John McEnroe, “Non puoi dire sul serio”

John McEnroe, “Non puoi dire sul serio”

Recensione dell’autobiografia di John McEnroe, vincitore di 7 titoli del Grande Slam in singolare, 9 in doppio, e 1 in doppio misto. Tennista mancino, è stato numero 1 al mondo per quattro anni consecutivi, dal 1981 al 1984. Nel libro racconta della carriera, di sè e dellle donne della sua vita.

“A guardarlo, tutto così uguale a se stesso, con le superfici sempre più dure e simili, mi sembra di essere più vecchio, perché una volta tutto era più bello, più vario, più appassionante. La prima cosa che mi viene in mente è che oggi i primi non sembrano tanto affamati e desiderosi di prendersi tutto. Si accontentano di quello che hanno, che non sono gli Slam, ma magari i tanti altri tornei che si giocano adesso e che ai miei tempi contavano molto meno.”
Altro appuntamento con la nostra rubrica sui libri che raccontano personalità e carriere che hanno contribuito a far crescere il tennis sotto ogni punto di vista.

Copertina JOhn

Questa settimana vi riproponiamo l’autobiografia di uno degli atleti più irascibili nella storia di questo sport: John McEnroe, icona anticonformista di un’intera epoca, non solo di uno sport.

Nel libro racconta tutto di sè , parla dello scenario del grande tennis tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta, descrive le sfide con Borg, Gerulaitis, Connors, Lendl, Becker, Agassi, e trova spazio anche per parlare al lettore di fatti privati, dei matrimoni con Tatum O’Neal e Patty Smyth e gli ostacoli che ha dovuto abbattere per poter andare avanti nella vita.

“Odio le sveglie: il loro incessante ticchettio mi dà sui nervi. Quindi l’11 settembre 2001 cominciò come un giorno qualsiasi in casa McEnroe…”

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Appresa la notizia che  due aerei si erano abbattuti contro il World Trade Center, non riuscì immediatamente a comprendere la gravità della situazione, probabilmente perchè completamente sotto schock per la notizia.
Entrando nello studio dello “strizzacervelli” per la solita seduta di routine, esclamò: “Ha sentito che due aerei si sono appena abbattuti contro il World Trade Center?”. Il dottore lo fissò con aria perplessa, ma poco dopo iniziarono la seduta come erano soliti fare, senza fare alcun cenno all’attentato. Come se nulla fosse successo.
Forse, il fatto di aver passato così tanto tempo a scendere e salire su aerei lo aveva abituato a non soffermarsi più a pensare agli incidenti aerei.
Di ritorno a casa accese il televisore e tutto gli apparve  surreale e reale allo stesso tempo. Con il susseguirsi delle notizie, lui e la moglie Patty cominciarono a rivolgere tutte le preoccupazioni verso i figli, che in quel momento erano a scuola.
Dopo essere riusciti a mettersi in contatto con Roby, la figlia sedicenne, John scese di corsa in strada per andare a prendere i figli. Aveva bisogno di abbracciarli e vedere che stavano bene.
Camminando per strada, senza motivo gli tornarono alla mente gli US Open, disputati pochi giorni prima. Era come se fossero passati mesi, l’amarezza e l’arrabbiatura per non essere riuscito a scendere in campo per un’esibizione (che avrebbe segnato l’ingresso di un Boris Becker ormai trentatreenne nel circuito seniores),a causa di un infortunio subito da Becker, si fece vana. L’unico chiodo fisso in quel momento era stringere i suoi bambini e portarli a casa.
Fu solo allora che si rese conto di quello che realmente conta nella vita.

“Mi chiesi, c’era voluto un evento così terribile per farmi capire cosa conta davvero nella vita?”
Interessanti sono le pagine in cui McEnroe racconta ai lettori della “crisi” con il tennis che attraversò per un certo periodo della carriera.
In realtà, non pensò mai  realmente di ritirarsi dal tennis ma che ,per qualche tempo ,avrebbe voluto staccare un po’ da quel mondo, prendendosi una “pausa” per poi tornare quando si fosse sentito di nuovo pronto per la vita di giocatore professionista.
Anche se continuava a fare soldi a palate, gli sembrava come se le soddisfazioni stessero pian piano diminuendo. Il piano iniziale fu quello di tornare al tennis quando si fosse sentito pronto, ma cominciò ad angosciarsi per i contratti pubblicitari. Ad esempio, la Nike aveva posto la condizione che partecipasse a otto tornei l’anno e la Dunlop voleva ne facesse almeno sei. A quel punto cominciò a porsi infinite domande piene di dubbi ma poche risposte. E scelse di non prendersi il periodo di pausa di cui aveva bisogno, non ne ebbe il coraggio.

“Mi costrinsi a tornare in campo, per denaro e per orgoglio.”

La scelta si rivelò sbagliata, John McEnroe tornò in campo quando non era assolutamente pronto a tornare, né a livello mentale né a livello competitivo.

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Pochi giorni dopo il matrimonio con la prima moglie, Tatum O’Neal, venerdì 1 agosto 1986, decise di rinuciare alla luna di miele e partecipare al Volvo Open Tournament di Stratton Mountain nel Vermont.
Pensava che sarebbe stato un soggiorno piacevole e rilassante , invece si rivelò esattamente il contrario: McEnroe definisce quei giorni come “un incubo che lo logorò”.
In un periodo in cui era già troppo teso, troppo allenato, troppo magro e fragile nel complesso, rilasciò interviste che non avrebbe dovuto rilasciare perchè fece semplicemente trasparire, con grande sincerità, tutta la confusione che aveva in testa. I giornalisti approfittarono della situazione insinuando che la troppa magrezza fosse dovuta all’uso di droghe.

