Il cuore caliente di David Nalbandian

Il cuore caliente di David Nalbandian

Coraggioso, irascibile, dotato di un rovescio straordinario e capace di esprimere un tennis adattabile a tutte le superfici: David Nalbandian, ha vinto 11 titoli ATP ed è stato “Maestro” nel 2005.

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Un tennista completo, che adatta il suo tennis a tutte le superfici, con un colpo straordinario: il rovescio. Coraggioso, irascibile, scostante, di indole pigra, capace però di tirare fuori il cuore se giocava per la sua patria, l’Argentina. Un fisico possente, eppure spesso vittima di infortuni che lo hanno costretto a stop prolungati. Sospettoso nei confronti della stampa, per di più costretto a masticare e replicare alle costanti insinuazioni che per anni lo hanno voluto ad un passo dal ritiro; fino all’annuncio ufficiale, arrivato il 1 ottobre 2013. Una passione sfrenata per i rally, sempre alla ricerca di nuove sfide, come quando nel 2002 è andato nuotare con gli squali a Melbourne. Il grande perdente, così lo hanno definito, mentre Roger Federer lo considerava la sua bestia nera. Il tennis, la carriera, il temperamento di David Nalbandian emana un riflesso in tutto ciò.

Nato il 1 gennaio del 1982, David Pablo Nalbandian inizia a giocare a tennis su un campo di cemento, costruito dal nonno paterno, proprio nel giardino della loro villetta di Cordoba. Una famiglia multietnica la sua, perfettamente integrata nella realtà argentina; il padre proveniente da una famiglia di origini armene, la madre figlia di emigrati italiani. Forse per questo David inizia a sentirsi cittadino del mondo sin da bambino pur mantenendo un attaccamento viscerale verso la propria terra. Avrebbe voluto diventare un pilota di rally, invece si ritrova con una racchetta in mano e sulla schiena un carico di aspettative perché, nel circuito juniores, vince lo U.S Open, raggiunge la finale al Roland Garros e non arriva in orario per giocare la semifinale a Wimbledon, sempre juniores, perché punta male la sveglia e si alza in ritardo.

Diventato professionista nel 2000, David vince il suo primo torneo ATP due anni dopo, ad Estoril, dove sconfigge in finale il finlandese Jarkko Nieminen. Si ripete a Basilea dove in semifinale ha la meglio sul padrone di casa, Roger Federer, prima di superare in finale Fernando Gonzales. Un anno, il 2002, in cui David, partendo da testa di serie n°28 e agevolato da un tabellone piuttosto spianato riesce a raggiungere la finale di Wimbledon. «Chi ha detto che siccome sono argentino non debba saper giocare bene sull’erba?» ; chiede con tono aggressivo in conferenza stampa ai giornalisti che sembrano stupiti dopo la sua vittoria su Xavier Malisse. «Non sono mica un arrotino io, ho colpi piatti, anticipo, non sono un cliente facile per nessuno!»; sostiene David, che con i media non è mai riuscito ad instaurare un benché minimo feeling, prima di perdere nettamente in finale contro Lleyton Hewitt.

L’argentino entra nei top ten nel gennaio del 2003, dopo aver raggiunto i quarti di finale all’Australian Open dove batte Roger Federer 6-3 al quinto. Durante la stagione, Nalbandian prevale sull’elvetico pure a Cincinnati e allo U.S Open in cui raggiunge le semifinali; fermato da un errore arbitrale ancor prima che dall’ace di Andy Roddick, sparato sul match point al tie-break del terzo set, che lo priva della vittoria e, nelle restanti frazioni, della voglia di lottare. «Ho contato almeno quattro chiamate dubbie, tutte a mio sfavore»; sottolinea in conferenza stampa David che chiude l’anno all’ottavo posto del ranking ATP. Dopo un dignitoso quarto di finale raggiunto all’Australian Open, sempre nel 2004, Nalbandian si presenta al Roland Garros in ottima forma e, dopo aver sconfitto Marat Safin e Gustavo Kuerten, in molti lo considerato il favorito per la vittoria finale. Le due semifinali vedono scendere in campo tre argentini su quattro, l’unico intruso è l’inglese Tim Henman, il più spaesato sul rosso e che infatti perde seppur lottando, contro Guillermo Coria. Giunto al penultimo atto, David non riesce però a contrastare Gaston Gaudio, l’ultimo campione di Parigi prima che Rafa Nadal inizi a macinare successi a ripetizione.

