indietro, girati lateralmente, entra in campo quando colpisci la palla». Il padre aveva catechizzato anche gli altri figli, Drew, Jeanne, Claire e John: tutti giocavano a tennis, tutti iniziarono a partecipare a tornei sin da bambini e tutti ottennero ottimi risultati; nessuno di loro però possedeva la naturalezza dei gesti, la precisione nei colpi, la capacità di mantenere la concentrazione di Chris. E sono proprio queste doti a permetterle di raggiungere la vetta delle graduatorie juniores quando era più una bambina che un’adolescente.

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Nel 1970, Chris Evert ha solo quindici anni e sembra una bambola di porcellana quando, nelle semifinali del torneo di Charlotte, sconfigge l’indiscussa numero uno del mondo che durante quella stagione aveva realizzato il Grande Slam: Margareth Court Smith. La stampa statunitense intuisce sin da subito che quella ragazzina timida, dai modi aggraziati, sarebbe stata destinata a grandi cose. Il padre però dà prova di grande intelligenza e non la forza, centellina i tornei, non aspira che la figlia bruci le tappe, vuole che diventi la migliore del mondo e che ci resti per il più a lungo possibile. «Quando si ottengono grandi risultati sin da giovani è difficile porsi dei limiti. Si finisce per giocare troppo fino a che o cede il fisico o cedono i nervi. Mio padre ha gestito la programmazione dei tornei in modo che evitassi sia l’uno che l’altro inconveniente», ha spiegato Chris che, dai quindici ai diciotto anni, non ha mai disputato più di cinque tornei all’anno.

È forse la mancanza di esperienza, di abitudine nel trovarsi al cospetto di situazioni delicate che le impediscono di chiudere in proprio favore la semifinale di Wimbledon del 1972 quando, in vantaggio 6-4 3-0 contro la campionessa in carica, Evonne Goolagong, subisce la rimonta da parte dell’australiana  che la batte 6-4 al terzo. In quell’occasione la Goolagong indica la strada alle colleghe: per mettere in difficoltà Chris bisogna giocarle delle smorzate sul rovescio bimane. Ed è su questo punto debole che la Evert lavora all’infinito o meglio, cerca di rendere i suoi colpi ancora più profondi, i suoi passanti ancora più millimetrici, le sue angolazioni ancora più insidiose, in modo da non mettere le sue avversarie in condizione di arrischiare una smorzata. Lo stesso anno, Chirs Evert arriva in semifinale pure allo U.S Open e l’intera nazione “si perde” dietro a quella ragazzina di bei lineamenti delicati dotata di un micidiale killer instinct. E mentre gli organizzatori del torneo, consapevoli che la Evert avrebbe attirato il grande pubblico, programmano i suoi match sul campo centrale a partire dal secondo turno; il noto commentatore della NBC Bud Collins proclama: “A star is born”. Ed aveva ragione.

L’anno dopo la Evert raggiunge la finale sia all’Open di Francia, dove viene sconfitta da Margaret Court Smith 6-7, 7-6, 6-4; che a Wimbledon dove a batterla è Billie Jean King. Stessa sorte l’attende nel gennaio del 1974 quando si ferma in finale all’ Australian Open, sconfitta questa volta dalla padrona di casa, Econne Goolagong. Ma è questione di poco. Il 15 giugno 1974 Chris Evert supera 6-1 6-2 Olga Morozova e conquista il Roland Garros. Nemmeno un mese dopo si ripete a Wimbledon sempre in finale contro la Morozova. In quei giorni al fianco di Chris c’è il suo fidanzato, il numero uno del mondo Jimmy Connors, che il giorno dopo batterà in finale Ken Rosewall. Suo padre è invece in Florida, a Fort Lauderdale ma quel giorno lo ricorderà per tutta la vita: «Non c’era la diretta Tv nel 1974 e Chris doveva chiamarmi appena dopo l’incontro. Quando squillò il telefono risposi e sentii una voce in lontananza dire: ‘Ho vinto’. Rimasi in silenzio, allora Chris mi chiese: ‘Papà, va tutto bene?’. Ero shoccato. Provate ad immaginare la vostra figlia diciannovenne che vi chiama dicendovi di aver appena vinto Wimbledon!».

