Un cambio epocale a Wimbledon
Per la prima volta nei suoi 148 anni di storia, Wimbledon ha detto addio ai giudici di linea umani, affidando completamente le chiamate di gioco a un sistema basato sull’intelligenza artificiale. Una svolta storica che allinea il torneo più tradizionalista del tennis mondiale a quanto già fatto da US Open e Australian Open. Ma non senza lasciare strascichi emotivi e polemiche tra tennisti, tifosi e nostalgici.
Il sistema, come spiegato dalla CEO del torneo Sally Bolton, è supportato da un sofisticato apparato tecnologico composto da 18 telecamere in grado di seguire ogni traiettoria della pallina. “Wimbledon ha sempre cercato di bilanciare innovazione e tradizione. I giudici di linea sono stati fondamentali per anni, ma ora continueranno ad avere un ruolo diverso all’interno del torneo come assistenti di campo”, ha precisato.
Tra precisione e nostalgia
Se dal punto di vista della precisione la tecnologia non lascia margini d’errore, sono molti i giocatori a non essere del tutto convinti della novità. La britannica Yuan Yue ha lamentato che “la voce automatica delle chiamate è troppo bassa”, tanto da chiederne un aumento del volume all’arbitro, senza successo. Jelena Ostapenko ha invece spiegato di aver perso il ritmo in alcuni momenti a causa del rumore del pubblico che copriva le chiamate elettroniche.
Cameron Norrie, che ha vinto il suo incontro sul Campo 18, ha ammesso che il sistema “è chiaro e oggettivo”, anche se ha confessato di sentire la mancanza dell’aspetto scenografico dei giudici in divisa. “Si perde un pezzo della tradizione, e anche tanti posti di lavoro di persone che amano profondamente questo sport”, ha aggiunto.
Più netto il punto di vista di Nick Kyrgios, da sempre legato all’identità storica di Wimbledon: “Credo che non si debba cambiare nulla qui. Si poteva almeno aspettare i 150 anni e poi fare un grande tributo. Wimbledon è il simbolo delle tradizioni del tennis”. Anche Frances Tiafoe ha sottolineato come l’assenza dei giudici “tolga spettacolarità” al gioco: niente più suspense nelle sfide punto a punto, nessuna possibilità di contestare. “Se colpisco una gran palla e viene chiamata fuori, non c’è reazione del pubblico. Questo uccide un po’ l’atmosfera”.
L’evoluzione inevitabile del tennis
Wimbledon non è nuovo a cambiamenti imposti dal tempo o dalle circostanze. Dal famigerato “Middle Sunday” del 1991, quando si dovette giocare eccezionalmente per il maltempo, al “People’s Monday” del 2001, la tradizione si è piegata alle esigenze del momento. Oggi, l’evoluzione passa attraverso la tecnologia, e il pubblico globale sembra richiederlo.
Lauren Pedersen, CEO di SportAI ed ex tennista NCAA, ha spiegato come l’AI non debba per forza togliere emozione allo sport: “Strumenti come l’analisi in tempo reale e le mappe di calore permettono una comprensione più profonda del gioco, arricchendo l’esperienza di chi guarda”.
E anche se Wimbledon resterà fedele al bianco d’ordinanza, alla celebre Queue e alle fragole con panna, la scelta di abbracciare l’intelligenza artificiale segna un punto di non ritorno. Non è una resa alla modernità, ma una reinterpretazione del concetto stesso di eleganza e innovazione.
Tradizione e tecnologia: si può convivere?
Il nuovo sistema elimina ogni dubbio e ogni margine di errore, ma al tempo stesso svuota il gioco di quei piccoli momenti di incertezza che alimentavano il pathos del pubblico e dei giocatori. Lo stesso Alcaraz, durante il suo debutto contro Fognini, sembrava quasi smarrito nel vedere il campo privo di figure umane lungo le linee. Ora le chiamate arrivano da voci registrate dei membri dello staff dell’All England Club, quasi un tentativo di umanizzare l’automazione.
La sfida di Wimbledon, oggi, è mantenere la propria aura senza restare indietro. Come disse Roger Federer: “Il titolo non viene da te. Sei tu che devi andargli incontro”. E forse è proprio questo lo spirito che guiderà il torneo verso i prossimi 150 anni.


