Jelena Dokic

Quando il 22 giugno 1999 Martina Hingis scende in campo per disputare il primo turno di Wimbledon, mai avrebbe immaginato che l’incubo iniziato durante la finale del Roland Garros sarebbe proseguito anche sui sacri campi dell‘All England Tennis Club. Si appresta a compiere i palleggi di riscaldamento mantenendo la solita aria di superiorità, Martina, ma sin dalle prime fasi del match si capisce subito che qualcosa la disturba nello sguardo feroce, nei modi spicciativi, nella “giornata di grazia” della sua avversaria, una biondina nata in Croazia, cresciuta in Serbia ma di passaporto australiano, che occupa la 129esima posizione del ranking WTA.  L’elvetica non è solo la numero uno del mondo, è anche l’eletta capace di trionfare sul Centre Court a soli sedici anni; la stessa età che ha Jelena Dokic quando le infligge un 6-2 6-0 figlio di soli 54 minuti di gioco. La sconfitta più umiliante per Martina Hingis. Il trampolino di lancio per Jelena Dokic. «Avrei dovuto essere nervosa, ma non lo ero. Non avevo pressioni, ho semplicemente vinto»; spiega Jelena in conferenza stampa. Nervoso, al posto suo, c’è invece il padre-coach, Damir, un omone rissoso con la barba da Mangiafuoco che solo una settimana prima era stato arrestato durante il torneo di Birmingham per aver disturbato lo svolgimento del gioco, aver definito un arbitro “nazista”, aver aggredito un dirigente della WTA ed essersi steso, ubriaco, in mezzo ad una strada bloccando il traffico.

Jelena Dokic nasce ad Osijel, il 12 aprile 1983; essendo però il padre di Belgrado, la famiglia ben presto si trasferisce in Serbia. Nell’ormai ex Jugoslavia la famiglia di Jelena è una delle tante che lavorano  per far quadrare i conti, piegati al cospetto di una realtà che vedeva in ogni lavoratore un dipendente statale. I suoi genitori svolgono mestieri tutt’altro che comodi: il padre Damir, è un camionista, mentre la madre Liliana lavora in un forno. Orari pazzeschi, pochi soldi per le mani e nessuna prospettiva affinché le cose prendano una piega migliore. Forse c’è anche tanta frustrazione a spingere Damir verso la bottiglia e, mano a mano che il senso di impotenza cresce, a suggerirgli di arrivare in fondo al fiasco, a buttar giù quel bicchiere di troppo, che immancabilmente dà forma a una violenza che cova forse non solo in lui ma in un popolo che, caduta la cortina di ferro, si ritrova libero di odiarsi.

Jelena ha otto anni quando la tv di casa è sintonizzata in un canale che trasmette un match di tennis con protagonista Monica Seles. Match che oltre a Jelena vede anche papà Damir il quale ha forse l’intuizione più felice della sua vita: iscrivere la figlia ad un corso di tennis. Ed è la svolta per la famiglia Dokic.  Il talento della piccola Jelena matura infatti di pari passo con la consapevolezza da parte dei genitori che quella primogenita rappresenta la loro chance per lasciare camion e forno. Non sarà però il tennis ma la guerra dei Balcani a spingere Damir e Liliana ad espatriare insieme a Jelena ed al piccolo Savo. Meta prescelta: l’Australia.

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Se nel 1786 il governo inglese approvò la costituzione di una colonia penale a Botany Bay, nella baia di Sydney, in cui recludere i prigionieri condannati all’ergastolo; è proprio nella più antica città australiana, che Damir Dokic condanna l’undicenne Jelena ai lavori forzati sul campo da tennis. Una nuova Patria che accoglie a braccia aperte quella bambina promettente che nel 1998 diventa professionista, vince l’US Open juniores e, a soli quindici anni, diventa la più giovane “aussie” ad essere schierata in Federation Cup. Che Jelena Dokic abbia la stoffa della campionessa, lo dimostra a Wimbledon nel 1999 quando, dopo aver clamorosamente battuto Martina Hingis, prosegue la sua corsa a perdifiato fino ai quarti dove sbatte contro Alexandra Stevenson, anche lei alla sua prima partecipazione ai Championships, pure lei proveniente dalle qualificazioni, unita a Jelena da un padre altrettanto ingombrante, ma non per la sua presenza, bensì per l’assenza, essendo figlia illegittima di Julius Erving, il leggendario “Doctor J” del basket NBA. A fine stagione Jelena Dokic è la n. 43 del mondo ed il 2000 si preannuncia strepitoso: se agli Internazionali d’Italia riporta una prestigiosa vittoria su Venus Williams, a Wimbledon approfitta di un corridoio favorevole e raggiunge la semifinale dove viene sconfitta da Lindsay Davenport. A settembre difende inoltre i colori dell’Australia in occasione dei Giochi Olimpici di Sydney ma, quando disputa la finale per il terzo posto, la medaglia di bronzo finisce al collo del suo idolo: Monica Seles.

