Riccardo Piatti: “Le academy non sono in grado di produrre campioni”

Riccardo Piatti: “Le academy non sono in grado di produrre campioni”

Intervistato dal Corriere dello Sport, il nostro connazionale fa un resoconto del tennis a livello mondiale degli ultimi anni, soffermandosi sulla differenza tra “ex giocatore” e “coach”.

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Dal Corriere dello Sport, intervista di Stefano Semeraro

Chi meglio del nostro connazionale Riccardo Piatti può conoscere la realtà del tennis sia a livello nazionale che non, avendo allenato grandi campioni come Gasquet, Ljubicic, ed attualmente Raonic che ha giocato di recente le Atp Finals.

TOP TEN E 10 NAZIONALITA’ DIVERSE- «In realtà non ne esistono, nel senso che non riesco a individuarne una capace di spiegare l’intero fenomeno. Fra i Top Ten di quest’anno riesco a vedere una caratteristica tecnica comune a quasi tutti: tranne Raonic, puntano sulla risposta più che sul servizio. E sono abbastanza simili come impostazione: Murray ricorda Djokovic che ricorda Nishikori…».

I CAMPIONI E LE ACADEMY- «Non credo in realtà che le academy siano in grado di produrre campioni. Anche gli spagnoli del resto non sembrano più in grado di rimpiazzare un Nadal o un Ferrer. Djokovic ha una sua storia personale, Nadal fa caso a sé. La Francia forse è quella che riesce a mantenere un livello medio molto alto, ma se Federer o Wawrinka sono diventati casi forti non è merito di una scuola svizzera. Io stesso aprirò un centro l’anno prossimo a Bordighera ma non sarà una scuola tradizionale. Lavorerò facendo consulenza, corsi peri coach. Anche perché oggi non conta la scuola: contano gli investimenti».

L’INDUSTRIA DEL TENNIS- «Faccio l’esempio di Raonic. Su di lui la federazione canadese ha investito fino a quando aveva 18 anni, poi ha investito di nuovo affidandolo a Galo Blanco. Ora è lui che investe su me stesso. Può contare su di me, che lo seguo per 35 settimane all’anno, ma anche sull’aiuto di Carlos Moya e John McEnroe, che sono con lui in alcuni periodi. Se entri nei primi 100, e quindi puoi giocare gli Slam, come minimo guadagni 120.000 dollari all’anno, l’equivalente di quattro primi turni. Milos penso che quest’anno abbia incassato 4 milioni di montepremi. E ha deciso di investire sulla propria carriera. Non ha bisogno di stare in luogo ben preciso, in una academy. Gli staff dei giocatori più forti si sono allargati molto, forse anche in maniera esagerata, visto che a volte comprendono decine di persone, perché oggi a contare non sono tanto le scuole, mai coach di qualità. E in giro non ce ne sono tanti».

CAMPIONI NEL PASSATO, ADESSO ALLENATORI- «Il lavoro che fa un ex giocatore è diverso da quello che fa un coach. Il coach pensa in prospettiva: lavora oggi per ottenere risultati fra due anni. Il campione agisce sul momento, sulla situazione. E va sfruttato per quello che può e sa offrire. Raonic aveva ingaggiato McEnroe per migliorare le volée, e forse si era illuso di poter “comprare” l’esperienza di John allenandosi con lui. Ma l’esperienza non la puoi comprare, te la devi fare da solo. A McEnroe ho chiesto di insistere sull’attitudine agonistica, e al Queen’s è stato come se Milos giocasse in doppio con John, uno dentro e uno fuori dal campo. Anche al Masters Milos ha avuto il giusto atteggiamento, ma non sempre è così. Il campione può servire in questi casi, e io mi ritengo molto fortunato ad avere a fianco due numeri 1 del mondo. Della Top Ten mi dispiace piuttosto che manchi l’Italia… ma questa è un’altra storia».

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