L’importanza (in negativo?) di chiamarsi Djokovic

L’importanza (in negativo?) di chiamarsi Djokovic

Essere Nole è una colpa? Non dovrebbe, ma… c’è chi lo pensa, forse con -qualche- buon motivo. Ragioniamoci su. E c’è pure chi ritiene che d’ora in poi il serbo avrà di fronte una dura montagna da scalare, dopo il ‘fattaccio’ di New York: potrebbe condizionare il resto della carriera, che lo vedeva lanciato senza troppi ostacoli verso l’abbattimento di tutti i record?

di Renato BORRELLI

di Redazione Tennis Circus

L’ingloriosa uscita di scena di Novak Djokovic agli US Open ha provocato tutta una serie di reazioni e commenti, da parte di addetti ai lavori e non, i quali generalmente condannano il gesto che gli è costata la squalifica: tuttavia con sfumature varie, alcune delle quali meritano un approfondimento. Ci sollecitano particolarmente in tal senso due pareri, espressi da glorie tennistiche del passato, che nella sostanza vanno in direzioni diverse l’una dall’altra… Proviamo a ragionarci sopra.

Il primo, anche in ordine temporale poiché pronunciato pressoché a… cadavere del serbo ancora caldo, è quello di John McEnroe (peraltro a suo tempo celebre, doti tecniche sublimi a parte, per un carattere fumantino che spesso lo faceva esplodere in campo con sfuriate memorabili: per la disperazione di giudici di sedia e supervisor vari, andati più volte fra i matti nel tentativo generalmente vano di tenerlo a bada in qualche modo). Attualmente commentatore televisivo, il popolare ex ‘super-brat’ con la maturità ha raggiunto quell’equilibrio, anche nei giudizi, che da giovane gli faceva difetto: il che fa sì che sia doveroso ascoltarlo con attenzione, specie alla luce dei suoi passati comportamenti, i quali fanno ritenere che sappia benissimo di cosa parli nella fattispecie, e con piena cognizione di causa… Mc punta l’indice sulla pressione che avrebbe accumulato il numero uno mondiale negli ultimi tempi (dalle critiche feroci subite a seguito dei fatti dell’Adria Cup, al suo recente grosso impegno extra agonistico nella creazione di un sindacato autonomo dei giocatori), la quale pressione sarebbe sfociata nel gesto inconsulto ai danni della giudice di linea: “d’ora in poi sarà sempre il cattivo ragazzo per antonomasia, sino alla fine della propria carriera. E sarà davvero interessante vedere come se la caverà, con quella pesante nomea sulle spalle: nel rapporto con gli altri giocatori, e con il pubblico…”.

Si direbbe quasi che, da un lato, il divin mancino si senta in qualche maniera sollevato da una definizione (quella di bad boy) che fino ad ora era toccata a lui: e allo stesso tempo, alla luce della sua esperienza, ammonisce Nole sul carico psicologico che lo attende da qui in avanti. Lo stesso che si trovò a sostenere lui: ed è come gli dicesse “attento ragazzo, io ce l’ho fatta perché paradossalmente per il mio carattere avevo bisogno di tutto il mondo contro per primeggiare: ma tu, che al contrario cerchi spasmodicamente il consenso e la benevolenza altrui, riuscirai a cavartela?”… Molto, molto interessante, dato che John ha sottilmente colto un aspetto che molti non hanno scorto: è notorio come il Djoker patisca, bene o male, il fatto che i suoi due grandi rivali Federer e Nadal possano godere di, definiamolo così, un clima generale ben più favorevole di quello toccato in sorte a lui (forse proprio perché arrivato dopo di loro, o in virtù di atteggiamenti più esuberanti e qualche volta un po’ sopra le righe, o… ma non ci interessa in tal sede).

Cosa accadrà ora nella sua testa? Beh, qualcuno potrebbe opporre che all’ultimo Wimbledon, per esempio, si fece forte sull’orlo del baratro proprio del grande, generale entusiasmo nei confronti del suo dirimpettaio Roger: vero, ma resta un ‘unicum’ almeno sinora, durissimo da sostenere sistematicamente da adesso sino a quando appenderà la racchetta al classico chiodo. Insomma, si vedrà solo in futuro: ed è un interrogativo intrigante assai, rispetto al resto della carriera di Novak (il quale, pur avendo sinora ottenuto tantissimo, è notoriamente proteso con tutte le proprie forze a superare pure nei numeri l’aurea coppia che per ora lo precede: non può, e non vuole permettersi insomma, di vivacchiare negli anni a venire)…

L’altra riflessione che facciamo oggetto della nostra attenzione va in un senso un po’ differente dalle altre, e proviene da un personaggio anch’egli del tennis che fu come l’americano: comunque meno ‘pesante’, ma in compenso conosce Djokovic al pari delle sue tasche. Lui è Nikki Pilic, storico avversario di Nicola Pietrangeli ed ex allenatore proprio del connazionale. Ha detto: “la squalifica è stato un atto totalmente ingiusto: si è trattato di un incidente involontario, la lines-woman si è fatta male, sicuro, ma ha avuto una reazione eccessiva, che ha finito col condizionare la cruda decisione. E poi, sono sicuro che se una cosa del genere succedeva a Federer, non lo avrebbero mai cacciato dal campo!”. Quest’ultima frase ci fa drizzare le antenne: sì, ari-molto, molto interessante… E fa pensare: perché sottolinea come, a parità di condizioni, all’elvetico sarebbe toccata una sorte meno infausta.

(Photo by Darren Carroll/USTA)

È vero? Sì e no, secondo il nostro parere. Sicuro che, se la giudice di linea non avesse… accusato così tanto, la storia avrebbe preso un aspetto diverso (l’emotività del momento conta, eccome, in chi deve decidere il da farsi in quattro e quattr’otto); comunque non le si deve farne un’onta, e lo stesso ‘reo’ ha invitato poi i propri sostenitori a non colpevolizzarla in alcun modo, come invece stava avvenendo. Però… Già: il supervisor ha dovuto compiere un passo, tanto estremo quanto corretto, nel mandare a casa il colpevole. E di sicuro lo avrebbe compiuto, magari con meno fatica, nei confronti di 1000 altri tennisti che si trovassero in un impasse del genere (a Kyrgios, per dire, ci avrebbero aggiunto minimo 2 o 3 mesi di squalifica)… Ma, e qui mi rifaccio alla tesi del vecchio Nikola, avrebbe avuto il coraggio di compierlo se il suo interlocutore fosse stato Roger???? -ci vogliono, e li metto, una serie di punti interrogativi-. Ovviamente non lo sappiamo, né potremmo saperlo: niente processo alle intenzioni, solo sensazioni, e quella del sottoscritto va nella medesima direzione di Pilic. Pareri: e tutti hanno il medesimo diritto di cittadinanza, mancando la controprova. Però è un dato di fatto che lo svizzero non ‘rompe’ ed è amato da tutti, mentre l’altro ‘rompe’ ed è amato da molti di meno: nel decidere il giudice si è sentito di sicuro le spalle coperte, nell’altro caso sarebbe stato lo stesso? Mah…

La discussione è aperta cari lettori, se volete: ma colgo il destro per evidenziare il decadimento del dibattito (troppo spesso ormai) a curva da stadio di calcio, con l’immancabile contorno di contumelie e fieri insulti verso chi propugna una tesi con la quale non ci si trova d’accordo. Lo sport della racchetta per sua natura non è, o non era, questo: od occorrerà parafrasare dal football un celebre adagio, modificandolo in “il tennis è uno sport per signori, guardato da animali”? Fate un po’ voi…

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