Un campione fuori dagli schemi
Jo-Wilfried Tsonga è stato uno dei volti più carismatici del tennis mondiale. Con la sua esplosività, il suo sorriso contagioso e la capacità di battere chiunque, compresi Federer, Nadal e Djokovic, il francese ha lasciato un segno indelebile nel circuito ATP. Eppure, a distanza di tre anni dal suo ritiro, è emerso un lato più intimo e vulnerabile del campione, raccontato in una lunga e toccante intervista al content creator Kevin Ferreira. In quasi tre ore di conversazione, Tsonga ha rivelato riflessioni profonde sul significato del successo, sull’identità e su ciò che davvero rimpiange della sua carriera.
L’inglese, una barriera mai superata
Non è un trofeo mancato il cruccio più grande di Tsonga. Non è la semifinale persa a Roland Garros, né l’assenza di uno Slam in bacheca. “Il mio più grande rimpianto è non aver imparato bene l’inglese”, ha ammesso con sincerità disarmante. Per Tsonga, la lingua è stata una barriera che gli ha impedito di sentirsi a casa nel circuito, di relazionarsi con agio, di aprirsi a esperienze e collaborazioni più internazionali.
Ha confessato di aver faticato per anni a comunicare in inglese, sentendosi spesso escluso: “Oggi riesco a tenere una conversazione, ma non mi viene naturale. Devo sforzarmi, concentrarmi sulla pronuncia… non è facile”. Questa difficoltà linguistica ha limitato le sue possibilità di lavorare con tecnici stranieri e di allargare il proprio orizzonte professionale: “Mi sarei dovuto aprire prima al mondo. Ho avuto solo due coach non francesi: Roger Rasheed e Sergi Bruguera. Ho imparato molto, ma era troppo poco”.
Il dilemma morale della Davis e il “Million Dollar Baby”
Un altro momento chiave della sua carriera è stata la finale di Coppa Davis del 2014 contro la Svizzera. Tsonga, infortunato al braccio, dovette fermarsi dopo il primo giorno: “Non riuscivo neppure a sollevare un bicchiere. I medici mi fecero tre iniezioni di cortisone in 24 ore, ma il dolore era insostenibile”. Subito dopo, ricevette un’offerta per partecipare a una tournée di esibizioni in Asia, con un compenso che poteva arrivare al milione di dollari.
Di fronte al rischio di apparire incoerente – rifiutare di giocare per la Francia e poi apparire in campo per un’esibizione – Tsonga prese una decisione consapevole: “Sapevo che sarei stato criticato, ma quei soldi mi servivano per investire su me stesso, per la mia salute, per il mio team”. Partecipò quindi alla IPTL, un circuito promozionale con tappe a Singapore, Dubai e Nuova Delhi. Anche se la cifra finale fu inferiore al milione promesso e il numero di match maggiore di quanto inizialmente dichiarato, la scelta resta significativa: “Non era un capriccio, era una scelta professionale. Ho messo in gioco la mia reputazione per qualcosa di concreto”.
Il valore della felicità (oltre i titoli)
Nel corso dell’intervista, Tsonga ha più volte sottolineato quanto il tennis sia stato per lui più di una competizione: un’esperienza umana, un cammino di crescita. “Se avessi vinto uno Slam sarei più felice? Non credo. Avrei qualche milione in più in banca, ma è un piacere effimero. La felicità non è lì”, ha detto con lucidità.
Il tennista francese, che nel 2014 fu protagonista di una cavalcata memorabile a Toronto battendo Murray, Djokovic e Federer, ha ricordato quanto fosse estenuante sfidare i migliori: “Contro Djokovic devi dare tutto, con Federer devi essere chirurgico, con Murray ti porta nel fango. Alla fine della settimana urinavo sangue. Il corpo era andato oltre”. Un’immagine potente, che restituisce tutta la durezza del tennis d’élite.
“Jo, ci manchi”
Oggi Tsonga si guarda indietro con serenità, consapevole di aver lasciato qualcosa di unico nel cuore dei tifosi. “Io ero diverso. Non il più forte, ma uno che portava energia. Uno che ci metteva l’anima. Sorrido quando la gente mi dice ‘Jo, ci manchi’. È il miglior complimento che possa ricevere”. Il suo carisma, il suo gioco spettacolare e il suo spirito combattivo lo hanno reso uno dei personaggi più amati della sua generazione.
Nonostante le ferite, i rimpianti e i “se” di una carriera non sempre lineare, Jo-Wilfried Tsonga resta un simbolo di autenticità. Un gigante gentile che ha saputo emozionare, riflettere e, ora, raccontarsi con una sincerità rara nel mondo dello sport.


