IL 2013 DI ANDY MURRAY

IL 2013 DI ANDY MURRAY

Com’è stato il 2013 di Andy Murray
Aveva un obiettivo e l’ha centrato.
Far piangere Ivan Lendl.

Non ha il carisma di Rafael Nadal, non ha la classe di Roger Federer, non è perfezionista come Djokovic ma lui, Andy Murray è il quarto dei famigerati big four e il 2013 è stato l’anno della sua consacrazione a grandissimo del tennis. Infatti il 7 luglio ha trionfato nel Regno Unito vincendo il torneo di Wimbledon e battendo il serbo n1 al mondo Novak Djokovic col punteggio di 6-4 7-5 6-4.

Con questa vittoria Murray dopo 77 anni dalla vittoria di Fred Perry a Church Road spezza la maledizione della Gran Bretagna, che può finalmente festeggiare la vittoria di un tennista di casa.

Di casa, anche se non precisamente inglese… Infatti sugli spalti della finale di Wimbledon dove sventolavano molte Union Flags  a un certo punto è stato inquadrato il primo ministro scozzese Alex Salmond che esibiva il vessillo bianco-blu con la croce di S.Andrea, simbolo appunto della Scozia.

E come una tipica giornata scozzese con repentini mutamenti meteorologici annessi è stato appunto il 2013 di Andy Murray.

Già dallo scorso anno, quando ha iniziato la collaborazione con Ivan Lendl, abbiamo visto il cambiamento di Andy. L’ex campione cecoslovacco naturalizzato americano, un po’ identificandosi nello scozzese (“abbiamo lo stesso sense of humor”), riesce infatti a dargli una consapevolezza nei propri mezzi che non aveva mai avuto.

In campo c’è un Murray più aggressivo, meno in difesa e, da bravo giocatore che era, Andy si trasforma in un grande giocatore. E’ vero si, che aveva duettato con star dell’Olimpo come Roger Federer Novak Djokovic e Rafa Nadal, ma il meglio doveva ancora arrivare.

Il 2013 di Murray inizia il 6 Gennaio con la vittoria dell’ATP 250 di Brisbane (Australia) in cui, campione in carica testa di serie n.1, si impone in finale contro Grigor Dimitrov con il punteggio di 7-6 6-4.

Agli Australian Open il 27 Gennaio raggiunge la finale ma perde in quattro set contro Novak Djokovic col punteggio di 7-6 6-7 3-6 2-6.

Il secondo titolo arriva il 31 marzo sul cemento di Miami, al “Sony Ericsson Open” dove ottiene la vittoria su David Ferrer al terzo set col punteggio di 2-6 6-4 7-6 annullando un match point sul 5-6 del terzo set.

A Montecarlo arriva come testa di serie n.2 dopo Novak Djokovic con il quale si esibisce, a margine del sorteggio del tabellone, nei pressi del Casinò di Montecarlo, in quella che è a tutti gli effetti una sorta di cerimonia inaugurale del Master 1000 del Principato; ma perde agli ottavi contro Wawrinka affrontando un  tabellone non certo facile per lui che sulla terra, di solito, non si esprime al meglio.

A Roma si aggrava l’infortunio  alla schiena, col quale convive dal 2011, giocando contro Granollers. I medici evidenziano che il gioco sulla terra rossa, che costringe a rotazioni più esasperate che sul duro, rischia di aggravare ulteriormente la situazione della sua schiena.

Infatti deve rinunciare a fine maggio anche al Roland Garros. E’ il primo slam che lo scozzese salta dal 2007 ma non ha altra soluzione. I medici sono stati chiari. Sulla terra rossa di Parigi nel 2012 aveva giocato vincendo una partita in condizioni surreali, servendo a 100 km/h e giocando praticamente da fermo.  “Ho dovuto fare otto iniezioni di antidolorifico alla schiena per giocare al Roland Garros l’anno scorso. E otto iniezioni di antidolorifico certificano un infortunio serio. Tuttavia, anche se fanno sentire meno il dolore e riducono un po’ l’infiammazione, non mi fanno sentire al 100%. E io voglio sentirmi al 100%” ha dichiarato il campione alla stampa.

A fine giugno comunque riesce ad approdare ai Queen’s di Londra per gli “Aegon Championships”. Sull’erba Andy rirova il suo gioco e vola alla finale che disputa con Marin Cilic vincendo in rimonta sul croato con lo score di 5-7 7-5 6-3.

E così arriva ai primi di luglio al grande appuntamento di Wimbledon. Andy ha un cruccio: non essere mai riuscito a vincere il torneo. Sembra quasi una beffa che lui, n.1 inglese e n.2 del mondo, rivive ogni anno e lo avvelena da quando è sulle vette del ranking ATP.

E’ vero che l’anno precedente sullo stesso campo aveva fatto guadagnare alla Gran Bretagna l’oro olimpico contro il mitico Roger Federer che si era trovato tutto il tifo contro, ma la coppa dorata del torneo di Wimbledon erano ormai 77 anni che non andava a un britannico e lui si sentiva umiliato non riuscendo a conquistarla. 

E invece l’aria di casa ma soprattutto la sua determinazione hanno la meglio.

Murray batte Robredo, Youzhny, Verdasco,Janovicz in semifinale e il n.1 del mondo Novak Djokovic in finale in 3 sets 6-4 7-5 6-4.

Il Times gli dedica  una copertina celebrativa a due pagine.

Il Sun scrive che «dopo 77 anni, 15 primi ministri e tre monarchi, finalmente un britannico vince Wimbledon» e addirittura questa vittoria gli fa guadagnare un riconoscimento da parte della Corona e precisamente dal principe William. Alcuni lo chiamano già “sir”.

Le prime parole dello scozzese dopo la vittoria sono state «Non riesco a capacitarmi di quanto successo. Non so neanche quanto sia durato l’ultimo game. Mi dispiace, non mi ricordo. Questo successo è in particolar modo dedicato a Lendl  perché lui ha provato in tutti modi, a suo tempo, a vincere Wimbledon ma non ci è mai riuscito quindi spero che se lo sia goduto. Vincere oggi è diverso rispetto all’anno scorso. La stagione passata (ko in finale contro Federer, ndr) è stato uno dei momenti più difficili della mia carriera ma oggi sono qui è ho vinto Wimbledon».

Dopo Wimbledon Murray ha dovuto fermarsi per sistemare il problema alla schiena  ed a oggi non è ancora rientrato. Ma anche se non lo vediamo alle ATP Finals Londra,  questo 2013 sicuramente sarà un anno memorabile per il nostro Andy, che oltre alla gioia dei tifosi inglesi si è guadagnato la stima di tutti i britannici, anche di quelli che il tennis non l’hanno mai seguito e in primis di mamma Judy, istruttrice di tennis e allenatrice che ha piena fiducia in un suo pronto recupero tennistico, sin dai prossimi Australian Open.

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