Federer e il bis al Roland Garros: ora o mai più

Federer e il bis al Roland Garros: ora o mai più

Il dottor Rodolfo Lisi ci spiega dal punto di vista medico il motivo per il quale lo svizzero potrebbe, quest’anno, giocare per l’ultima volta in carriera il torneo parigino.

di Redazione Tennis Circus

L’accorta, e lungimirante, programmazione dello staff del Campione di Basilea sta dando frutti insperati. Se, infatti, riavvolgiamo il nastro del tempo e ritorniamo con la memoria a Wimbledon 2016 (dove Federer subì una cocente sconfitta da Raonic oltre ad uscire malconcio dal torneo a causa di un infortunio al ginocchio) in pochi avrebbero scommesso un “penny” sul ritorno in grande stile del Campione rossocrociato. Il quasi 37enne di Basilea, a suo tempo, si prese una lunga pausa dai court. La saggia scelta gli consentì di ritornare ad alti livelli all’inizio del 2017 con la tripletta Australian Open-Indian Wells-Miami. La decisione, poi, di saltare completamente la stagione sul rosso diede maggiore linfa e vigore al suo fisico e la vittoria sui prati londinesi confermò la bontà della sua programmazione.

In molti, appassionati e addetti ai lavori, si domandano se Federer parteciperà o meno, quest’anno, ai tornei sul rosso europeo e, di conseguenza, al Roland Garros. L’elvetico, secondo le ultime indiscrezioni, deciderà solo dopo Miami. Tuttavia, alcune dichiarazioni del suo storico preparatore, Paganini, lasciano poche speranze. A suo dire, Federer dovrebbe rinunciare al “rosso” perché “pericoloso per le ginocchia”. Più precisamente, egli afferma: “Nei campi duri c’è un colpo ed il giocatore si coordina come un ballerino, sulla terra è diverso. Non lo vediamo dall’esterno, ma per controllare lo scivolamento ed i movimenti in generale c’è instabilità nel ginocchio, nel piede e nella caviglia. In alcuni casi può essere negativo per il ginocchio o per l’articolazione in questione“. Le motivazioni addotte dal “guru” di Federer lasciano alquanto perplessi: Paganini è un ottimo preparatore e un uomo di spessore umano e professionale ma conosce ben poco le proprietà delle superfici e la biomeccanica articolare. È noto come sia preferibile praticare lo sport del tennis su una superficie “soft”, lenta, come la comunissima terra rossa. Vediamo il perché. Dai risultati di una ricerca (Bastholt, 2000) condotta su tennisti professionisti di sesso maschile si evince come i campi in cemento siano caratterizzati da un’incidenza decisamente superiore di infortuni rispetto ai campi in terra rossa (0,37 trattamenti medici per partita contro 0,20). Secondo O’Donoghue, inoltre, la competizione su terra rossa può essere causa indiretta di lesioni dovute alla durata della partita stessa e solo in parte ascrivibili alla superficie. Sull’erba, invece, dove i match hanno una durata inferiore e il tennista utilizza frequentemente discese a rete subito dopo il servizio (“serve and volley”), le differenti tipologie di movimento si prestano a favorire danni di vario grado e intensità, ma riferibili stavolta più allo stile di gioco che alle caratteristiche della superficie. Nel primo caso, verosimilmente in seguito all’affaticamento muscolare, le fibre maggiormente impegnate in un determinata tipologia di attività fisico-motoria diventano più difficilmente reclutabili per cui il controllo del movimento è progressivamente meno automatico ed efficiente. Ciò espone alla possibilità di contrazioni improvvise ed eccessivamente violente. Anche l’accumulo di acido lattico, ovviamente, accompagnato da un modesto edema, può rendere il tessuto più “fragile”. Nel secondo caso, la gestualità tipica del “serve & volley”, prevedendo accelerazioni ed arresti continui, incrementa il rischio di lesioni associate acute (meniscali, legamentose) soprattutto in quei tennisti che non presentino un perfetto controllo della stabilità della caviglia precipuamente sul piano coronale. Lo stesso Federer s’infortunò proprio a Wimbledon, nel 2016 contro Raonic, per una caduta dovuta alla superficie “instabile”. Tuttavia, e questo è un dato su cui riflettere, nel tennis i movimenti potenzialmente più rischiosi sono gli spostamenti laterali nei quali il giocatore si ferma bruscamente per colpire la palla. In questa particolare situazione, le suole delle scarpe possono fungere da leva forzando il piede in supinazione e causando, a volte, un trauma detto appunto “da supinazione”. Dunque, una superficie con attrito elevato è più critica rispetto alla terra rossa anche perché quest’ultima lascia al giocatore un tempo sufficiente al controllo attivo del movimento. Queste brevi considerazioni dovrebbero far riflettere Paganini e lo stesso Federer. Il rischio di infortuni sulla terra rossa è molto basso se raffrontato ad altre superfici. E, viste le eccellenti condizioni dello svizzero e gli infortuni dei vari Murray e Djokovic, la ancora acerba maturità agonistica dei giovani Thiem, Zverev, Kyrgios, oltre alla non eccezionale forma fisica di Nadal e Wawrinka, non sarebbe azzardato provare a bissare il successo del 2009.  Ora o mai più.

di Rodolfo Lisi

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  1. Andrea Giustini - 4 mesi fa

    Il problema non è legato tanto al rischio infortuni in cui può incorrere, ma all’efficacia del proprio tennis: la terra rossa è notoriamente una superficie più lenta che di conseguenza favorisce i recuperi e le difese. Federer nonostante goda di un’ottima forma non puó reggere una match sullo sforzo fisico. Il suo successo è basato sulla velocità del gioco che riesce ad imprimere posizionandosi sulla linea di fondo senza mai arretrare: tattica questa che toglie i tempi agli avversari mandandoli in difficoltà. Sulla terra rossa dovrebbe, per necessità di superficie, giocare più arretrato, perdendo efficacia e profondità nei colpi.
    Ecco perchè salterà di nuovo la terra rossa.

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  2. Gianluca Carbone - 4 mesi fa

    Rodolfo sono d’accordo con la teoria della O’Donoghue. Come ho scritto sul mio profilo penso ci siano anche motivazioni tecnico tattiche nella scelta di non giocare sulla terra. Per argomento infortuni concordo sul fatto che la terra sia meno traumatica ma non sottovaluterei il rischio dato dall’instabilità del terreno sul piede e quindi sul ginocchio. Dopo le mie due meniscectomie una a 16 e l’altra a 18 anni ricordo che accusavo più affaticamento nel correre sul morbido che sul duro. Dopo qualche anno invece la situazione si è assestata e nettamente preferivo la terra rossa. Io penso che dietro le parole di Paganini ci sia un ragionamento del genere. Chiaramente la terra mi sembra in generale meno traumatica di un terreno in duro pur essendo le resine più morbide del cemento ma è una questione biomeccanica di carchi in velocità di frenata e di scivolamento controllato.

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    1. Rodolfo Lisi - 4 mesi fa

      Gianluca Carbone tieni altresì presente che i manti sintetici, a causa dell’elevato coefficiente di attrito (GRIP), amplificano le criticità imposte dalle fasi di partenza, arresto e cambio di direzione. Prendendo come esempio la stessa frenata, laddove il tennista arrivi sulla palla con una velocità più elevata, si renderà necessario azzerare una quantità di moto maggiore (e maggiori risulteranno – a parità di superficie – i carichi agenti sul sistema mu-scolo-scheletrico-tendineo).

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  3. Ha ragione il dottor Rodolfo tutta la vita .

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