Venus Williams e l’amore per il tennis

Venus Williams e l’amore per il tennis

Dopo quasi 25 anni dal debutto nel circuito WTA, Venus Williams sta dimostrando in questo 2019 di poter ancora dire la sua nel tour. Debilitata dalla sindrome di Sjogren e spesso messa in ombra dai risultati della sorella minore Serena, la Venere Nera non ha mai perso eleganza, potenza e soprattutto voglia di vincere.

di Marco Bonavoglia

Era solo una ragazzina dotata di un fisico eccezionale Venus Williams quando cominciò a farsi notare al grande pubblico, tramortendo le avversarie con una potenza mai vista fino ad allora, soprattutto con un servizio senza uguali tra le colleghe. A soli 17 anni raggiunge la prima finale Slam a Flushing Meadows, seguita dai quarti di finale in tutti gli altri Major e la conquista di un posto ai vertici del ranking. Appena compiuti i 20 anni conquista il primo Slam sull’erba di Wimbledon, diventando in senso lato l’erede di Althea Gibson, prima donna afroamericana a vincere il Major londinese. Il titolo è seguito dalle vittorie a Stanford, San Diego e New Haven, l’oro olimpico a Sydney e il secondo Slam consecutivo, a New York, dove supera ancora Lindsay Davenport, come già successo a Londra. Nel 2001 conferma i titoli di Wimbledon e New York, segna il best ranking e si prepara a dominare il circuito insieme alla sorella Serena, che fino a questo momento è sembrata lievemente inferiore, ma che come ben sappiamo cambierà presto marcia, riscrivendo la storia di questo sport partita dopo partita. In realtà, il destino da dominatrice di Venus non riesce a prendere forma, lei che nel 2002 diventa numero 1 nel mondo ma da qui in poi sarà capace di vincere Major solo a Londra, nel 2005, nel 2007 e nel 2008. I veri antagonisti della Venere Nera sono gli infortuni, che la colpiscono ripetutamente nelle stagioni successive: polsi, gomiti, ginocchia, addominali, sono molti i problemi che attanagliano la statunitense, capace di navigare comunque nella fascia alta del ranking per molte stagioni. Quando le cose non sembravano andare per il meglio, arrivano notizie ben peggiori. THE WILLIAMS SISTERS OF THE U.S. HOLD THEIR TROPHIES AFTER WOMEN'S SINGLES FINAL AT WIMBLEDON

Durante il torneo degli Us Open nel 2011 Venus annuncia alla stampa e ai tifosi che le è stata diagnosticata la sindrome di Sjogren, una patologia che causa secchezza delle mucose, toglie energie e causa dolore alle articolazioni, suo punto dolente negli anni passati. Sindrome, tra l’altro, che si lega spesso all’artrite reumatoide, di cui soffre l’ex numero 1 del mondo Caroline Wozniacki. Il ranking precipita, Venus scompare dai campi per diversi mesi, tornando solo a Miami dell’anno successivo. Per quanto la malattia sia debilitante, smettere non era tra le opzioni di una delle giocatrici più forti di questo millennio, che torneo dopo torneo dimostra a sé stessa e al pubblico di poter ancora dire la sua, nonostante l’età – 32 anni, già oltre l’età del ritiro in molti casi in quegli anni – spaventasse i suoi tifosi. Torna col tempo a vincere titoli, a raggiungere finali, a battere top players, riconquistando negli anni un posto tra le migliori; conclude il 2015 da numero 7 del mondo, a 35 anni. Quando tutti le affibbiavano già l’epiteto di Venus “l’eterna”, le intenzioni della più grande delle Williams sono ben più pretenziose. 

Nel 2017 c’è molto fermento in casa Williams. A Melbourne Serena e Venus entrano nella storia, raggiungendo entrambe l’atto finale e dando vita all’ennesima sfida tra le due. A trionfare è Serena, come quasi sempre negli ultimi anni, negando a Venus il sogno di alzare un trofeo Slam 17 anni dopo il primo Wimbledon. Come se non bastasse, poche settimane dopo viene aggiunta al danno la beffa, con la sorella che annuncia di essere in dolce attesa, come peraltro era già agli Australian Open, quando non lasciò nessun set per strada. Mentre le attenzioni mediatiche sono tutte su Serena, Venus sembra ringiovanire con il passare del tempo: quarti di finale ad Indian Wells e a Roma, semifinale a Miami e soprattutto finale a Wimbledon, dove c’è però Garbine Muguruza a fermarla. Due finali Slam nello stesso anno, chi lo avrebbe detto qualche anno fa, quando l’unico obiettivo era quello di non doversi ritirare, quando si trovava fuori dalle prime 100 al mondo, quando si assentava per diversi mesi per continui problemi fisici. L’americana finisce l’anno a testa alta, con una semifinale a New York, la finale alle WTA Finals e la posizione numero 5 a fine anno.

Era difficile immaginare di replicare tali risultati per un’altra stagione, tanto che nel 2018 Venus scivola alla 40esima posizione, lasciando sempre più spesso il passo a giovani in piena ascesa e all’apice della prestanza fisica. A fine stagione i dubbi sono più intensi che mai, ma ancora non si parla di ritiro e Venus torna in campo per un’esibizione contro la sorella Serena ad Abu Dhabi a gennaio. Non è certo una finale Slam, ma la forma di Venus è smagliante, ben oltre le aspettative, e riesce ad imporsi sulla neomamma. Ad Auckland batte Azarenka e Davis, a Melbourne invece Buzarnescu e Cornet prima di cedere ad Halep. Il problema della statunitense fino ad oggi è stata la resistenza nel corso del torneo, ma questa settimana ad Indian Wells Venus è riuscita a gestire le energie e a tornare ai quarti di finale un Premier Mandatory. Superate in tre set Andrea Petkovic e la numero 1 della WTA race Petra Kvitova, Venus ha gestito con esperienza Christina McHale e Mona Barthel, raggiungendo Angelique Kerber ai quarti. 

Non si può sapere quanti anni o quanti tornei ancora giocherà Venus Williams, ma tutto ciò che si può desiderare ora è che il fisico le lasci godere di questa ultima fase di carriera, permettendole di giocare come in questi giorni. E non importa se la sua carriera finirà da top10 o da numero 100, se in una finale Slam o in un International, Venus ha segnato gli ultimi 20 anni della WTA rivoluzionando insieme a Serena l’approccio a questo sport. E sì, non ha raggiunto i risultati o la fama della sorella, ritenuta da sempre la più “cattiva” e affamata di vittoria, ma ha svolto per lei una funzione fondamentale, prima di modello e guida e poi di compagna di allenamenti, di doppi e di vita. Godiamo di questa grande atleta finché in circolazione, della sua eleganza, delle sue esultanze, nei recuperi in allungo e degli approcci a rete, perché la sua classe rimanga impressa nei nostri occhi negli anni futuri.

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