Peter Polansky e la notte che gli ha cambiato la vita

Peter Polansky e la notte che gli ha cambiato la vita

Il tennista canadese ha raccontato a Behind the Racquet la sua storia, spiegando come da quella notte di aprile del 2007 nulla sia più come prima.

di Antonio Sepe

Quella che state per leggere non è una storia come tante, anzi difficilmente ne troverete una simile. Peter Polansky è un tennista canadese che in carriera non si è mai distinto per un risultato in particolare, ha un best ranking di numero 110 ed ha vinto una manciata di Challenger. Forse qualcuno lo ricorderà per qualche apparizione all’Open del Canada, dove solitamente riceve wild card, o più probabilmente per esser riuscito nell’impresa di realizzare il lucky loser slam, venendo ripescato in tutti e quattro i major nel 2018. Ciò che però la maggior parte di voi – e fino a poco tempo fa anch’io – non sa è ciò che si cela dietro la storia apparentemente normale di un qualsiasi tennista canadese.

Il nativo di Toronto si è recentemente raccontato a Behind the Racquet, pagina Instagram creata dal tennista americano Noah Rubin, che dà la possibilità ai suoi colleghi di far conoscere al grande pubblico le loro storie. L’ultimo, in ordine di tempo, a farlo è stato proprio Peter Polansky, che ha spiazzato tutti con le sue parole.

Peter Polansky
Peter Polansky

“Quest’episodio risale a circa dodici esatti anni fa. Era il 3 aprile 2007 e mi trovavo in Messico, impegnato a giocare la Coppa Davis per il mio paese, il Canada. Ero lì solamente in qualità di sparring partner, ma comunque già il fatto che mi avessero chiamato era fantastico. Era trascorso un solo giorno quando ebbe luogo questo terribile incidente. Ho vissuto una notte di terrore, quando ad un certo punto ho pensato che ci fosse qualcuno nella mia stanza che mi stava inseguendo. Ho provato a saltare dalla finestra per scappare, perciò ho rotto il vetro e sono caduto dal terzo piano. Quando mi sono ripreso avevo profondi tagli sulle gambe e sulla schiena. Erano le 2 di notte quindi non è stato facile attirare l’attenzione di qualcuno, ma fortunatamente, dopo aver cercato aiuto per un po’, ho trovato una persona ancora sveglia che mi ha aiutato a raggiungere l’ospedale. 

Le condizioni dell’ospedale non erano ottimali e l’iniziale reazione dello staff è stata terrificante: pensarono immediatamente di amputarmi la gamba. I tagli erano davvero profondi ed io continuavo a sanguinare. Anche i danni al tessuto erano piuttosto significativi. Dopo un paio d’ore in ospedale, la mia gamba era diventata completamente viola. Fortunatamente arrivarono alcuni membri del team di Coppa Davis per assicurarsi che i dottori sapessero che i fossi un tennista ed avessi dunque bisogno di entrambe le gambe. Agonizzante, ho aspettato altre quattro ore prima della chirurgia plastica. Alla fine, l’intera operazione ha richiesto ben 550 punti di sutura tra gambe e schiena. 

Il dottore disse che era andato tutto bene e che avrei recuperato, ma che sarebbero serviti almeno sei mesi per tornare nuovamente a camminare. Lasciai perciò il Messico e tornai a Toronto, dove per miracolo guarii davvero velocemente. Ero giovane e molto motivato, ma in fondo speravo solo di guarire. Invece dopo appena due mesi ho ricominciato a colpire la palla, mentre il mio primo torneo l’ho disputato a distanza di tre mesi dall’operazione. I dottori non riuscivano a spiegarselo. Dopo aver fatto piuttosto bene ai tornei Junior in Canada, ho ricevuto uno special exempt per gli Us Open. In qualche modo ho raggiunto la finale degli Us Open Junior, soli quattro mesi dopo l’operazione.

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