MARIA SHARAPOVA, EPOPEA DI UNA PREDESTINATA

Sandro Botticelli molto probabilmente ne avrebbe fatta la sua Musa per dipingere una delle sue opere più belle: la Primavera. Una Flora bionda e raggiante, personificazione fisica della stagione in cui fiorisce ogni cosa, con due occhi chiari come la speranza e quell’incedere sicuro di chi sa bene di portare con sé la bellezza e tutti i suoi frutti più effimeri e splendenti. Di certo l’avrebbe figurata ben più magra rispetto alle generose figure muliebri quattrocentesche, coronata non di fiori ma di platino e zaffiri, magari in uno scintillante abito da sera D&G e due tacchi alti ai piedi. Ma, al di là delle epoche storiche, il significato sarebbe stato più o meno lo stesso.

Maria Sharapova è nata questo giorno di primavera, esattamente ventisei anni fa, nel 1987, a Njagan, una tetra cittadina di cinquantamila abitanti nel cuore della Siberia. I genitori, Jelena e Yuri Sharapov, erano originari della Bielorussia, ma in seguito alla tragica esplosione di Chernobyl, avvenuta il 26 aprile dell’anno prima, sono dovuti scappare. Trovando rifugio dove i tentacoli spietati dell’esplosione nucleare, che aveva deformato uomini e intossicato campi, non poteva arrivare: nell’algida e sterile Russia del nord, dove Maria inizia, per la prima volta, a impugnare una racchetta di tennis.

Più tardi la famiglia si trasferisce Soci, sulle rive del mar Nero. La passione di Maria, però, non si ferma; Sharapova è una bella bambina di 5 anni che, a dispetto dei capelli biondi e dal viso di piccola Barbie, sin dall’inizio ha provato le dure pene del sacrificio. Costretta da Yuri, padre e padrone che voleva un futuro migliore per la figlia, Maria si allena duramente ogni giorno per diventare la più forte. Superato neppure il primo lustro d’età, Masha si ritrova in giro per le regioni immense della Federazione Russa a dover partecipare ai tornei junior, imponendosi spesso e colpendo molti per la sua caparbietà e la sua costanza di ferro.

E’ proprio durante un’esibizione a Mosca che la leggenda ceca Martina Navratilova vede in lei una futura campionessa. E’ lei che consiglia al padre di portare la figlia presso la scuola di tennis più prestigiosa al mondo, la Tennis Academy di Nick Bollettieri a Bradenton, California, dove in quegli anni avevano sede futuri assi come Jennifer Capriati e Martina Hingis. Nata nell’ormai lontano 1978, l’accademia può vantare 71 campi, uno spazio verde di migliaia di ettari e i training di allenamento più avanzati al mondo.

Yuri Sharapov sa che per lui e per la figlia questa è l‘occasione della vita, e accetta la sfida. Con poche centinaia di dollari in tasca e senza la conoscenza di una sola parola di inglese, padre e figlia prendono un volo low-cost alla volta dell’America. E’ il 1994. Sembra il tipico sogno americano, anche se i primi anni di permanenza saranno ricordati dalla russa come i più duri della sua vita. Un’infanzia non vissuta, lontano dalla madre – che poté rivedere la figlia solo due anni dopo a causa della restrizione del visto – spesso prevaricata dalle angherie delle ragazze più grandi con cui condivideva l’alloggio. E, soprattutto, la pesante scommessa che la piccola siberiana portava sulle sue spalle:  dopo i sacrifici affettivi ed economici che i suoi avevano fatto in favore del suo talento, non diventare una campionessa ma rimanere nel brulicante panorama delle ‘promesse mancate’ sarebbe stata un’autentica tragedia.

Di storie di famiglie poverissime che hanno spremuto invano le proprie risorse per un successo dei figli mai avvenuto ce ne sono tante. Non è il caso di Maria, però, che in questi anni, forgiata dal dolore e dalla separazione, diventa la più promettente junior di casa Bollettieri. Non solo il suo talento, ma anche la sua concentrazione perenne, la sua determinazione indefessa – scambiata in seguito per freddezza e scarsa attitudine ai sentimenti – costituivano la sua forza, ponendola avanti anni luce rispetto alle altre bambine.Il suo motto era, ed è, sempre quello: “se spari alla luna anche se la manchi comunque arrivi alle stelle”.

