Sinner e il buco nero

Sinner e il buco nero

Jannick Sinner è pronto alla scalata in classifica ma dovrà fare i conti con le pressioni mediatiche e non solo dei prossimi anni. Ma il ragazzo sembra poter essere in grado di farcela…

di Redazione Tennis Circus
Sinner

Quant’è bella giovinezza, etc. etc. … Ma del doman non v’è certezza, ammonisce il vate, quasi a volerci dire che in fondo non è, e potrebbe non essere in futuro, tutto oro quel che luccica oggi. Non ci lanceremo in un’analisi filosofica dei versi di Lorenzo il Magnifico, tuttavia questi ci possono servire da spunto iniziale per esaminare la situazione relativa al golden boy, quello del quale attualmente tutti parlano in termini a dir poco lusinghieri (non ultimo uno che qualche voce in capitolo ce l’ha come Djokovic, che ha proferito verbo in merito dai pascoli delle sue –mancate- terre di conquista britanniche, leggi ATP Finals).

Vogliamo partire dalle cose assodate? Il ragazzo è lungo, agile ma pure potente – come testimoniano le bastonate che assesta ai suoi malcapitati rivali, tanto di dritto quanto di rovescio -, con un servizio che viaggia molto spesso oltre i 200 all’ora (e di questi tempi, se non possiedi una battuta importante già appari limitato parecchio nelle tue ambizioni). Mi verrebbe da definirlo una Giorgi che la tiene dentro, non fossi sicuro che la divina di casa nostra, non per meriti tennistici ahimè, mettesse su un broncio degno di miglior causa su quel musetto tanto grazioso – ancorchè perennemente cupo -: ma cosa gliene frega tutto sommato a Camila di cosa dice il sottoscritto, ed allora passi senza colpo ferire l’immagine del piccolo randellatore…

Sinner
Jannik Sinner

La testa, elemento indispensabile per farsi largo nella giungla delle racchette di pregio, appare quella giusta: se poi consideriamo l’età appena appena post-adolescenziale, ci sarebbe addirittura da gridare al prodigio… Apro una piccola parentesi a riguardo: il ceppo teutonico è, a spanne, il medesimo di un altro bel tipo nato a 2/3cento chilometri di distanza più ad ovest nei primissimi anni 80, che qualcosina via via ha combinato sul campo da tennis, ed ancora insiste ad una età che sarebbe da pensionato (d’oro, anzi di platino).

Vivaddio, il comune ‘plafond’ genetico incoraggerebbe già di suo ad entusiastici vaticini, pure senza tutto il popò di roba che si porta dietro il fresco 18enne! Ma…e già, dopo tanto sproloquiare ora arriviamo dritti al punto. Tutte le brillanti caratteristiche che abbiamo elencato per sommi capi, ed al netto dei miglioramenti che comunque il bimbo dovrà conseguire col tempo e con il lavoro – cito alla rinfusa il gioco di volo, qualche muscoletto in più, persino il look complessivo (e qui c’è da fare mica poco, partendo dalla folta capigliatura che meriterebbe le solerti attenzioni di un qualificato hair-stylist) -, sono necessarie per fare un campione da top five come potrebbe diventare. E su questo siamo tutti d’accordo, no? Certo: però, non sufficienti.

Sinner
Jannik Sinner

Ci vuole qualcosa d’altro, quel surplus che pochi eletti posseggono, e che alla fine della fiera finisce col fare la vera differenza. Si tratta della capacità di guardare dentro sé stesso, all’interno del proprio animo, senza perdersi o peggio ancora precipitar giù, nell’abisso. Ce l’hanno i magnifici tre, che non si spaventano dinanzi alle ombre che fatalmente, ed inconsapevolmente, ciascuno di noi coltiva: e ce l’aveva, forse ce l’ha ancora, pure Andy Murray, prima che gli venisse clamorosamente meno uno di quei presupposti senza i quali nulla si può (la salute, e l’integrità fisica: ma ci sta lavorando…). Non ce l’ha avuta un talento purissimo come Richard Gasquet, che da bambino si beveva il coetaneo Rafa come un uovo alla coque, prima di impantanarsi in quelle secche del suo ‘io’ cui si faceva riferimento sopra; non ce l’ha il predecessore del mancato sciatore nelle aspettative di tutti noi, quel Gianluigi Quinzi che, peraltro al pari di cento altri vincitori di Slam junior come lui, al momento del salto si è ripiegato su sé stesso come un castello di carte…

E potrei continuare, ma mi fermo a questo paio di esempi. Eccola la vera sfida che si para dinanzi al nostro, e non c’è Brandi o Piatti o san Michele Arcangelo che possano dargli una mano, deve affrontarla da solo: se troverà la chiave, girandola senza indugio alcuno nella toppa, diverrà un Mosè che solca le acque divise del Mar Rosso, non temendo che gli si richiudano sopra. E a quel punto tutto ti sarà possibile, Jannick (sì, ora ti chiamo col tuo nome, perché è come se parlassi ad un figlio, con l’intento di fargli ben comprendere come la vita lo metterà presto alla prova, che potrebbe essere anche dura): faremo un tifo sfegatato per te sotto questo punto di vista, ti saremo vicini. Ma proprio umanamente, non solo a causa del fatto che spari bordate assassine. Perché riuscire nell’impresa farà sì che pure tutti noi, che viceversa coi nostri fantasmi ci conviviamo male assai, ci si senta almeno un attimo sollevati…

Di Renato Borrelli

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