Dusan Lajovic: storie di straordinaria normalità

Dusan Lajovic: storie di straordinaria normalità

Ripercorriamo la carriera e le vicende biografiche di Dusan Lajovic, tennista serbo che tiene vivo il sogno del suo paese nella semifinale di coppa Davis col suo successo contro Lucas Pouille.

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Il 30 Giugno del 1990 nasceva a Stara Pazova, un cittadina serba della provincia autonoma della Vojvodina, Dusan Lajovic.

Dusan era un bambino c0me tanti, e come tanti arrivò ai 7 anni e decise che avrebbe praticato uno sport; come tanti bambini sognava il calcio, ma nella sua cittadina la scuola calcio non c’era. C’era però nella sua città, minacciata della guerra del Kosovo, un piccolo club che organizzava dei corsi di tennis. Dusan allora, quasi costretto, prese in mano per la prima volta la racchetta da tennis, e da allora non l’ha più lasciata.

Inizia così la storia di un giocatore di tennis normale, come ce ne sono tanti, che ha saputo però costruirsi una onorevole carriera in grado di offrirgli delle grandi soddisfazioni personali. Dusan non era uno di quei ragazzi che facevano gridare al miracolo, un enfant prodige à la Gasquet, non faceva scorrere le penne dei giornalisti: aveva preso in mano la racchetta a 7 anni, quasi per caso, e si era accorto di saperci fare piuttosto bene. Il ragazzo si trasferisce allora a Novi Sad, città che aveva qualche anno prima dato i natali ad una certa Monica Seles, e lì inizia ad allenarsi sotto l’egida di Nemanja Lalic, che lo prende sotto la sua ala e lo guida per tutta la sua giovane carriera, fino al 2012. Il giovane serbo migliora sempre di più, ed il club di Novi Sad incomincia a stargli stretto: si sposta quindi a Belgrado, dove un suo connazionale, tale Novak Djokovic, 3 anni più grande di lui, stava moderatamente facendo parlare di sé. Per poco i due non si incrociano, ma i loro cammini procedono in direzioni diverse: l’uno è destinato a grandi, grandissime cose, l’altro ad una normale carriera da tennista professionista.

Proprio in questa normalità però “l’altro” ha saputo ritagliarsi un suo spazio, conquistato facendo a spallate, per emergere da un fitto sottobosco fatto di tanti giovani talenti desiderosi di uscire alla luce del sole. Dopo la classica gavetta dei futures e dei challange, che il nostro eroe frequenta tutt’oggi con grande umiltà, Dusan raggiunge il punto di svolta della sua sino ad all’ora monotona carriera nel 2013: la Serbia si sta giocando in quel di Belgrado la finale della coppa Davis, e se vuole avere qualche speranza di abbattere l’armata Ceca deve affiancare un buon singolarista all’idolo di casa Djokovic, che assicurava senza alcun patema i suoi 2 punti; Janko Tipsarevic, il principale indiziato, è infortunato, e allora Bogdan Obradovic, allora capitano della squadra serba, è costretto a chiamare il ventitreenne Dusan Lajovic, ai tempi numero 118 della classifica mondiale. Lajovic, tennista per forza, diventa singolarista per forza della squadra di Coppa Davis che si sta giocando il titolo. Purtroppo però il destino si scorda di assicurare alla favola il lieto fine: Lajovic non può nulla contro due singolaristi come Tomas Berdych e Radek Stepanek, e la Repubblica Ceca mette così le mani sull’ambita insalatiera.

Dusan però non si lascia abbattere, e decide che quello sarà il punto di svolta della sua carriera. Sfonda finalmente il muro dei primi 100 nel febbraio del 2014, e comincia una sua personalissima scalata che lo vede agguantare con zelo il best ranking al numero 57 della classifica, in un anno ricco di piccole soddisfade l’anno da numero 69, e l’anno successivo riesce comunque a mantenersi in pianta stabile fra i primi 100, raggiungendo i quarti di finale a Quito, San Paolo (sconfitto dal nostro Vanni, disfatta che gli costò addirittura delle minacce di morte da parte di chi aveva scommesso sulla sua facile vittoria contro l’italiano, ma questa è un’altra storia), Nizza e Kitzbuhel, e chiudendo l’anno da numero 76.  Il 2016, dopo una promettente vittoria al secondo turno dell’ATP 250 di Buenos Aires contro l’allora numero 12 John Isner, non lo vede fare l’atteso e definitivo salto di qualità, e le tre semifinali raggiunte a San Paolo, Kitzbuhel e Los Cabos (dove, fra gli altri, sconfigge anche Almagro e Tomic) non sono sufficienti a permettergli di migliorare il suo best ranking a fine anno: Dusan resta però comunque nei primi 100, assestandosi al 93esimo gradino.

