Tennis e politica: quando i “poteri forti” entrano in campo

Tennis e politica: quando i “poteri forti” entrano in campo

Non si tratta di complottismo o elitismo. Semplicemente dell’ingerenza che i poteri politici hanno avuto, e hanno attualmente, nel mondo dello sport, con un particolare occhio per quanto riguarda quello con la racchetta

Sport e politica. Due sfere che non dovrebbero mai entrare in contatto, viaggiando su due binari paralleli. Probabilmente, se Pierre de Coubertin fosse ancora vivo ai giorni nostri, avrebbe preferito non nascere affatto, considerando che molte delle sue citazioni in ambito sportivo cozzano con quella che è la realtà dei fatti. Non solo il celebre “L’importante è partecipare”, ma anche gli svariati ideali sull’uguaglianza e sulla “non belligeranza” tra sport e politica. Colpa del capitalismo, del consumismo, non lo sappiamo. Lasciamo a ben più esperti sociologi la diagnosi di questa involuzione dello sport contemporaneo. Se da una parte gli interessi prettamente economici fanno da padrone, dall’altra anche la politica ha dimostrato in più occasioni di volere un posto al tavolo dello sport. Senza dilungarci nella rassegna degli episodi in cui c’è stata ingerenza politica sullo sport, storici i casi dell’Apartheid e di Tommy Smith, concentriamoci sul tennis e di come spesso si vada oltre (in senso negativo) quei semplici valori che hanno contraddistinto questo sport fin dalle sue origini.

COPPA DAVIS – Di questo pericoloso interessamento si può risalire fino al famoso 1976, anno della storica Davis vinta dall’Italia. In piena Guerra Fredda, la formazione tricolore era arrivata ad una storica finale, battendo in semifinale uno degli avversari più temibili del periodo, l’Australia. Nell’ultimo atto, contro il Cile, sembrava poco più che una formalità ma per diverso tempo si era paventato il rischio di una sconfitta a tavolino per Panatta e compagni. Il motivo, neanche a dirlo, era prettamente politico: nel Cile di allora era al comando il sanguinario dittatore Pinochet, e la sinistra italiana in primis si opponeva alla trasferta. “Non si giocano volée con il boia Pinochet” era uno degli slogan più frequenti contro la disputa della finale. Alla fine di uno scaricabarile italian version si partì per il Sud America, come ricorda lo stesso Panatta: “per Berlinguer dovevamo andare in Cile. Fu come un liberatutti. Il governo Andreotti disse che lasciava libero il Coni di decidere, quest’ultimo lasciò libera la Federazione e di fatto ci ritrovammo a Santiago”. L’epilogo della storia lo conosciamo tutti, seppur solo la radio e la voce di Mario Giobbe ci abbiano potuto trasmettere quelle emozioni.

IL CASO BOPANNA/QURESHI – Un altro caso in cui i valori dello sport sono riusciti a prendere il sopravvento è quello risalente agli US Open del 2010, quando la coppia formata dall’indiano Bopanna e dal pakistano Qureshi è approdata fino alla finale. I rapporti tra le due nazioni non sono mai stati storicamente idilliaci e nell’ultimo periodo le tensioni hanno fatto pensare più volte a una ripresa delle ostilità. Ma in quel momento India e Pakistan erano dalla stessa parte del campo, con le autorità dei due Stati sedute accanto sugli spalti. Eloquenti le parole di Manohar Singh Gill, ministro dello sport indiano, che ha detto: “Ho una domanda per tutti. Se Bopanna e Qureshi possono giocare insieme, perché non posso farlo India e Pakistan?”

QUESTIONI DIPLOMATICHE – Non sempre, però, è prevalso il buon senso come nei due episodi descritti poc’anzi. Ne sa qualcosa la tennista israeliana Shahar Peer che nel 2009 si è vista negare il visto per entrare Dubai Tennis Championships. Infatti gli Emirati Arabi non intrattenevano rapporti politici con lo stato di Israele, causa la guerra in medio Oriente che imperversava già in quegli anni. Stizzita la reazione della WTA e della stessa tennista, impossibilitata a partecipare all’incontro. Anche Malek Jaziri, tunisino, è balzato alle cronache per non aver disputato, più o meno intenzionalmente alcuni match contro l’israeliano Dudi Sela. Solo quest’anno i due sono riusciti ad incontrarsi, nella finale del Challenger di Istanbul, stavolta si, facendo trionfare lo sport.

NOWADAYS – L’ultimo caso di cui facciamo la menzione è quello più recente, risalente a pochi mesi fa, in cui WADA e Russia hanno giocato a farsi i dispetti. Casualmente, dopo la squalifica dei russi dalle Olimpiadi di Rio, poi rivista in alcuni ambiti, gli hacker ex sovietici si sono dati da fare per rivelare documenti riservati che hanno messo in cattiva luce alcuni atleti americani, e non solo. Serena e Venus Williams, Rafael Nadal e molti altri accusati di assumere farmaci illegalmente, tesi poi rivelatasi infondata considerate le solide giustificazioni dei diretti interessati. E non scordiamoci che sulla russa Sharapova ancora pende una squalifica per doping, questa certamente non politica, ma che probabilmente ha causato qualche tensione in più tra le due potenze.

Non poche le situazioni che hanno visto interessi totalmente esterni allo sport scendere in campo anche nel tennis, intaccando quella sacralità che fin dalla sua nascita contraddistingue questo nobile sport. Probabilmente non è opportuno rilegarsi unicamente all’ambito tennistico, considerando che i valori inalienabili e fondamentali dello sport sono trasversali, e, seppur utopicamente, esuli dalle dinamiche politiche ed economiche che l’ultimo secolo ha portato a mutare, forse irreversibilmente.

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