Da queste pagine si ha quasi l’impressione che l’essere sfacciato in campo, presuntuoso e arrogante con tutti, atteggiato come se tutto gli fosse dovuto perché non era un tennista qualunque, bensì il Grande John McEnroe, fossero tutti segni di debolezza e grande insicurezza interiore.

Qualche pagina più avanti il lettore ha l’occasione di conoscere un altro McEnroe, quello umano, quello che piange per amore.

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Dopo un mese di separazione dalla prima moglie Tatum,i due andarono insieme alla prima del film Malcolm X, a Manhattan. Mac si pentì di essere entrato in quel cinema non appena arrivato in sala.  Era pieno di fotografi e giornalisti in cerca di scoop e dichiarazioni. Ma Tatum era raggiante quella sera. Invece, non appena le luci in sala si spensero, John cominciò a piangere disperatamente nell'”intimità” della sua poltrona.

“Perché non siamo più insieme? Perché, anche se è convinta che sia la cosa giusta da fare, non sta male lo stesso?”
Alla fine del film, Tatum lo guardò con una luce negli occhi che assomigliava a compassione e gli sussurrò che un giorno lui stesso l’avrebbe ringraziata per la decisione presa.
Probabilmente, lei stessa si rese conto di non poter essere la moglie che desiderava e che sarebbe stato più felice con un’altra donna.

In un libro che dovrebbe avere poco a che vedere con l’amore, in un libro a tratti forse un po’ troppo autocelebrativo, John McEnroe riuscirà a colpire anche tutti coloro che hanno vissuto una storia di forte passione e amore con qualcuno,  destinata però a finire.

A tal proposito, poco tempo dopo la separazione definitiva, quando Tatum lasciò l’appartamento in cui vivevano, Mac si sentiva responsabile e infuriato allo stesso tempo. Una domanda lo tormentava più di tutte le altre:

“Cosa mi era venuto in mente quando l’avevo conosciuta?Se tutto era destinato a finire così, perché mi ero illuso che potessimo funzionare come coppia? Mi sentivo uno stupido, e mi faceva male. Dicono che l’amore è cieco: adesso capivo anche troppo bene il significato di quel luogo comune. Avevo pensato che Tatum fosse un diamante grezzo e che io fossi l’uomo giusto capace di farla diventare una gemma lucente. Ero stato un idiota.”
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Era il 1993 e a inizio febbraio (6 febbraio), John fu colpito da una tragica notizia,la morte di Arthur Ashe. Colpiscono molto le parole usate dall’ormai ex tennista  per descrivere il collega afroamericano scomparso.

“Arthur e io avevamo avuto le nostre divergenze, ci eravamo anche scontrati, ma come uomo, come afroamericano e come forza positiva nel mondo del tennis lo rispettavo immensamente. Capii troppo tardi che era stato il più grande ambasciatore che il nostro sport avesse mai avuto, e decisi che avrei cercato di imitarlo.”
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Le pagine che seguono raccontano dagli avversari alle partite storiche, ma anche di come Mac sia riuscito a trovare l’amore della sua vita, Patty, che ancora oggi è al suo fianco.

Patty e JOhn

Proprio la fine del libro riconferma il pensiero che l’ex tennista statunitense sia stato uno tra le più fragili personalità nella storia del tennis (e non una delle più forti come potesse sembrare). Una grandissima personalità con mille debolezze, mascherata a dovere con irascibilità e arroganti prese di posizione.

Una cosa è certa, John McEnroe era così in campo ed è così anche nella vita di tutti i giorni: o lo si odia profondamente, o lo si ama immensamente come uomo e atleta.

John Ms

“Il mio primo matrimonio era stato un fallimento; avevo subìto umiliazioni che andavano al di là del graduale e inevitabile deterioramento della mia carriera. Avevo lavorato, più di quanto avessi mai fatto prima, al mio secondo matrimonio, al mio mestiere di padre. Finalmente avevo cominciato a trovare me stesso. Con un po’ di fortuna, avevo di fronte a me un lungo futuro. E’ buffo: avevo accettato lo show televisivo perché avevo paura di prendermi troppo sul serio. Adesso temevo che quell’impegno potesse distogliermi dalle cose davvero importanti della mia vita. Trovare il giusto mezzo era difficile, troppo difficile. Eppure, mentre contemplavo New York che si risvegliava, mi sentivo ottimista. Avevo una serie infinita di possibilità davanti a me. L’arte, il tennis, la televisione…Pensai che forse un giorno avrei potuto addirittura dedicarmi alla carriera politica. Si sono viste cose molto più strane. Accidenti, se Jesse Ventura è stato il governatore del Minnesota, chi può dire dove riuscirò ad arrivare io? Dico sul serio.”

Fonte: “Non puoi dire sul serio” ( Titolo originale: Serious)

Autore: John McEnroe con James Kaplan- Traduzione di Valentina Ricci/ Studio Editoriale Littera

Edizione 2012- Edizioni Piemme Spa.

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