Maria diventa professionista nel 2002, a 14 anni, dopo aver però già disputato qualche torneo del circuito maggiore l’anno prima, come il Pacific Life Open a Indian Wells, dove era stata sconfitta da una dei suoi miti Monica Seles. Con una brillante carriera junior alle spalle (finali di Wimbledon e dell’Australian Open), la russa inizia a vincere i primi tornei ITF, che le permettono di finire l’anno al 186° posto. Ma è nel 2003 che Maria entra prepotentemente nei piani alti del circuito Wta: qui vince i primi due titoli, a Tokyo e a Quebec City. Raggiunge il terzo turno a Wimbledon, battuta dalla connazionale Kuznetsova, e i quarti a Los Angeles, dove pur perdendo comanda per oltre un set contro Kim Clijsters, una delle sue più acerrime rivali degli anni seguenti. Termina l’anno entro la cinquantesima posizione e la Wta la premia come ‘Newcomer of the year’.

L’avanzata di Maria però non si interrompe: dopo un discreto inizio 2004, che la porterà nelle top 20, Maria parte per la volta di Londra, dove è impegnata nella verde erba di Wimbledon. Qui Maria, dopo aver sconfitto la giapponese Ai Sugiyama ai quarti e quindi la campionessa uscente Lindsay Davenport, si ritrova in finale contro Serena Williams. E qui accade il miracolo: contro ogni pronostico la gracile e dinoccolata biondina diciassettenne dà prova di un match impeccabile contro la già navigata campionessa afroamericana, battendola celermente 6-1 6-4 e alzando così il trofeo argentato di Wimbledon, ambito quanto inatteso. Questa sarà la prima vittoria che la siberiana infligge alla minore delle Williams, che coincide però con la partita più importante della sua vita; il secondo e ultimo successo contro Serena, a fronte di 12 sconfitte complessive, verrà messo a segno pochi mesi più tardi, in finale al Masters di Los Angeles.

Il pubblico di Londra e del mondo intero, affascinato dalla sua bellezza, dalla pelle bianca come il latte e dai capelli dorati, si stupisce che da quel corpo pieno di grazia possa scaturire l’inferno nel suo tennis piatto e implacabile. E’ proprio a Wimbledon, quella sera del 5 luglio di poco meno di nove anni fa, che la giovane Maria diventa ‘la Sharapova’. Yuri, durante un’intervista, aveva ammesso ridendo che nel corso di quella notte, dopo la vittoria della figlia, lui e il manager avevano ricevuto qualcosa come 900 sms con proposte di sponsorizzazioni, servizi fotografici e ospitate in televisione. Dopo la meteora Anna Kournikova, non pareva vero ai media che vi fosse una ragazza altrettanto affascinante che pure era in grado di vincere il torneo più prestigioso del mondo. Masha diviene la sportiva più pagata del pianeta, simbolo assoluto del tennis business, corteggiata dal mondo della moda e dalla televisione, icona di stile senza uguali. In breve tempo scoppia la ‘Maria Mania’, con il suo nome viene messo in vendita ogni tipo di prodotto, dai profumi fino alle caramelle, ma la Sharapova non ha intenzione di illanguidirsi troppo per le lusinghe della fama. Memore di un duro passato che ricorda fin troppo bene, Masha ha sempre continuato ad alternare allo show business le ore infaticabili sui campi da tennis, raggiungendo un perfetto equilibrio che le ha permesso di costruire la carriera che tutti conosciamo.