Se la WTA squalifica papà Damir fino a marzo 2001, lui riesce ugualmente a far sentire la propria voce e, quando al primo turno degli Australian Open, Jelena viene abbinata alla Davenport, il “padre-padrone” accusa gli organizzatori dello Slam di pilotare i sorteggi in modo da penalizzare la figlia: «Non mi sorprendo che a Melbourne vengano sabotati i tabelloni. Gli australiani sono razzisti e fascisti: hanno ucciso gli aborigeni come fossero conigli. Dei figli di criminali e prostitute non possono dar vita a un Paese sano». Il cambio di nazionalità è repentino e Jelena torna alle origini, alla Serbia. Diatribe e siparietti che sembrano non deconcentrare troppo Jelena Dokic che, il 14 maggio 2001 vince il suo primo torneo WTA a Roma sconfiggendo in finale Amelie Mauresmo, per poi imporsi a Tokyo e a Mosca. La scalata di Jelena continua e se altri acuti in prove dello slam le sono negati da fuoriserie della caratura di Davenport, Capriati ed Hingis; i successi sulla terra verde di Sarasota e sull’erba di Birmingham le permettono di toccare, il 19 agosto 2002, la quarta posizione del ranking WTA.

L’inizio della fine per Jelena coincide quando, nel 2003, papà Damir viene messo al corrente della relazione sentimentale tra la figlia ed un pilota di Formula 1, Enrique Bernoldi. Il padre è persuaso che Jelena sia andata fuori di testa e debba essere sottoposta a cure psichiatriche: dal suo punto di vista solo un crollo psichico può giustificare il desiderio di passare del tempo insieme a un uomo che non sia lui. Jelena però si ribella e gli volta le spalle. Una scelta probabilmente inevitabile ma, tutto d’un tratto, forse lei per prima inizia a sentirsi come una marionetta privata del suo burattinaio. Ragione in più che su una cosa Damir non si era sbagliato: Bernoldi non è la persona giusta per lei e ben presto quel cedimento predetto dal padre arriva anche in campo tanto che, nell’arco di un paio d’annate la Dokic disperde tutto quello per cui aveva lottato fin da bambina; a partire dalla classifica che a fine 2004 la vede rotolare in 125esima posizione e, dopo un anno di stop, precipitare al 351° posto del ranking.

Tornata a Sydney, Jelena beneficia di una wild card all’Australian Open, ma perde al primo turno da Virginie Razzano dopo aver fallito due match point. Papà Damir riappare di prepotenza, e come un elefante che entra in un negozio di cristalli tuona: «Dovrei lanciare una bomba atomica su Sidney. Gli australiani con l’aiuto della Croazia e del Vaticano l’hanno sottoposta a un lavaggio del cervello. Ho pensato anche di uccidere un australiano per rappresaglia, ma non sarebbe servito a niente». Di Jelena si perdono nuovamente le tracce, tanto che a dicembre 2006 la classifica mondiale la vede occupare il 621esimo posto. Impossibile invece che si smarrisca Damir che, a un quotidiano serbo, denuncia il presunto rapimento della figlia ad opera del suo ex fidanzato, il fratello dell’altrettanto ex allenatore, Tin Bikic. Due giorni dopo Jelena Dokic non può fare a meno di smentire, per poi nuovamente eclissarsi; ora deve combattere contro un’ombra ancora più imponente persino di quella del padre: la depressione.