La principessa di ghiaccio, come l’ha soprannominata la stampa britannica, domina letteralmente il circuito dal 1974 al 1978 e diventa la prima giocatrice a raggiungere il milione di dollari di montepremi vinti in carriera. Niente male per una ragazzina che, fino ai dieci anni possedeva solo tre paia di scarpe: “quelle per andare a scuola, quelle per i giorni di festa e quelle per giocare a tennis”. Più deludente si rivela essere la sfera privata: dopo la doppietta che Chris e Jimmy siglano a Wimbledon nel 1974 la banda reale intonaThe girl that I marry” ma, seppure la data di nozze tra i due campioni sia già stata fissata, il matrimonio non sarà mai celebrato. E’ la  futura sposa a mandare tutto all’aria: non si sente pronta per compiere un passo tanto impegnativo, diventare moglie e madre troppo presto può compromettere la sua carriera. Da quel momento la Evert ha una serie di flirt, dai quali non si lascia coinvolgere più di tanto: prima con Vitas Gerulaitis poi con Burt Reynolds, fino al figlio dell’ex presidente degli Stati uniti, Jack Ford. Finché, durante il torneo di Wimbledon del 1978, la collega ed amica Ingrid Bentzer le presenta John Lloyd. Il colpo di fulmine è reciproco ma l’iniziativa la deve prendere Chris perché John è troppo introverso per chiederle un appuntamento. Questa volta il matrimonio va in porto ed il 19 aprile del 1979 la numero uno del mondo diviene Chris Evert Lloyd.

Intelligenza tattica, concentrazione, profondità di palla. Su questi tre comandamenti Chris Evert ha costruito la sua leggenda. Un gioco solido, geometrico, caratterizzato da una infinitesimale percentuale d’errore. Qualità quest’ultima, resa possibile dalle sue ineguagliabili doti mentali. Billie Jean King ha infatti spiegato che «Quello che fa di Chris Evert una così grande campionessa è la sua capacità di giocare non i game o i match, ma i singoli punti». La proverbiale freddezza della Evert è rafforzata dalla divertente descrizione che John McEnroe fa di lei: «Un’assassina ben vestita che, mentre dice le cose giuste, ti sta facendo a pezzi». Il portamento elegante, i modi signorili rappresentano le pennellate finali di un dipinto già di per se’ perfetto. Impossibile non condividere le parole di Tom Friend del Washington Post: «Chris era una donna stupenda, che praticava uno sport stupendo in una maniera stupenda. Ecco perché l’America si innamorò di lei».

Quella tra Chris Evert e Martina Navratilova è stata una delle rivalità più importanti dello sport in generale. Si sono incontrate 80 volte ed il bilancio finale è di poco favorevole alla Navratilova che l’ha spuntata 43 volte, contro le 37 della Evert. Al di à dei numeri, a rendere emozionanti le loro sfide è stato il contrasto che caratterizzava i rispettivi stili di gioco, le personalità: Chris era una regolarista machiavellica, dotata di nervi d’acciaio; Martina un’attaccante aggressiva ed emotiva. Seppure, nella storia delle loro sfide, il punteggio più severo lo ha inflitto la Evert alla Navratilova quando, nella finale di Amelia Island nel 1981 prevalse 6-0 6-0; nel biennio 1983-84 l’americana ha incassato tredici sconfitte consecutive. Incapace di contrastare il vigore fisico ed i martellanti attacchi a rete dell’amica-rivale, la Evert decide di tentare il tutto per tutto affidandosi a Dennis Ralston. «Il solo modo per battere Martina è tenerla lontana dalla rete»; raccomanda Ralston ad una Evert che per la prima volta in vita sua ammette di sentirsi inerme al cospetto dello straripante gioco della ex cecoslovacca.

Nel 1985 Chris Evert si appresta a compiere trentuno anni; per il mondo non è più la “principessa di ghiaccio”, non è nemmeno più “Queen of the court”; è semplicemente “Chris America”. Rimettersi in gioco ad un’età in cui la maggior parte delle colleghe pensa alla pensione è l’ennesima prova di carattere fornita da Chirs Evert. “Se a vent’anni possono bastare cinque ore di allenamento, a trenta ne occorrono sette”; sintetizza Ralston che trova nella volontà di Chris terreno fertile su cui impiantare i suoi schemi. La Evert che si presenta al Roland Garros nel 1985 mantiene una profondità di palla tale che, anche di fronte alle continue discese a rete della Navratilova, è nelle condizioni di giocare passanti efficaci. Inoltre, sempre al fine di tenere la rivale lontana dalla rete, è lei stessa a scendere più spesso a rete. La vittoria al Roland Garros, in finale su Martina 6-3 6-7 7-5 riporta Chris Evert al primo posto della classifica mondiale. «Non si trattava semplicemente di un’altra vittoria di Chris su Martina o di un’ennesima vittoria di Chris in uno Slam»; ricorda Andy Brandi «si trattava di ben altro, di qualcosa di più: la regina era tornata sul trono». Come per rimarcare il concetto, nello stesso anno la Women Sports Foundation elegge Chris Evert «La più grande atleta degli ultimi venticinque anni».