Grazie alla collaborazione con Micheal Joyce, iniziata nell’estate 2004 e durata oltre sei anni, Maria l’anno successivo diventerà numero uno al mondo, proprio al termine dello slam londinese, superando l’infortunata Lindsay Davenport. Nel corso degli anni successivi è stata quasi sempre protagonista del grande tennis, aggiudicandosi fino ad oggi quattro slam e ventotto titoli complessivi. Sharapova diventa una vera donna, prima che una grande atleta, sapendosi affrancare progressivamente anche da un padre sempre più burrascoso e soffocante; la goccia che fece traboccare il vaso cadde nel 2008, durante la finale degli Australian Open vinta contro Justine Henin, quando Yuri rivolse alla belga un brutto gesto mimante uno sgozzamento. Fu allora che Masha ebbe la forza di scegliere di continuare coi propri passi, rimanendo comunque grata verso un genitore che, nel bene o nel male, l’aveva condotta lì dov’era. Una presenza costante nel palcoscenico tennistico, la sua, intervallata da alcuni guai fisici, come il problema alla caviglia e l’infortunio alla spalla, che di fatto l’ha esclusa dai massimi livelli per quasi due anni. I primi segnali si rivelarono proprio a Wimbledon, nel 2008, dove esce clamorosamente di scena al secondo turno dalla Kudrjavceva, ma è all’Open del Canada dove gioca, poi ritirandosi, l’ultimo match dell’anno. Maria però riesce a rialzarsi anche da questo periodo di crisi: molti asserivano che dopo l’operazione alla spalla non sarebbe mai ritornata quella di un tempo, lei che basava il suo gioco sulla potenza e che non aveva un ‘piano B’ che potesse supplire con la tecnica alle limitazioni dell’infortunio. E invece, grazie alla collaborazione dell’ormai inseparabile coach svedese Tomas Hogstedt, iniziata nel 2010,  Maria Sharapova raccoglie il guanto di sfida. Dopo un anno e mezzo di insuccessi e lavori focalizzati sul movimento di un servizio a tratti imbarazzanti e dell’esecuzione degli altri fondamentali, la russa risorge. Non su quell’erba o su quel cemento che le avevano regalato i trionfi più importanti, ma su quella terra rossa dove aveva dichiarato di sentirsi una “mucca sul ghiaccio”. Maria migliora il footwork e riesce ad esprimere al meglio il suo gioco piatto e letale sulla superficie patria di top spin e colpi arrotati. A gennaio 2012 aveva dichiarato: “se riuscissi a vincere un titolo dello slam dopo l’infortunio, sicuramente sarebbe la vittoria più bella della mia carriera. Soltanto io posso sapere quello che ho dovuto passare e la volontà che ho dovuto mettere per continuare a coltivare il desiderio di giocare a tennis, la determinazione e le motivazioni necessarie, perché dopo un infortunio è come ripartire da zero”. Parole che si rivelano profetiche per Masha, la quale pochi mesi dopo vincerà il suo primo Roland Garros a spese della nostra Sara Errani, diventando così la decima tennista di sempre a completare il Career Grand Slam.

Ma, al di là dei suoi successi, io credo che celebrare un compleanno sia l’evento più adatto per dimostrare l’umanità di una persona, per quanto lontana o leggendaria possa sembrare ai nostri occhi. Maria Sharapova non ha mai perso la sua umanità. Nel corso degli anni molti le hanno dipinto in faccia una maschera di freddezza e rigore nella quale, forse, neppure lei si riconosce. Alcuni le attribuiscono la corona di una regina, di una divina sacerdotessa distante anni luce da noi poveri comuni mortali; altri, per contro, sono irritati dalla sua scarsa abilità di instaurare un contatto diretto con il pubblico e le colleghe, a quello sguardo spesso troppo serioso, alle grida troppo forti, a quella troppo manifesta e impertinente ‘voglia di vincere’ che per molti sarebbe addirittura disdicevole e la renderebbe incommensurabilmente antipatica.

La verità è che durezza che a volte mostra in campo riflette una determinazione che tutti vorremmo avere e che, per viltà o pigrizia, forse non ci siamo potuti costruire – e che quindi, forse con un quantum di invidia, siamo soliti condannare. Quello smisurato orgoglio con cui la Sharapova può dichiarare di essersi costruita da sola ogni gradino del suo successo, fuori come dentro il rettangolo di gioco, di aver superato al meglio il più duro ostacolo uscendone assoluta trionfatrice – quella forza che ha dimostrato in ogni singolo istante nella sua carriera e nella sua vita privata, è un atto che viene dal profondo del cuore e che non tutti sono in grado di realizzare.

