Behind the Racquet: come Noah Rubin ha sfruttato Instagram

Behind the Racquet: come Noah Rubin ha sfruttato Instagram

Instagram, il famoso social network per la condivisione di foto, è stato visto sotto una nuova luce da Noah Rubin, che lo ha sfruttato per uno scopo nobile.

di Jonathan Zucchetti, @J_Zucchetti

Il 22enne americano Noah Rubin ha deciso di sfruttare Instagram in una delle migliori modalità possibili: infatti, il social network che funge sia da passatempo che da piattaforma di condivisione di foto, è stato usato dallo statunitense per lanciare un forte messaggio.
Parlando di “Behind the Racquet”, così chiamata la neonata pagina, Rubin dice: “Mi ha insegnato e insegna che noi non siamo solo  giocatori di tennis. Abbiamo finalmente un modo per esprimerci: i tifosi vedono le partite slam, ma non sanno cosa ci sia dietro, i pensieri, la depressione e gli ostacoli da superare”.

Riguardo se stesso, il numero 141 dei ranking dice: “La mia più grande paura è quella di deludere chi mi sta più a cuore, come amici e famiglia. Sin da piccolo so quante persone ho coinvolto, facendo investire loro tempo, energie e denaro, nel mio progetto tennistico”. Ernesto Escobedo, invece, ha ammesso: “Balbetto sin da quando ero piccolo, ho fatto di tutto di guarire, e ancora adesso cerco di migliorare. Per questo ora non parlo molto, per non essere preso in giro, è un pensiero fisso e questo mi limita in tutti i rapporti, non solo con il mio team“.

Ancora, Nicole Gibbs ha parlato della propria depressione: “Mi affligge sin dai primi anni della mia adolescenza, e spesso vengo mi tormento con domande sul mio gioco e sulla mia carriera. Sono riuscita a migliorare con la meditazione, uno stile di vita sano e un forte aiuto esterno, ma ancora adesso ci sono giorni in cui a stento esco dal letto perché mi sento in colpa per non riuscire a giocare abbastanza bene“.

Dustin Brown, infine, parla della discriminazione subita: “Ho il papà giamaicano e la mamma tedesca. Sono nato in Germania ma a 8 anni mi sono trasferito in Giamaica. Inizialmente parlavo tedesco a scuola, ma poi in Giamaica al liceo parlavo inglese. Le due culture si mescolano dentro di me, ma io mi sento fuori posto in entrambe. E’ stato difficile essere un ragazzo nero in Germania, dove il razzismo era forte sia a scuola che nell’ambito del tennis. Anche in Giamaica, però, era diverso: ero sempre il ragazzo tedesco. Alle persone non importa che tu sia nero, ma che tu sia diverso, perché in quel caso lo notano e ti prendono di mira.

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“My dad’s Jamaican and my mother is German. I was born in Germany in ’84 and moved around ’96 to Jamaica. I pretty much have both cultures inside of me. I started out with speaking German at the schools in Germany and then speaking English in high school in Jamaica. They are both a part of me but at the same time, growing up, I was a little bit of an outsider in both places. A colored kid growing up in Germany, when racism was prevalent, which I definitely had to deal with it often, whether at school or tennis, was very tough. There were maybe three colored kids in our area and weirdly enough a couple were even half jamaican. Also on the other side, going back to Jamaica, where I was a black kid, I was still known as the German boy. My english was good but they still heard my German accent. I was really happy when that went away after a few years. It’s always been a little difficult for me but I’ve been able to adapt. Whether German or Jamaican, which are completely opposite, I change based on the culture I am dealing with. I believe it’s not necessarily being black, it’s what anyone sees as different. They will pick it out and target it.”

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Fonte: www.federtennis.it
Foto: Instagram/Behindtheracquet

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