Aleksandr Dolgopolov: anarchy in US

Aleksandr Dolgopolov: anarchy in US

A Cincinnati assistiamo al ritorno di un giocatore estroso e fuori dagli schemi: Aleksandr Dolgopolov. Un anarchico del tennis. Ecco la nostra opinione sul giocatore ucraino che giunge nel 2015 ai 10 anni di professionismo.

Oggi ho scomodato il gruppo di Johnny Rotten per fare il punto sulla stagione di un giocatore che ha decisamente qualcosa di punk: Aleksandr Dolgopolov.
L’ucraino è accostato sempre alle parole “genio” e “sregolatezza”, ben intenso, non fuori dal campo, ma in campo. E non per comportamenti scorretti o guasconate, ma per il suo tennis, brillante, divertente o inguardabile e caratterizzato da errori marchiani, a seconda di come si presenti la giornata.

Non scriverò oggi del suo tennis e della sua storia, non serve una presentazione per lui, è un giocatore che gli aficionados già conoscono, perché passato professionista nel 2006, con un best ranking fissato alle 13ma posizione, nel gennaio del 2012, ma una presenza stabile tra i top 2030 intervallata da cadute di rendimento come quella attraversata tra il febbraio e l’inizio dell’estate di quest’anno, quando ha deciso di invertire la tendenza, fissando una serie di risultati di tutto rispetto: qualificazioni passate a Toronto, vittoria in Davis contro Janowicz, terzo turno a Washington, secondo a Wimbledon ma perdendo in un match maratona contro Ivo Karlovic, semifinale a Nottingham (perdendo di misura contro un ispirato Querrey), secondo turno al Queen’s con lo scalpo di Nadal. Risultati che lo stanno riportando dalle parti che gli competono nel ranking, grazie soprattutto a questa semifinale a Cincinnati, partendo dalle qualificazioni ancora una volta (eh si, perché a prendersi la briga di giocarle potrebbe pure succedere di passarle, caro Simone Bolelli).
dolgopolov cincinnati 2015

Nuovo ritorno dicevamo, a conferma che quando c’è la sostanza tennistica, ovvero quella capacità di superare gli alti e bassi che necessariamente si affrontano quali rischi del mestiere professionistico, vuol dire che si parla di campione. Certo, parlavamo di anarchia. Una visione assolutamente libera, se volete situazionista, del tennis. Dolgo, come simpaticamente è chiamato in rete, non gioca la partita con schemi predefiniti. Non “prepara” il match con l’astuzia che molti suoi colleghi usano, studiando i punti deboli dell’avversario di turno in tabellone. No, da vero anarchico lui gioca il suo tennis, non quello dell’avversario. Ed è per questo motivo, per questo dettaglio, che parliamo di un giocatore da preservare, in anni in cui il credo tattico, la forza fisica, lo schema prevalgono sulla testa e sul cuore.

Servizio a mulinello (citofonare Paolo Cané), accelerazioni improvvise, variazioni col back di rovescio o di dritto, discese a rete, improvvise angolazioni, drop-shots, risposte bloccate. Questi gli ingredienti che rendono un match di Dolgopolov un mix fra divertimento e incertezza. Non mancano gli errori più evidenti, segno della mancanza di continuità che fanno dell’ucraino un giocatore pericoloso essenzialmente per se stesso, rendendo difficoltoso l’accesso a zone del ranking probabilmente ancora più alte.

Dopo questa settimana avvicinerà i top 40, garantendosi l’accesso ai master 1000 con più facilità, senza dover passare dalle qualificazioni, che rappresentano comunque un peso.
Per un giocatore come lui, che non ha nella forza fisica un elemento di superiorità rispetto alla concorrenza, potrebbe fare la differenza, soprattutto perché giunti alla sua età, 26 anni, per solito si decide da che parte stare, ovvero diventare un super-fenomeno o restare un fenomeno da top 2030 della classifica, lanciando qualche lampo in giro per il mondo.
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Credo che Aleksandr abbia ora degli elementi in più per regalarsi l’accesso alla top 10, con qualche exploit, ma anche con risultati più continui. In questi anni non è favorito: 20 anni fa di sicuro ci sarebbe già arrivato in quel gotha tennistico e sportivo. Oggi è molto più difficile, con giocatori più forti fisicamente e mentalmente, capaci di imporre quel tennis che è proprio l’antitesi del suo. Variazioni sul tema. Avremmo potuto anche intitolarlo così questo articolo. Perché Dolgopolov ci offre proprio questo, il diritto di variare, il colpo a sorpresa che rompe la monotonia (diciamolo) di certe partite, con uno stile, tra l’altro, neanche troppo “classico”, anzi specie nell’esecuzione del dritto non esattamente ortodossa, sebbene molto efficace.
E allora, anche per queste sue “imperfezioni”, con virgolettato d’obbligo, lo possiamo considerare punk, per la capacità di risultare vincente ma non troppo, di presentarsi come colui che romperà gli equilibri sapendo di romperli, giocandosela sempre prima di tutto contro se stesso, risolvendo gli scambi velocemente, con una trovata che solo il genio puro può pensare, o meglio, intuire, magari già questa sera contro il numero 1 del mondo sul centrale di Cincinnati.

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