Wimbledon: la verità sui favoriti

Wimbledon: la verità sui favoriti

Le quotazioni di Nadal sono salite alle stelle mentre gli altri sembrano segnare il passo. Ma sarà poi così vero?

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Non siamo nemmeno alla fine della prima settimana e a Wimbledon sembra che siano già cambiati i favoriti. Il caldo secco e l’annosa questione sulla reale consistenza dell’erba pare abbiano infatti spostato i pronostici che, solo cinque giorni fa, indicavano altri nelle vesti di favoriti.

Se nel torneo femminile ciò è avvenuto a causa dell’eliminazione delle due principali indiziate, ovvero le ceche Karolina Pliskova e Petra Kvitova, in quello maschile siamo ancora nel terreno a volte assai infido delle sensazioni e di ciò che è successo finora. Ma, in realtà, cosa è successo di così eclatante da far salire alle stelle le quotazioni di Rafael Nadal e al contempo far scendere quelle di Roger Federer? E ancora, perché nessun altro nome all’infuori di questi due sembra credibile come campione della 130esima edizione dei Championships?

Ieri Nadal ha disposto meno agevolmente di quanto non suggerisca lo score del NextGen russo Khachanov, che ha un brillante futuro davanti a sé e un discreto presente. Dopo due set di grande intensità, Nadal ha sofferto nel terzo in cui ha concesso diverse palle-break e pure un set-point, annullato peraltro con grande maestria. Dal canto suo, Karen è entrato gradualmente nelle dinamiche dell’incontro e avrebbe potuto allungare la contesa. C’era pure, ieri, chi riteneva che Khachanov fosse l’ostacolo più arduo tra Rafa e la finale forse pensando a quanto il russo avesse fatto penare Federer nella semifinale di Halle ma anche sottovalutando la fatica con cui lo stesso era venuto a capo nei primi due turni di Wimbledon dei non irresistibili Kuznetsov e Monteiro.

Tuttavia, il credito sempre maggiore di cui gode Nadal non è dato tanto dal suo effettivo – e a tratti mostruoso – stato di forma quanto dalle condizioni ambientali che lo favorirebbero a dismisura mentre attenuerebbero le potenzialità degli altri indiziati per il titolo. Il sottofondo duro e l’erba che si consuma rapidamente (ma dove si consuma poi? Provate a guardare i campi e vi renderete conto che l’erba manca dove è maggiormente calpestata, ovvero nei pressi della linea di fondo campo, mentre dove rimbalza solitamente la pallina è assai meno usurata) manderebbero a nozze i colpi arrotati dello spagnolo mentre gli altri, tutti gli altri, giocano un tennis che mal si adatta a quella che in gergo viene denominata “terba”.

Invece, osservando meglio il maiorchino, si scopre che, insieme al suo team, ha evoluto ulteriormente il suo gioco su questa superficie, limitando quanto più possibile il top-spin, cercando l’anticipo e la spinta in avanzamento e, soprattutto, curando il servizio, proprio come fece in quell’incredibile 2013 in cui tornò n°1 del mondo dopo una sosta lunga sette mesi. Il suo prossimo avversario sarà Gilles Muller, alla sua miglior stagione in carriera e già in passato in grado di imporsi a Nadal proprio qui nel 2005. Aver superato i primi turni insidiosi è un’altra freccia nella faretra del maiorchino che in passato su questi campi non ha quasi mai conosciuto le mezze misure: o è uscito nei primi tre turni (cinque volte) o ha raggiunto la finale (altre cinque). L’unica occasione in cui ha raggiunto la seconda settimana perdendo prima della finale è stata nel 2014, quando venne sconfitto negli ottavi da Nick Kyrgios.

Insomma, pur non avendone bisogno, i numeri aiutano la causa di Rafa ma a volte sono e rimangono numeri, suscettibili di smentita. E, in ogni caso, il raggiungimento della finale non è sinonimo di vittoria per Nadal, che in passato ne ha perse tre su cinque.