Durante il 2005, David Nalbandian vince il BMW Open di Monaco, raggiunge i quarti all’Australian Open, a Wimbledon e allo U.S Open; ma soprattutto chiude la stagione agguantando il successo più importante della sua carriera: il Tennis Master Cup, svoltosi a Shanghai. Dopo aver superato Nikolay Davydenko in semifinale, nel match decisivo contro Roger Federer si ritrova in svantaggio di due set quando s’appresta a compiere un’epica rimonta deliziando il pubblico con risposte imprendibili, smorzate millimetriche, discese a rete in contro tempo che mandano letteralmente fuori giri Re Roger.

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Grazie alle semifinali raggiunte sia all’Australian Open che al Roland Garros, nonché alla vittoria a Estoril; nel marzo del 2006 Nalbandian riesce ad issarsi sino terzo gradino del ranking. Il torneo ‘perfetto’ lo gioca invece a Madrid, nel 2007, quando sconfigge nell’arco della settimana i primi tre giocatori del mondo: Rafa Nadal, Novak Djokovic e Roger Federer. Impresa quasi ripetuta a Parigi Bercy dove, dopo aver battuto Federer, ha ragione in finale su Rafa Nadal con il punteggio 6-4 6-0. Un match quest’ultimo in cui lo spagnolo riesce a rimanere in partita solo fino al 4-4 del primo set; da quel momento Nalbandian lo strapazza, infilando una serie di otto game consecutivi e arrivando persino ad umiliare Nadal sull’amata diagonale mancina.

Dopo essere uscito al terzo turno all’Australian Open 2008, David Nalbandian vince il torneo di Buenos Aires ma, nel match dei quarti contro Potito Starace avviene un triste episodio. Diego Maradona, amico di David, offende l’italiano apostrofondolo con insulti indirizzati contro la razza napoletana, tanto che l’arbitro chiede svariate volte a Starace se deve far intervenire qualcuno per placare l’ex campione di calcio. Dopo la finale ad Acapulco persa con Almagro, Nalbandian arriva nei quarti a Montecarlo, battuto in rimonta da Roger Federer e, da lì, la sua forma inizia a calare. Dopo un secondo turno al Roland Garros, a Wimbledon il numero 95 ATP Frank Dancevic, impartisce a Nalbandian una pesante sconfitta. David torna sulla cresta dell’onda vincendo il torneo di Stoccolma, in finale contro Robin Soderling e accomodandosi in finale sia a Basilea che a Parigi-Bercy, sconfitto da Roger Federer e Jo-Wilfried Tsonga.

In svariate occasioni David Nalbandian ha sostenuto che nella sua personale scala di valori la vittoria della Coppa Davis equivale a uno Slam. Anche per questo David si è sempre presentato puntuale agli appuntamenti del torneo a squadre, fosse pure un primo turno. Nel 2008 dopo aver battuto Gran Bretagna, Svezia e Russia; l’Argentina disputa la finale in casa contro la Spagna. L’assenza di Nadal sembra essere un vantaggio ulteriore per i sudamericani che, grazie alla vittoria di Nalbandian su Ferrer, si portano sull’1-0. Purtroppo un Del Potro non al meglio, contribuisce con il far finire il trofeo in Europa. Da qui nascono voci di una presunta antipatia di Nalbandian nei confronti di Del Potro, colpevole ai suoi occhi, di essersi impegnato poco.

In apertura di 2009 David Nalbandian s’impone a Sydney ma, un grave infortunio all’anca accusato a fine aprile, lo costringe ricorrere ai ferri del chirurgo e a rinunciare all’intera stagione. Nalbandian torna all’Atp 250 di Buenos Aires 2010, ma la sfortuna lo perseguita ancora tanto che incorre in un nuovo infortunio; stavolta all’adduttore destro. Il ranking ATP risente della continua assenza dai campi, e l’argentino scivola oltre la 140ª posizione. A sorpresa, dopo nemmeno tre settimane, Nalbandian torna in campo in Svezia per la Coppa Davis e, insieme a Zeballos, sconfiggono la collaudata coppia scandinava composta da Soderling e Lindstedt. Nalbandian, scende in campo anche per il match decisivo che vince 7-5 6-3 4-6 6-4 regalando alla sua nazionale il passaggio ai quarti. Vittima dell’ennesima contrattura muscolare, David deve rinunciare a tutta la stagione su terra rossa e pure il rientro a Wimbledon viene annullato a pochi giorni dall’inizio del torneo. La stagione di Nalbandian riparte da Mosca, per i quarti della Coppa Davis. La superficie sintetica dell’impianto moscovita ben si adatta al gioco di David che s’impone sia su Davydenko che su Yuzhny. Ricevuta una wild card a Washington, Nabaldian si presenta in grande condizione: sconfigge Ram, Wawrinka, Simon, Cilic e Bagdhatis e conquista il suo undicesimo titolo in carriera.