Il 1986 è l’ultimo anno in cui la Evert riesce ad imporsi in una prova del Grande Slam, agli Open di Francia. «Quando vinsi a Parigi nel 1986 provai la stessa emozione che provai al mio primo trionfo a Wimbledon, nel 1974»; ha in seguito confidato Chris Evert. Forse quel giorno, il 7 giugno del 1986, nella sua mente si fa largo la consapevolezza che con quella vittoria si era appena concluso un ciclo. Nel 1987 la Evert raggiunge le semifinali agli Open di Francia e a Wimbledon; mentre all’Australian Open 1988, dopo aver sconfitto in semifinale Martina, all’ultimo atto perde contro Steffi Graf che, quell’anno realizzerà il Grande Slam.  «Già a venticinque anni avevo iniziato a chiedermi quale sarebbe stato il momento giusto per ritirarmi e come avrei fatto a capirlo. Sapevo che nessuno avrebbe potuto dirmelo, che questa decisione l’avrei potuta prendere soltanto io. Tutte le volte che ne parlo con mio padre mi dice di continuare, ma per me è sempre più difficile perché sento che adesso, a trentaquattro anni, il meglio del mio tennis è passato. Sempre più spesso mi trovo a giocare con ragazze che hanno quindici e a volte anche venti anni meno di me e che non sembrano affatto intimidite nell’affrontarmi: hanno quella fame di vincere e lottare su ogni punto che io, invece, non ho più».

La grande signora del tennis battezza il 1989 come l’anno giusto per ritirarsi dalle scene. Il 5 settembre 1989 Chris Evert gioca l’ultimo match della sua carriera contro la connazionale Zina Garrison. Agli appassionati è comunque concessa la licenza poetica di considerare l’ultimo match della strepitosa carriera di Chris quello che aveva giocato e vinto due giorni prima. Era il 3 settembre 1989 e la Evert sconfisse Monica Seles.

Chris Evert serves to Sue Barker of England during the 1977 Virginia Slims Championships Final at Madison Square Garden.
New York, New York 3/27/1977 – (Image # 1090 )

Per rendere l‘idea di quanto celebre sia Chris Evert basta pensare che è stata lei ad influenzare il nome di un gioiello: il bracciale tennis. Attualmente sono in vendita esemplari di questo gioiello che spaziano dai 20 ai 20.000 euro ma, il “bracciale tennis” nasce come accessorio di lusso. Il suo nome originario era infattiriviere tennisin quanto era composto di diamanti e oro bianco 750. Finché, nel 1987, durante una partita dello U.S Open, Chris Evert perse il proprio bracciale disegnato dal gioielliere egiziano George Bedewi e chiese all’arbitro di interrompere momentaneamente la partita per consentirle di recuperare i preziosi diamanti che si erano sparsi per tutto il campo. In conferenza stampa Chris dichiarò che fu la prima volta che si era separata dal suotennis bracelet”, dando così inconsapevolmente il nome a uno dei “must” della gioielleria contemporanea.

Contrariamente alla linearità del suo gioco ed alla costanza dei risultati, la vita privata di Chris Evert non ha goduto della stessa stabilità. Dopo la fine del matrimonio con John Lloyd, Chris si è sposata con Andy Mill, uno sciatore americano vincitore di due medaglie alle Olimpiadi e, tra il 1991 ed il 1996 è diventata madre di tre figli. Nel 2006 però anche l’unione con Mill è naufragata e dopo due anni la Evert è convolata a nozze per la terza volta con Greg Norman; soprannominato lo squalo non solo per le origini australiane ma anche per lo stile aggressivo che lo ha reso il miglior golfista del mondo mondo per 331 settimane. Senza dubbio una coppia d’assi.

Il tennis resta comunque un punto fermo nella vita di Chris Evert che oltre ad aver fondato una scuola di tennis a Boca Raton è sempre impegnata come commentatrice sportiva presso il network americano NBC. In perenne polemica con leurlatrici” del circuito Chris ritiene che alcune tenniste «grugniscono semplicemente perché altre glielo lasciano fare». In tal proposito ha raccontato un episodio: «Quando giocavo, avevo l’abitudine per cui se il mio servizio fosse andato in campo, facevo cadere la palla all’indietro e Billie Jean King mi disse che se lo avessi fatto ancora avrebbe smesso di giocare perché la pallina rotolava lungo la sua linea di visuale. E lo fece, fermò il gioco lamentandosi del fatto che io lo facessi apposta a far cadere la palla per disturbarla. Se una giocatrice avesse esagerato dopo un punto io avrei fatto notare la cosa all’arbitro e il mio avversario sono certa che avrebbe smesso». Lei, sempre così impeccabile ha persino ammesso che, ebbene sì, le è capitato di piangere al cospetto di qualche sconfitta. Non sua però; di Roger Federer. È proprio il caso di dirlo, tra le mille e più qualità di Federer c’è pure quella di essere riuscito ad umanizzare l’ex “principessa di ghiaccio”, ora sessantenne sazia di sfide, ma finalmente ricca di tutte quelle sfumature, chiuse per anni ed anni, in un gelido angolo del proprio cuore.

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