Contro il bello nel tennis. Apologia della debolezza di Roger Federer

La domanda circa l’esistenza del “bello” è vecchia come il mondo. Filosofi e poeti, fin dell’antica Grecia, si sono indaffarati intorno a questa spinosissima questione, e l’eco di tale riflessione permane nitido ancora oggi, insinuandosi silenzioso anche dove non avrebbe diritto di cittadinanza. Il pericolo di guardare il mondo con occhiali estetici quando si tratta di sport è infatti sempre presente. Enunciato in termini sintetici, il problema del bello si riduce alla scelta tra due alternative: esiste un bello “oggettivo”, indipendente dal soggetto e dal contesto storico-culturale, oppure ogni valutazione estetica è sempre e comunque un prodotto dell’individuo, della società e della storia? La seconda opzione implica ovviamente un ridimensionamento dell’idea di “bellezza universale” in favore di una “bellezza contingente” che a seconda delle condizioni può mutare radicalmente, tanto da lasciarci confusi di fronte alla domanda: “perché questa cosa mi piace?”. La faccenda si complica ulteriormente se decidiamo di dare credito alle neuroscienze, le quali sostengono con forza un modello di scelta, e quindi anche di scelta estetica, non sempre consapevole ma anzi molto spesso generato da meccanismi pre-consci. Come a dire che prima sentiamo un’istintiva attrazione verso qualcosa, ma poi siamo noi a costruire una “narrazione” conscia che giustifichi e ci convinca che tale scelta è razionale. Questo solo per chiarire quanto la questione del bello sia complessa e non vada affrontata alla leggera, come quasi sempre accade.
Fatte le dovute premesse, vorremmo introdurre ora l’oggetto del presente articolo: giudicare Roger Federer dalla “bellezza” del suo gioco è stato un grave errore concettuale che lo ha danneggiato invece di favorirlo. Perché il tennis è uno sport e, come tale, il suo senso è – ahimé – sempre e crudelmente uno solo: vincere. Qui il verbo va inteso nel significato allargato di “conquistare il punto”, si tratti di un match point o del primo 15 della partita. Fatto sta che il senso del tennis, a dispetto di tutto il mito che la bellezza gli ha costruito intorno, risiede nel prevalere sull’avversario, nel dimostrare che si è stati più bravi di lui. Dura lex, sed lex a cui però spesso ci appelliamo quando si tratta di liquidare l’ennesima sconfitta del Gulbis o del Paire di turno, ma che non riteniamo valida se, invece, l’oggetto della discussione diventa Roger Federer. Vorremmo allora, sommessamente, provare a mettere in discussione questo fatto curioso. Nel fare ciò, affrontiamo subito l’obiezione principale, che è anche la più facile, perché è la più ingenua. Federer ha vinto più di ogni altro tennista nella storia, di conseguenza rappresenta la dimostrazione vivente che bellezza e vittoria (leggi sempre: senso del tennis) possono andare a braccetto. Fino a qui niente da dire. Il problema sorge però nel secondo passaggio, quando si afferma che, allora: Federer ha vinto così tanto proprio perché è così bello. Di qui in avanti non siamo più d’accordo e rispondiamo all’obiezione ponendo innanzitutto una domanda, nella speranza di insinuare qualche dubbio: siamo proprio sicuri che Federer, a partire dal talento straordinario che possiede e date le condizioni storiche in cui si è svolta gran parte della sua carriera, non avrebbe potuto vincere ancora di più? Non si tratta ovviamente di misconoscere la grandezza di Re Roger, ma semplicemente di provare a dissolvere alcuni luoghi comuni ormai cristallizzati, che a parere di scrive non permettono più di affrontare con lucidità ed onestà intellettuale alcun discorso intorno a Federer.
 Riprendendo il ragionamento, dobbiamo introdurre una seconda valutazione di fondamentale importanza. Dobbiamo cioé affrontare il grande rimosso da tutti i federeriani, Roger compreso. Chi scrive è convinto che a partire da un certo punto della propria carriera Federer abbia avuto un unico e solo obiettivo: battere Nadal nella finale del Roland Garros, e che tale obiettivo si sia progressivamente identificato, per Federer, con il senso del proprio tennis (leggi: senso della vittoria). A questo punto, se mettiamo insieme i pezzi, ci rendiamo conto come la rivalità Federer-Nadal sia perfetta per esemplificare il problema del bello nel tennis proprio perché è sempre stata letta attraverso quegli occhiali estetici che spostavano l’attenzione dal senso e la ponevano sull’effimero, e al contempo fornivano a Roger e a tutti i suoi tifosi una consolante terapia al trauma della sconfitta. Intanto, però, dalla sua fortezza di brutta concretezza, Rafa vinceva, vinceva… e vinceva ancora.