Scomparsa dalla classifica WTA, nel 2008 riparte dai challenger, conquista tre titoli ITF da 25.000$; a Firenze, Caserta e Darmstandt, chiudendo la stagione come n. 178 del mondo. Seppure affermi di «non essere più nessuno per il mondo del tennis» e di dover ripartire daccapo; a gennaio 2009 gli organizzatori degli Australian Open le concedono una wild card e lei ripaga la fiducia sconfiggendo Paszek, Chakvetadze, Wozniacki e Klejbanova prima di cedere a Dinara Safina nei quarti di finale. Jelena ha solo ventisei anni, ma quella che potrebbe essere la stagione del riscatto si rivela una delusione ogni qualvolta si presenta in un torneo maggiore. Eppure lei vuole risalire lil ranking e per farlo, dopo l’ennesimo primo turno rimediato all’US Open, si ributta a capofitto nei challenger, acciuffando due vittorie nel 100.000$ di Atene e nel 50.000$ di Joue Les Tours. “Il tennis non è la cosa più importante al mondo, ma è qualcosa che amo». Dice il vero, Jelena che prosegue la sfilata dei tornei ITF per quasi tutto il 2010, guadagnando punti preziosi tramite le vittorie di un 50.000$ a Contrexeville, e dei 75.000$ di Bucarest e Vancouver.

«Non so quante altre ragazze abbiano patito quel che ho sofferto io”; rivela Jelena, che pare essere riuscita a liberarsi  di quel padre colpevole di aver abusato della sua mente. Non è più l’adolescente avida e rabbiosa che sembrava destinata a salire in vetta al ranking prima di compiere vent’anni, ma l’essere riuscita a raggiungere una parvenza di equilibrio le permette di guardare al futuro con fiducia. Nel 2011 cambia registro, inizia a farsi seguire da Louise Pleming, supera le qualificazioni e raggiunge i quarti a Parigi, finché dopo otto anni trionfa in un torneo WTA, a Kuala Lampur, dove sconfigge in finale Lucie Safarova con il punteggio di 2-6 7-6 6-4. Rientrata tra le prime sessanta tenniste del mondo, tenta con ostinazione di riscalare la montagna negando a sé stessa che ormai qualcosa si è irrimediabilmente incrinato dentro di lei. O forse semplicemente i numi del tennis hanno deciso di negarle una seconda possibilità.

L’incompiuta è una delle sinfonie più toccanti di Franz Schubert, il Non finito di Michelangelo commuove per lo strazio urlato dalle forme che sembrano rientrare nel marmo e nel contempo uscirne, ma è la “Lezione di musica interrotta” di Jan Veermer un opera finita, ma che forse più di ogni altra è pervasa da un senso di inquietante sospensione ad essere vicina, più di ogni altra, al vissuto di Jelena Dokic. Per descrivere il dipinto nel romanzo La ragazza interrotta, la penna di Susanna Kaysen dà vita a parole che potrebbero essere uscite dalla mente di Jelena Dokic: «Lo sguardo della ragazza punta fuori dal quadro, ignorando il maestro di musica. Lei era giovane e distratta e il maestro la incalzava perché le porgesse attenzione. Ma lei guardava lontano, alla ricerca di uno sguardo che incontrasse il suo. Interrotta mentre suona, com’era stata la mia vita, interrotta nella musica dei diciassette anni. Com’era stata la sua vita, strappata e fissata su una tela. Un momento reso immobile per tutti gli altri momenti, qualsiasi cosa fossero o avrebbero potuto essere. Quale vita può guarirne?».

Cresciuta nel mito di Monica Seles, con l’implacabile fuoriclasse serba, Jelena pareva aver in comune prima ancora del tennis aggressivo, la determinazione, la ferocia agonistica. E in un certo senso era proprio così. La differenza è che mentre la Seles in campo era disposta a sputare il sangue e l’anima perché vincere era per lei una questione dannatamente personale, dietro allo sguardo tetro di Jelena Dokic si nascondeva un fondo di disperazionedi angosciadi verità inconfessate. Non era sé stessa che Jelena doveva compiacere, bensì un padre, le cui colpe, in perfetto stile biblico, sono ricadute sulla figlia.

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