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David Nalbandian inizia il 2011 alla grande e centra la finale di Auckland. Al primo turno all’Australian Open vince un match straordinario contro Lleyton Hewitt che termina 9-7 al quinto ma, il caldo e le troppe energie fisiche sprecate, non gli permettono di concludere il match di secondo turno. Cosa ancora peggiore, i continui problemi fisici che lo martellano lo inducono a fermarsi per diversi mesi. David non è al meglio né a Wimbledon, dove perde contro Roger Federer, né allo U.S Open, dove invece sbatte contro Nadal. La semifinale in Davis, contro la Serbia campione in carica, regala la soddisfazione a Nalbandian e soci di centrare la finale nella competizione, ancora contro la Spagna. Purtroppo, la Grande Armada infrange il sogno di David e l’insalatiera rimane in Europa. Il 2012 di David sarà ricordato, non solo per i puntuali quanto noiosi guai muscolari che continua ad accusare; ma anche per una serie di ‘problemi’ con la risma arbitrale. Al secondo turno all’Australian Open, John Isner gli annulla un match point con un ace sul quale David chiede invano la verifica del ‘falco’. Plateali le sue proteste, anche a fine match, quando scaglia la racchetta in direzione dei fotografi. Ma è principalmente al torneo del Queen’s che i nervi giocano un brutto tiro all’ex n.3 del mondo. Nell’esclusivo Club di West Kensington, intitolato alla Regina Vittoria, frequentato da soci iper selezionati e, se Dio, o meglio, ‘se la Regina vuole’ possiede un aurea ancora più tradizionalista e snob di quella che aleggia sopra agli altrettanto sacri campi di Wimbledon; Nalbandian riesce a raggiungere la finale ma, vinto il primo set contro il croato Cilic, subisce il break al settimo game del secondo set. Furibondo, David si scaglia contro la postazione di un giudice di linea e dà un calcio violentissimo che sfonda il pannello di cartone, finendo con il colpire la gamba sinistra dell’uomo. Puntuale, a quel punto la squalifica, con l’argentino costretto ad abbandonare il campo tra i fischi del pubblico.

Il can can eccessivo che ne è seguito ha finito con il bollare Nalbandian come un cattivo esempio, un maleducato un antisportivo; mentre in realtà l’argentino è stato semmai sfortunato e vittima del suo sangue caliente; di una tempra agonistica che, come capita a tanti tennisti in declino, si è sprigionata proprio quando le foglie autunnali hanno iniziato a cadere imperterrite sul malinconico viale del tramonto. Un imbrunire che prende forma rapidamente: tra un acciacco e l’altro David chiude la stagione anzitempo a Winston Salem dove regola al primo turno Robin Haase (in quello che si rivelerà essere il solo match intascato nell’arco di due mesi dal fattaccio del Queen’s) per quindi soccombere a Dolgopolov. La spalla e l’anca destra continuano a tormentare l’argentino nel 2013: la finale raggiunta a persa a San Paolo contro Rafael Nadal è di fatto l’ultimo acuto emesso da David che a maggio decide di sottoporsi a due operazioni le quali non riescono nell’intento di prolungargli la carriera: il 1 ottobre annuncia infatti il ritiro dal tennis agonistico.

Ormai in pensione, David Nalbandian ha speso parole di elogio nei confronti del collega che ha rispettato più di chiunque altro, Roger Federer: «fa un certo effetto pensare di aver diviso il campo con il giocatore più forte di tutti i tempi».  Fa un certo effetto anche riflettere sugli head to head tra l’elvetico e l’argentino se si considera che il campione più vincente di tutti i tempi è in vantaggio solo di 11 successi a 8. Se si entra nel dettaglio, fa un certo effetto anche soffermarsi su quelle otto vittorie, spesso conseguenza di un tennis impetuoso, dilagante, incontenibile. Fa un certo David Nalbandian, un uomo che non ha avuto bisogno di vincere nessuno slam per essere riconosciuto come un grande, un immenso campione.

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