Shapovalov: il tennis di Denis

US Open Tennis

A sentire Mats Wilander, Denis Shapovalov piace così tanto al pubblico perché riassume in sé le principali caratteristiche di Federer e Nadal; dello svizzero replica la grazia tennistica mentre dello spagnolo ha il fuoco agonistico. Ebbene, con tutto il rispetto per il grande campione svedese adesso commentatore per Eurosport, cercare paragoni tra il diciottenne canadese (nato a Tel Aviv da genitori russi) e i due fuoriclasse sopra citati ci sembra quantomeno azzardato. Anche perché, se proprio vogliamo analizzare gli aspetti tecnici e agonistici di Shapovalov, è altrove che dobbiamo andare a cercare.

Giusto ieri Steve Tignor, sul sito tennis.com, domandava quale leggenda del passato ci facesse ricordare il canadese, ampliando però il ragionamento anche ad altri aspetti come ad esempio quello fisico (Lleyton Hewitt, sia per la zazzera bionda che per il cappellino) o l’abitudine di soffiarsi sulle dita (come faceva Borg) dopo aver tirato un vincente. Noi ci limiteremo a cercare di individuare, colpo per colpo, le maggiori analogie tra Denis e chi l’ha preceduto tenendo presente che si tratta di un mancino ed è inevitabilmente tra quelli che impugnano la racchetta con la mano sinistra che andremo a cercare per i gesti tecnici.

Il servizio è simile a quello di John McEnroe (se mai è possibile accostare qualcuno all’imparagonabile SuperMac) ma solo nella parte conclusiva, quella della spinta delle gambe e degli angoli in quanto, come ricorderete, lo statunitense assumeva in partenza una posizione assai più originale, ovvero con la schiena praticamente rivolta alla rete. Particolare curioso, prima della battuta il canadese si fa rimbalzare la palla tra le gambe allo stesso modo di John Isner

Nell’esecuzione del dritto, anche se molti vorrebbero vederci Nadal, il movimento di Shapovalov ricorda quello di Verdasco, più ampio e forse più ficcante nella soluzione anomala, mentre il rovescio è un condensato di Korda, Leconte e Forget, anche se Denis lo personalizza chiudendo ulteriormente l’impugnatura ed esasperando il top-spin, oltre a cercare (e spesso trovare) angoli impensabili.

Mentre il gioco di volo è ancora tutto da verificare, con qualche attuale lacuna di troppo, è interessante analizzare l’aspetto agonistico di Shapovalov. Nonostante la giovane età, il canadese sembra già maturo sul piano del comportamento. Niente affatto intimorito dai grandi palcoscenici, Denis sta mostrando anche a New York quanto di buono si era visto a Montreal; la sua capacità di catturare il sostegno della folla e dalla stessa trarne linfa vitale è un fattore determinante quando le partite entrano nella zona in cui una scelta può risultare decisiva. Fin qui, nelle ancora rare occasioni in cui Shapovalov ha potuto dimostrarlo, il coraggio non gli è mai mancato e più in generale non l’abbiamo mai visto abbandonarsi a gesti eclatanti di nervosismo.

Pur avendo raggiunto la semifinale di Montreal dopo aver sconfitto, tra gli altri, Del Potro e Nadal, e nonostante una classifica di n°69 ATP, il canadese ha dovuto affrontare l’ultimo slam stagionale (il secondo della sua carriera, dopo Wimbledon 2017) partendo dalle qualificazioni in quanto, al momento in cui è stata compilata l’entry-list del torneo, la sua classifica non gli consentiva l’accesso diretto al main-draw.

Anche in questa occasione Shapovalov ha dimostrato grande maturità in quanto, alla domanda se avesse sperato di ricevere dagli organizzatori una wild-card dopo l’exploit nel Masters 1000 del suo paese, rispose che sarebbe stato bello ma che capiva le scelte della federazione statunitense, tese a dare una chance ai propri giovani giocatori. Dopo essersi cancellato dal challenger di Vancouver, Denis è dunque volato a Flushing Meadows, ha battuto Kudla, Elias e Satral (perdendo un set da quest’ultimo) e nel tabellone principale ha regolato Medvedev, Tsonga e, ieri sera, il britannico Kyle Edmund.

Il suo avversario negli ottavi sarà lo spagnolo Carreño Busta e, in caso di successo, nei quarti avrà il vincente della sfida tra il francese Pouille e l’argentino Schwartzman. La parte bassa del tabellone newyorchese, modificata fin dall’inizio a causa del forfait di Murray, ha perso nei primi turni tutti i favoriti (Alexander Zverev, Cilic, Tsonga e Isner) e a questo punto la strada verso la finale è apertissima.

Pensare che un diciottenne con appena quindici incontri ufficiali nel circuito maggiore prima dell’inizio del torneo, possa raggiungerne l’atto conclusivo partendo dalle qualificazioni (impresa mai riuscita prima in nessuno dei quattro tornei dello slam) è una piccola follia ma Denis Shapovalov è un concentrato di tanti fattori positivi, una sorta di cocktail di stili e caratteristiche che, proprio in quanto tale, lo rende unico nell’attuale panorama tennistico. Forse per lui, come per il (quasi) connazionale Rublev, parlare di NextGen non ha più molto senso. In questo folle 2017 che si è divertito a rimescolare le carte costringendo ai box i primi della classe (Murray, Djokovic e Wawrinka) e riconsegnando le chiavi della camera reale ai “vecchi” Federer e Nadal, l’arrivo dell’ultima generazione, capeggiata da Sasha Zverev, è stato improvviso e repentino.

A 50 anni esatti dalla prima edizione Open del major di New York, l’apertura è stata totale e il sogno della prima finale slam si avvererà per uno degli otto che attualmente occupano la parte bassa del tabellone. Sarà il più giovane a spuntarla? Molto difficile. Più probabile uno tra Querrey e Anderson. Ma con Denis in campo, tutto è possibile.

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