 Tornando all’introduzione, diremo allora che il problema di Federer è quello di essere stato, certo involontariamente, identificato con “la grande bellezza” del tennis, cioé con quel bello universale che si presume indipendente dalle condizioni soggettive e storiche. Tale ideale di bellezza è tipico di ogni periodo classico, e ci sembra infatti che Federer oggi sia diventato, rispetto a sè stesso ma sopratutto per i suoi fan, una rappresentazione esasperata del classicismo tennistico. Al contrario, Nadal rappresenta proprio quell’idea di bello che scaturisce dal confronto con il contesto. Un bello soggettivo e relativo, certo, ma più autentico. Un bello che prende le mosse da un’altra idea di estetica, che non ruota intorno all’armonia e all’eleganza, bensì alla versatilità e all’economia. A partire da queste nuove considerazioni, osiamo allora chiederci: che cos’è il bello nel tennis? E proviamo a trovare dei criteri alternativi a quelli classici. Schematizziamo per comodità esplicativa. Per vincere, nel tennis sono necessarie quattro cose:
1. attaccare
2. difendere
3. avere una strategia chiara e applicabile
4. applicare la strategia
Chiunque conosca un minimo il tennis contemporaneo, e abbia visto almeno una volta giocare Nadal si sarà reso conto che lo spagnolo è la sintesi pressoché perfetta dei suddetti quattro punti. Non si tratta di un fatto scontato, perché sempre chi conosce il tennis sa bene quanto sia difficile mettere insieme quei quattro aspetti del gioco in modo equilibrato. Molto spesso, infatti, non si attacca tanto bene quanto si difende e vice versa, ma sopratutto lo si fa in modo confuso e illogico. Per armonizzare i quattro aspetti in un insieme vincente occorrono molte qualità, più di quante si pensi ad una disamina superficiale. Innanzittuto servono doti atletiche fuori dal comune; poi serve tecnica, tanta tecnica, ad esempio: rotazione, precisione, sensibilità, potenza, creatività; infine servono capacità di concentrazione e intelligenza straordinarie. Se adesso ci ricordiamo che stiamo sempre e comunque parlando di tennis, che è uno sport, e che nello sport l’obiettivo è sempre e comunque vincere, allora potremmo aver trovato un criterio di bellezza alternativo a quello classico. Tale nuovo criterio elegge a bellezza la sintesi concreta di potenza, tecnica ed intelligenza. Tre cose che, messe insieme, non solo creano bellezza “estetica”, ma anche una forma di bellezza meno ingenua e più idonea ai nostri tempi – non solo tennistici – ovvero una bellezza “pragmatica” che serve a vincere.
Come la filosofia è passata dall’universale al particolare, dal pensiero all’azione, per poi recuperare, all’inizio del ‘900, la loro sintesi nel momento della prassi e della concretezza immediata del vivere, così il tennis oggi dovrebbe passare dal desiderio di bellezza al godimento della vittoria, passare cioè attraverso una sintesi di piacere estetico ed erotico per creare una nuova “estetica dell’erotismo” nel tennis. Tale sintesi, a parere di chi scrive, è rappresentata da Nadal e Djokovic, e forse da chi verrà dopo di loro, avendo avuto loro come modelli. Se Federer non fosse la bellezza oggettiva, non avremmo avuto dieci anni del più grande spettacolo sportivo della nostra era – dieci anni indimenticabili di emozioni e sofferenze che chi scrive, ci tiene a precisarlo, porterà per sempre nel cuore – ma forse avrebbe vinto di più e sopratutto, sempre forse, avrebbe compiuto la grande impresa: trasformare il desiderio in godimento durante uno di quei giorni speciali sul Centrale di Parigi. Roger però è Roger, e non ci è dato sapere se a partire dal suo tennis avrebbe potuto non rimanere abbagliato, lui stesso più dei suoi fan, dal mito suadente della bellezza. Una possibilità forse ci sarebbe stata, se solo qualcuno gli avesse detto in tempo che quel mito non era la sua forza, bensì la sua meravigliosa, anche se letale, debolezza.
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