Si torna a giocare? Sì, no, forse

Si torna a giocare? Sì, no, forse

Infuria il dibattito sulla fase due, fra la delusione di chi si aspettava maggiori aperture e gli equilibrismi interpretativi sulle nuove norme.

di Nicola Balossi

Se sei fortunato e intraprendente hai trovato un muro con cui scambiare qualche palla. Un’odiosa parete che risponde sempre e ti ributta in faccia la tua stessa forza uguale e contraria con la sovrumana freddezza di Novak Djokovic, con il disvalore aggiunto di rispecchiare esattamente il tuo livello di gioco – e tu magari non sei proprio soprannominato Roger dagli amici. Sì, a oggi noti qualche principio di smagliatura nell’intonaco, ma non sei ancora riuscito a tirare un vincente nemmeno per sbaglio, il che alla lunga stanca.

Con il crescere dell’attesa per il nuovo decreto, qualcuno si aspettava di poter riprendere a giocare a tennis nei circoli, anche perché in fondo i rischi sono limitati rispetto agli sport di contatto. Forse in questo momento non è il tema centrale, ma il peso specifico della questione sport è certificato dal fatto che il premier, nel presentare il decreto sulla fantomatica fase due, abbia speso parecchie parole in merito. Parole peraltro che hanno generato dibattiti interpretativi, e che magari saranno ulteriormente chiarite nel corso della settimana – se è successo per i congiunti e le relazioni stabili, succederà anche per il tennis. Di certo chi si attendeva un liberi tutti non è rimasto soddisfatto, ma non dobbiamo dimenticare che le priorità sono altre e che la riapertura è un momento delicatissimo da affrontare in modo graduale. Chi si lamenta dovrebbe tenere presente che adesso si raccolgono i frutti del duro sacrificio dell’ultimo bimestre e che sarebbe un delitto vanificare gli sforzi fatti chiedendo troppo e subito.

Se ci limitiamo a una lettura lineare, evitando voli pindarici, il decreto specifica che la ripresa degli allenamenti per sport individuali del 4 maggio è limitata agli atleti professionisti o a quelli di rilevanza nazionale segnalati dal CONI. Per tutti gli altri c’è l’attività motoria all’aperto, con distanziamento sociale. Il tennis vero, nei campi dei circoli, non è concesso anche perché i circoli dovrebbero rimanere chiusi. Dal 18 maggio invece è prevista la ripresa degli allenamenti per gli sport di squadra, ma appare un provvedimento mirato alla serie A di calcio – argomento vampiro, questo del campionato di pallone che si cerca di salvare oltre ogni ragionevole buonsenso, in virtù del giro d’affari che gli orbita intorno.

Tastando il polso del popolo del web si percepisce molta insofferenza, con toni non sempre urbani. L’obiezione centrale, in sostanza, è semplice: il tennis è uno sport praticabile in modo sicuro e allora perché non permetterlo? Sono già state diffuse, peraltro, alcune linee guida da seguire per evitare contagi. Tutto vero, ma bisogna anche pensare più in grande. Non è solo il tennis, ma sono migliaia di altre attività: non possiamo pensare che il mondo riprenda di botto a girare come prima. È giusto procedere cautamente, limitandosi a ciò che è necessario per poi ampliare piano piano la rosa delle libertà, magari dopo aver interiorizzato i comportamenti necessari. La maniera in cui vivremo questa fase intermedia sarà decisiva per evitare di ricascare in un secondo lockdown, ancora più deprimente per il morale e l’economia. Di certo i circoli e la federazione faranno pressioni per accelerare il processo, così come gli appassionati fanno pressione a modo loro, fa parte del gioco ed è un naturale sintomo della voglia – non solo, ma anche la necessità, se è vero che stiamo parlando di un settore che rappresenta il lavoro di molti, basti pensare ai maestri e ai fornitori dei circoli, bloccati e penalizzati come tante categorie professionali – di ricominciare. Ma attualmente bisogna portare pazienza e continuare ad arrangiarsi. Fortunato chi ha un campo in giardino (gruppo ristretto, immagino), chi ha un muro in cortile, ma soprattutto chi ha la fantasia di inventarsi qualcosa come si vede in numerosi video di giocatori da balcone, da salotto, da terrazzo e da garage. Se vogliamo vedere il bicchiere mezzo pieno, abbiamo avuto la conferma che la passione non si ferma davanti a nulla. Non trovo di meglio, per chiudere, se non citare i ragazzi di Chiamarsi Roger tra amici senza apparenti meriti tennistici: ma ricordiamoci che la priorità rimane fermare l’epidemia, non tornare ad allenare il rovescio. Che tanto non lo sappiamo giocare comunque.

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