E gli altri? È proprio così vero che tutto congiuri contro di loro? Innanzitutto, partendo dalle questioni extra-tecniche, le previsioni meteo danno un leggero peggioramento del clima su Londra a partire da oggi, con possibilità di pioggia nella prossima settimana. Difficilmente si sarà costretti a giocare con il tetto chiuso ma non sarà questo ad alterare gli eventuali equilibri. I papabili sono ancora tutti in sella, più o meno saldamente. Partiamo da Murray, che ha giocato tre match come Nadal. Ieri Fognini l’ha impegnato severamente e solo un rocambolesco finale di quarto set ha evitato al campione in carica la preoccupante possibilità di andare al quinto e dover tornare in campo oggi, dato che in quel caso l’incontro sarebbe stato sospeso per oscurità. Lo scozzese non convince ormai da sei mesi ma, almeno, a Wimbledon è tornato a vincere. L’ha fatto agevolmente con Bublik e Dustin Brown, molto meno contro Fabio che, però, ha giocato davvero bene. E allora perché mai, a fronte di un avversario storicamente scomodo per il numero 1 del mondo e che ha giocato una grande partita, una vittoria in quattro set sarebbe da liquidare alla stregua di una mezza delusione? Misteri di Wimbledon. La strada di Andy verso l’ipotetica semifinale con Nadal prevede altre due tappe; la prossima con Paire parrebbe priva di reali insidie mentre il quarto con Tsonga (o Querrey o Anderson) sarebbe già più complicato.

E veniamo dunque a Federer e Djokovic, che oggi proveranno ad allinearsi agli altri Beatles per entrare pure loro nella seconda settimana. Il compito del serbo, sulla carta, è più severo di quello dello svizzero. Doveva esserci Del Potro, oggi, contro Nole ma chi lo sostituisce, Gulbis, è non meno temibile. Contro l’argentino, Ernests è tornato quello di un tempo e Djokovic dovrà confermare i suoi progressi se vorrà venirne a capo. Federer invece ritroverà per la terza volta in stagione (quinta complessiva) quel Mischa Zverev che non gli ha mai preso un set ma il cui modo di interpretare il gioco sembra infastidire il sette volte campione di questo torneo. Senza essere tacciati di “maniavantismo” (termine che ho letto sui social-network e mi è piaciuto molto), non ci sono dubbi che il cammino di Roger sia il più complicato dei quattro (in prospettiva Dimitrov, uno tra Alexander Zverev e Raonic e infine eventualmente Djokovic) ma, ribaltando la prospettiva, cosa dovrebbero dire i suoi avversari?

Federer è diverso da Nadal; lo svizzero non specula su ogni punto com’è uso fare lo spagnolo e si concentra maggiormente sui diversi passaggi focali del match lasciandone andare altri, trasmettendo così spesso un messaggio fuorviante di esser meno tracimante. Ma spesso è una sensazione. Roger, che alla vigilia sembrava non avere rivali in questo torneo, deve ancora entrare nel vivo della competizione; con Dolgopolov praticamente non ha giocato, con Lajovic ha impiegato un set per inquadrare lo sconosciuto avversario per poi concedere al pubblico delizie da accademia pura.

Per chiudere sulla questione del favorito, solo un altro appunto. In Australia, su campi e con palline ritenuti dai più finalmente velocissimi, un Nadal meno in forma di quello attuale raggiunse ugualmente la finale e si trovò avanti 3-1 al quinti prima di perderla. Successivamente, sia a Indian Wells che a Miami, in condizioni assai più lente e quindi a lui più favorevoli, ha perso sempre contro Federer molto più nettamente. Insomma, il teatro è importante ma gli attori sembrano esserlo di più, anche perché in grado di adattarsi ai palcoscenici meglio di quanto possiamo pensare. L’erba di Wimbledon non è più quella di una volta ma su quell’erba, non dimentichiamolo mai, Borg vinse cinque volte e Lendl, tanto per fare un esempio non a caso, non ci riuscì mai. E su questa Federer ha alzato sette trofei. Ne riparleremo, così come riparleremo del torneo femminile. Per ora fermiamoci qui.

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