Il lato oscuro del tennis giovanile. Tra violenze e speranze, genitori ingombranti e promesse mancate

 

Mio padre sognava di essere un campione e ha costretto me a esserlo. Così alla fine io non posso fare a meno del tennis, anche se in realtà lo odio. Odio il tennis e mio padre. 

Andre Agassi, Open

Sempre più spesso lo sport porta alla luce il problema dolente del conflitto generazionale. In particolare nel tennis, di padri padroni, soprattutto in campo femminile, è pieno il circuito. La linea tra gioco e stress per il bambino/a è sottile, quanto quella tra il buon genitore che si limita a far capire l’importanza della disciplina e quello che invece sopprime, si infuria e pretende. A tal punto che i piccoli atleti vengono costretti a prestazioni estenuanti da allenatori homemade. E vale solo la regola “Il figlio è mio e me lo gestisco io”. Vietato sbagliare, vietato seguire l’istinto, vietato perdere.

Che siano seduti in panchina o sulle tribune poca è la differenza tra i genitori aguzzini, che si assomigliano un po’ tutti e si riconoscono per quelle dannate aspettative che finiscono per disgregare famiglie. “La mia squadra ideale è una squadra di orfani” è una vecchia battuta che gira tra allenatori. Un’esagerazione, come sono insensati i casi di questi genitori, disposti a tutto pur di vedere un figlio campione. Che del campione, talvolta, provocano solo la cosiddetta “sindrome”, una reazione che si scatena quando il ragazzo viene sopravvalutato, si sente arrivato e il processo di crescita si blocca. Un dramma. Per il genitore, si intende.

Eh sì, perché a volte i sogni, le proiezioni del proprio io e il riscatto dei fallimenti non si realizzano. Non serve allontanarsi troppo per vedere mamme e papà isterici, aggrappati alle reti intorno al campetto da calcio dove il figlio rincorre, oltre alla palla, le speranze dei genitori. Ma quando accade in discipline come il calcio o il tennis dove il grande successo può garantire una forma di riscatto economico e sociale, lo scontro diventa eclatante. E può sfociare in violenza.

Di episodi ce ne sono tanti. Tra i tanti papà-coach violenti e mamme spregevoli e ricattatrici, capaci di manipolare il figlio stesso, ricordiamo per primo Jim Pierce, il padre della campionessa francese Mary. I metodi dell’ex marine non sempre ortodossi e violenti, non a caso, hanno portato all’istituzione nel 2007 della legge Jim Pierce che sanziona i genitori violenti. Infastidita dal padre, Mary fu costretta ad assumere delle guardie del corpo, ma l’ingombrante genitore finì ovviamente per venire alle mani con loro. E la violenza non sempre era solo fisica, una volta Jim gridò alla figlia durante un match in Florida “Go on Mary, kill the bitch!” (Forza Mary, finisci quella stronzetta!). Mary gli scagliò una racchetta e con l’aiuto della madre riuscì ad allontanarlo. Ha faticato e non poco Jelena Dokic per svincolarsi dal padre Damir, anche lui malvisto alla WTA e che ha condizionato purtroppo la vita della figlia fino ad arrivare alle denunce da Telefono Azzurro.
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E ancora durante le qualificazioni dell’Orange Bowl, uno dei più importanti tornei tennistici riservati ai giocatori minori di 18 anni, un padre è stato accusato di aver colpito la figlia con la racchetta, ferendola alla testa. Non fu il primo, né l’ultimo caso. Percosse, violenze verbali e psicologiche hanno contraddistinto il rapporto tra Mirjana Lucic e il padre Marinko. Votato da un quotidiano britannico il peggior padre di tennista di sempre, nel 1998 confessò di picchiare la figlia per aiutarla a concentrarsi. “Anche se pochi sarebbero d’accordo con me, facevo quello che credevo fosse meglio per lei”. Pochi mesi dopo Mirjana, aiutata da Goran Ivanisevic, scappò negli Stati Uniti.

L’ultimo capitolo ha coinvolto Aravane Rezai, che ha denunciato il padre Arsalan per violenza, estorsione e minacce di morte. E anche in Italia grandi scontri tra padri e figli non mancano. Sono ormai note le scenate di papà Giorgi, ma altrettanto fastidiosi gli sfoghi di frustrazione di Fabio Fognini contro il padre a Monte Carlo. Ma in questo caso i fischi sono finiti addosso al figlio, ormai cresciuto. Gli esempi possono proseguire con una lunga lista: dalla Capriati alle Williams, dalla Lisicki, passando per Thomas Drouet, picchiato dal padre del tennista australiano Bernard Tomic. I casi sono tanti, e denunciarli tutti non si può.

 Ma c’è chi come Maria Sharapova è riuscita a dominare il padre, oltre che il suo tennis, nonostante il coach padrone le abbia spesso creato problemi. Anche se Masha gli era così legata da soffrire e non poco quand’è stata costretta ad allontanarlo, la condotta di Yuri Sharapov non era amata dalle colleghe della bella siberiana. Famoso il gesto con cui indicava alla figlia di chiudere il match “tagliando la gola” dell’avversaria Justine Henin.

Il fine giustifica i mezzi? Ecco una domanda che viene da porsi molto spesso, leggendo delle carriere di moltissimi tennisti. La fama e il successo immortali di Andre Agassi bastano a compensarlo di un’infanzia e un’adolescenza traumatizzate? I sogni di gloria realizzati dalla moglie Stefi Graff sono sufficienti a risarcirla di tutte le vessazioni cui l’ha costretta il padre Peter? Verrebbe da rispondere di no, se si pensa che il protagonista di Open ha dovuto sprofondare in un tunnel di droga e depressione prima e dopo aver raggiunta la vetta. Tanto da portarlo a scrivere in IV di copertina che odia il tennis e pure suo padre.
 
Costretto ad allenarsi sin da quando aveva quattro anni da quel genitore dispotico, ma determinato a farne un campione a qualunque costo, il caso Agassi ha fatto letteratura. L’ex pugile Mike ha forzato i riflessi e la reattività del figlio più piccolo con il Drago, proiettando sul figlio più piccolo un sogno di perfezione. Lui ha raccontato tutto nella sua autobiografia, Open, diventando campione di incassi, anche in editoria. Sì lui ha comunque realizzato il sogno del padre. Ma per qualcuno che ci riesce, troppi figli di genitori invasati si perdono per le aspettative caricate su spalle troppo strette. E poi in fondo mai sarà sufficiente che un figlio diventi il n.1 dell’Atp per tramutare un avido tiranno in un coach di tutto rispetto.

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