Maria Sharapova ce l’ha fatta, è diventata grande grazie alla sua volontà di nietzscheana memoria, e merita tutta la nostra stima. Un successo che affonda le radici direttamente sull’esperienza di un dolore forte e mai dimenticato, i cui segni sono ancora oggi visibili in quello che continua a fare. Tante sono le iniziative di carità alle quali si dedica da numerosi anni, le associazioni assistenziali della quale è ambasciatrice e il denaro devoluto per la costruzione di ospedali, scuole e appartamenti per i più disagiati.Era una Maria quasi in lacrime quella che nel marzo 2011 commentava il devastante terremoto avvenuto in Giappone, con la conseguente esplosione nucleare che di certo le ha riportato alla mente la deflagrazione della centrale V.O Lenin di Chernobyl, che lei non ha mai vissuto ma che avrebbe inciso radicalmente sulla propria vita. Gli aiuti economici e le iniziative umanitarie per la ‘sua’ Bielorussia e verso il devastato Giappone, in favore soprattutto dei bambini, non si contano più.

A questo proposito circola da tempo una splendida storia, che forse ci fa meglio comprendere il lato privato, più personale della Sharapova. Qualche anno fa, all’inizio del 2007, Maria era in viaggio in Vietnam, a bordo di un’automobile. Ad un tratto, forse spinta da segreti istinti di avventura, chiede all’autista di lasciare la strada maestra e di immettersi in una di quelle stradine secondarie, non asfaltate, che coprono tutto il territorio. L’auto corre fra le carraie, tra i rigogliosi frutteti vicino a La Thieu, nel sud del paese, e lì – in una strada sterrata e polverosa, Maria vede con enorme stupore dei bambini che scacciano l’aria con degli scaccia-mosche. La bionda Maria, ormai avvezza alle opulenti strade della California, condivide la sua sorpresa all’autista: “questi bambini sembra che giochino a tennis… Ma dov’è la loro palla?”.  Egli le risponde, molto intristito: “A loro piace questo sport, ma sono molto poveri e non possono permettersi le palline”. Mentre l’auto supera i ragazzi e si allontana, Maria li guarda dal finestrino, prima che diventassero solo dei puntini fiochi in mezzo al verde della vegetazione. Poche settimane più tardi la Federtennis vietnamita riceve una mail con il seguente oggetto: “Piani per la creazione del campo d’allenamento Sharapova di Bang Ky”. Maria segue in prima persona l’idea di costruire un piccolo circolo di tennis munito di strutture per il vitto e per l’alloggio in cui i bambini che ha visto, insieme a molti altri, avessero la possibilità di giocare al loro sport preferito in serenità e armonia, concendendo loro di vivere appieno la propria infanzia. Passano pochi mesi, e questo progetto è già realtà.

Questa storia, commovente per alcuni e fin troppo lacrimevole per altri, ci fa comprendere aspetti inediti di Maria Sharapova; soprattutto per chi, e ve ne sono tanti, la considera solo come una donna algida, inarrivabile e un po’ altezzosa alla quale i media e le sue sfide sui campi da tennis ci hanno troppo spesso abituato.

Oggi, nel cuore della primavera e in occasione del suo ventiseiesimo compleanno, noi preferiamo celebrarla così. Quando la divina, bella e superficiale ‘Sharapova’ lascia i suoi panni splendenti per ritornare ad essere semplicemente ‘Maria’: una ragazza, una donna comune che ha avuto una storia, un talento e una determinazione fuori dal comune.

In attesa di vederla in nuove indimenticabili sfide, nei tornei come nella vita, le auguriamo di non cambiare mai e di rimanere la campionessa dal cuor di leone che è sempre stata, in grado di costruirsi nuove e meravigliose rinascite.

Auguri, Masha!

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