Nel 2017 Lajovic prova a stabilire un nuovo punto di svolta, affidandosi alle cure di Josè Perlas, già allenatore del nostro Fabio Fognini: il tocco dell’allenatore spagnolo aspirante taumaturga sembra in un primo momento funzionare, con l’acuto del serbo nel Master 1000 di Indian Wells, dove, partendo dalle qualificazioni, infila importanti successi contro Tiafoe, Lopez e Pospisil, issandosi sino ai sedicesimi di finale, quando viene però sconfitto dal futuro semifinalista degli US Open Carreno Busta. Il prosieguo dell’anno è però un fastidioso alternarsi di luci ed ombre, in un gioco del destino che lo pone sul cammino di Federer a Wimbledon e di Nadal agli US Open (in entrambe le occasioni il serbo cede ovviamente il passo ai futuri vincitori del torneo, senza però offrire un primo set combattivo, perso solamente al tiebreak in ambedue i match).

Siamo finalmente giunti al presente, e la storia si ripete: sempre la Coppa Davis, i colori della bandiera avversaria sono gli stessi, ma sta volta si tratta della Francia di Tsonga e Pouille. Non è la finale, ma la Serbia si ritrova comunque a giocarsi una semifinale conquistata coi denti e con le unghie. Ancora una volta gli infortuni pongono il capitano in una situazione difficile: Novak Djokovic è indisponibile, e questa volta Lajovic è addirittura il primo singolarista della compagine serba. Tutti danno per spacciati i serbi, ma Dusan non ci sta. Affronta, da sfavorito, Pouille, ma tira fuori l’orgoglio e la rabbia di una carriera da sottovalutato, da secondo, terzo, o addirittura quarto profeta in patria, e rende onore alla propria bandiera, sconfiggendo il francese e facendo sognare un intero paese.

Poco importa se poi Tsonga ha pareggiato i conti, se ieri l’esperto duo Herbert-Mahut ha piazzato il colpo del 2-1, e se probabilmente oggi alle 15 la Francia si conquisterà senza problemi l’accesso alla finale, onore a Dusan Lajovic, un umile proletario della racchetta che ha saputo trasformare una grigia quotidianità in una straordinaria normalità. zioni che lo vede accedere per la prima volta al main draw di un torneo dello Slam ed issarsi sino agli ottavi di finale del Roland Garros, dove viene però maltrattato da uno che da quelle parti qualche match l’ha vinto, Rafael Nadal. Il serbo chiude l’anno da numero 69, e l’anno successivo riesce comunque a mantenersi in pianta stabile fra i primi 100, raggiungendo i quarti di finale a Quito, San Paolo (sconfitto dal nostro Vanni, disfatta che gli costò addirittura delle minacce di morte da parte di chi aveva scommesso sulla sua facile vittoria contro l’italiano, ma questa è un’altra storia), Nizza e Kitzbuhel, e chiudendo l’anno da numero 76.  Il 2016, dopo una promettente vittoria al secondo turno dell’ATP 250 di Buenos Aires contro l’allora numero 12 John Isner, non lo vede fare l’atteso e definitivo salto di qualità, e le tre semifinali raggiunte a San Paolo, Kitzbuhel e Los Cabos (dove, fra gli altri, sconfigge anche Almagro e Tomic) non sono sufficienti a permettergli di migliorare il suo best ranking a fine anno: Dusan resta però comunque nei primi 100, assestandosi al 93esimo gradino.

Nel 2017 Lajovic prova a stabilire un nuovo punto di svolta, affidandosi alle cure di Josè Perlas, già allenatore del nostro Fabio Fognini: il tocco dell’allenatore spagnolo aspirante taumaturga sembra in un primo momento funzionare, con l’acuto del serbo nel Master 1000 di Indian Wells, dove, partendo dalle qualificazioni, infila importanti successi contro Tiafoe, Lopez e Pospisil, issandosi sino ai sedicesimi di finale, quando viene però sconfitto dal futuro semifinalista degli US Open Carreno Busta. Il prosieguo dell’anno è però un fastidioso alternarsi di luci ed ombre, in un gioco del destino che lo pone sul cammino di Federer a Wimbledon e di Nadal agli US Open (in entrambe le occasioni il serbo cede ovviamente il passo ai futuri vincitori del torneo, senza però offrire un primo set combattivo, perso solamente al tiebreak in ambedue i match).

Siamo finalmente giunti al presente, e la storia si ripete: sempre la Coppa Davis, i colori della bandiera avversaria sono gli stessi, ma sta volta si tratta della Francia di Tsonga e Pouille. Non è la finale, ma la Serbia si ritrova comunque a giocarsi una semifinale conquistata coi denti e con le unghie. Ancora una volta gli infortuni pongono il capitano in una situazione difficile: Novak Djokovic è indisponibile, e questa volta Lajovic è addirittura il primo singolarista della compagine serba. Tutti danno per spacciati i serbi, ma Dusan non ci sta. Affronta, da sfavorito, Pouille, ma tira fuori l’orgoglio e la rabbia di una carriera da sottovalutato, da secondo, terzo, o addirittura quarto profeta in patria, e rende onore alla propria bandiera, sconfiggendo il francese e facendo sognare un intero paese.

Poco importa se poi Tsonga ha pareggiato i conti, se ieri l’esperto duo Herbert-Mahut ha piazzato il colpo del 2-1, e se probabilmente oggi alle 15 la Francia si conquisterà senza problemi l’accesso alla finale, onore a Dusan Lajovic, un umile proletario della racchetta che ha saputo trasformare una grigia quotidianità in una straordinaria normalità.

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