La forza di un legame speciale
Dietro la scalata di Flavio Cobolli ai vertici del tennis mondiale c’è un rapporto unico, profondo e complicato con il padre Stefano, che è anche il suo allenatore. Un legame fatto di fiducia, scontri e soprattutto di un affetto che non ha bisogno di molte parole per essere compreso. Oggi Flavio è tra i primi venti al mondo, e affronta Novak Djokovic nei quarti di finale di Wimbledon. Un palcoscenico immenso, davanti al quale si presenta con una serenità costruita anche attraverso sfide personali molto lontane dai riflettori.
L’episodio in Turchia che ha cambiato tutto
C’è un prima e un dopo Antalya. È in Turchia che, a soli 16 anni e mezzo, il giovane Cobolli si trova a un bivio. Durante un match in un torneo Future, perde il primo set e si arrende nel secondo senza lottare. Il padre, presente a bordo campo, esplode. “Persi la pazienza, lo lasciai lì. Gli dissi che non potevo perdere tempo con uno che non si impegnava. Me ne andai davvero”, racconta Stefano Cobolli al Corriere della Sera. Il gesto, all’apparenza estremo, si rivela la chiave di volta. La settimana successiva, Flavio torna in campo e vince il torneo. “Lì è iniziata la sua carriera”, dice il padre.
Un rapporto forgiato su verità e confronto
Il loro rapporto non è mai stato semplice, e proprio per questo funziona. “Viviamo sul filo dell’odi et amo”, ammette Stefano, che descrive una relazione fatta di scontri, ma anche di profonda consapevolezza reciproca. “Non sono un coach come gli altri. Non ho paura di rispondergli per le rime, perché sono suo padre. E perché è stato lui a volermi come allenatore”.
Il passato da tennista professionista di Stefano – ex numero 236 ATP – non gli ha dato garanzie di successo come coach. Ma gli ha insegnato una cosa: riconoscere il talento e saperlo aspettare. “Per sedici anni non l’ho mai allenato. Vedevo che aveva coordinazione e spirito da sportivo, ma non volevo interferire. Poi, a 16 anni, è stato lui a scegliere me”.
Crescere all’ombra dei big e imitare i propri idoli
La traiettoria di Flavio si è sviluppata all’ombra di due colossi del tennis italiano come Jannik Sinner e Lorenzo Musetti. Un destino che, paradossalmente, lo ha favorito. “È stato un vantaggio, perché gli ha tolto pressioni e gli ha dato il tempo di crescere”, osserva Stefano. Intanto, Flavio assorbiva gesti, atteggiamenti e tecnica dai suoi miti: “Ha idolatrato Djokovic e Fognini. Se fate attenzione, ne riproduce alcuni movimenti. Li ha rubati e fatti suoi”.
La crescita è arrivata anche grazie a un lavoro minuzioso sui dettagli. Dalla preparazione atletica a quella mentale, fino alla dieta – “dove c’è ancora margine di miglioramento”, precisa il padre. Il tutto con un approccio sempre schietto: “Il mio compito è fargli capire che certe scelte servono a lui, non a me. Io un lavoro ce l’avevo anche prima. Se non mi ascolta, ci rimette lui”.
Verso Djokovic con la testa libera
A Wimbledon, oggi, Flavio affronta Djokovic, proprio uno dei suoi idoli. Ma la suggestione non è legata all’avversario quanto al contesto. “La paura del nome se l’è già tolta a Shanghai, dove lo ha affrontato e perso nettamente. È lo stadio che potrebbe impressionarlo, non l’uomo”, riflette Stefano. “Ma Flavio è abituato a stupirci”.
Il loro dialogo continua a essere quello tipico di padre e figlio, con un codice tutto loro. Flavio scherza e gli chiede come deve chiamarlo: papà o coach?. La risposta è sobria e affettuosa: “Dentro il circolo sono il coach. Fuori, sono solo il padre”. Ed è forse proprio questa distinzione, limpida e rispettosa, la vera ricetta del successo.


